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Giulio Iacchetti: «Voglio un design felice»

Photo: Max Rommel

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Con la «fabbrica diffusa» di interno italiano Giulio Iacchetti propone il rilancio dell’artigianato come motore dell’economia. E una ricetta per la felicità.

Non capita spesso che un saggio di economia diventi un best seller. È successo invece a Futuro Artigiano, di Stefano Micelli, Professore alla Ca’ Foscari di Venezia: in un anno è già alla terza edizione. Come mai? In Futuro Artigiano, Micelli parla del ruolo chiave dell’artigianato in quello che lui considera la vera new economy: quella del «saper fare» artigianale. Una ricchezza che ha portato le nostre aziende italiane a diventare leader mondiali nel settore del lusso e che, se sostenuta e rinnovata, potrebbe portare il nostro paese a un nuovo rinascimento (e a lavoro per tutti).

Una teoria, quella del professore di economia, che ha entusiasmato molti in Italia, designers in primis. E che Giulio Iacchetti ha interpretato con un progetto concreto chiamato interno italiano, presentato oggi, 9 novembre, a Operae, il salone dell’autoproduzione di Torino: una collezione di arredi, progettati dal designer e realizzati da cinque diverse realtà artigianali. Che parte da un modello di business alternativo. Ce ne parla Giulio Iacchetti.

Cos’è interno italiano?
«Una collezione di arredi, realizzata secondo un modello di “fabbrica diffusa” insieme a cinque aziende artigiane, che nasce dalla mia insoddisfazione e dal mio disagio davanti due constatazioni.
La prima è di carattere economico. Il design costa sempre di più ed è evidente che non tutti possono permetterselo. La “colpa” non è da imputare solo al mondo della produzione: le aziende sono infatti costrette ad operare in una dimensione economica in cui i vari ricarichi dei costi  (dal momento della produzione a quello della vendita) porta ad una lievitazione del prezzo al negozio. Questo sistema – basato su una distanza sempre maggiore tra chi disegna, chi produce, chi vende e chi consuma – continuerà a esistere perchè alla base del nostro sistema economico e non sarò certo io a cambiarlo. Però sento di avere il diritto di proporre un’alternativa. Un sistema in cui le distanze si accorciano, una sorta di chilometro zero del design. interno italiano vuole essere prima di tutto questo: un modo per riavvicinare la gente (e il design) al processo produttivo ed alla qualità dei manufatti.
La seconda constatazione è strettamente legata all’idea dello Slow Food applicata al design. Sento infatti che manca in Italia una proposta che venga dal vero vivere italiano, quello autoctono, tradizionale, affine al nostro paesaggio domestico. Dagli anni Sessanta non facciamo altro che importare forme e stili di vita che non ci appartengono. Perché per esempio usiamo legni che non si trovano nel nostro paese? Perché non restituire importanza e legittimità a essenze nostrane come il noce, il ciliegio? Il design si è piegato molto alle mode: a un punto tale che ormai è difficile capire quali elementi ci fanno davvero sentire a casa. È stato possibile riscoprire la biodiversità nel cibo (appunto con Slow Food) perchè non riuscire a farlo nel mondo del progetto?
Con interno italiano volevo riscoprire tutto questo».

Grafica: Leonardo Sonnoli

Grafica: Leonardo Sonnoli

Gli arredi che compongono la collezione di interno italiano sono progettati da te a prodotti da artigiani che hai selezionato appositamente, dopo quasi un anno di lavoro. Ma non ti piace chiamarlo auto-produzione…
«Le auto-produzioni, solitamente, funzionano in due modi. I designer si fanno realizzare i progetti dagli artigiani oppure fanno tutto da soli, di fatto cambiando professione e diventando produttori essi stessi.
interno italiano non è un’auto-produzione ma un diverso concetto di fabbrica: una “fabbrica diffusa”, senza pareti o strutture, in cui ognuno lavora nel suo spazio, focalizzandosi sulla sua expertise, basata su un rapporto paritetico tra chi pensa e progetta e chi produce. Questo apporto equipollente alla realizzazione dell’oggetto è esplicitata simbolicamente dall’indicazione di entrambi i soggetti come co-autori».

L’artigiano che firma il pezzo insieme al designer. Un dettaglio che secondo te interessa il pubblico?
«Forse no, in realtà interessa a me cancellare l’idea del grande nome, del designer-celebrity che dà valore con il suo nome all’oggetto. La doppia firma serve a far venire meno l’autoreferenzialità del design e far capire che un oggetto è fatto da tutti coloro che concorrono a realizzarlo. È un modo per avvicinare e far conoscere al pubblico la bravura dei nostri artigiani; il fine ultimo è  ri-creare un rapporto equilibrato tra oggetti, acquirenti e produttori».

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In che modo interno italiano riuscirà a restaurare una relazione tra chi acquista e chi produce? E qual è il vantaggio per il consumatore?
«Ovviamente interno italiano funzionerà come e-shop e non prevede uno spazio fisico per la vendita. Ma sarà proprio l’uso della rete a permettere l’approccio personalizzato con gli oggetti e i produttori. Chi decide di acquistare lo fa tramite il sito e ogni oggetto sarà realizzato su ordinazione. Il cliente paga quindi un giusto prezzo, costruito sommando il costo delle ore di lavoro e il materiale impiegato per realizzarlo, più il nostro ricarico che ci ripaga in modo equo del nostro impegno.
Nel sito sarà anche possibile capire il valore vero dei pezzi che produrremo: entrare nei dettagli delle lavorazioni, capire le ragioni che ci hanno portato a scegliere determinati materiali. E soprattutto cogliere l’essenza di interno italiano: che è una produzione senza stress di oggetti felici».

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Cosa intendi con «produzione senza stress di oggetti felici»?
«Un modo di lavorare in cui c’è dialogo e non imposizioni. Dove l’artigiano che collabora con noi ha un nome e un cognome e non è definito in modo avvilente “terzista”. Un sistema che io vedo come virtuoso in cui non esistono quantità minime di produzione e in cui si guadagna tutti il giusto e l’oggetto alla fine costa meno per chi lo acquista. Non ci sono trappole: una cosa viene fatta se è stata pagata, altrimenti non nasce. Non ci sarà mai un magazzino. È un modello di micro-business che probabilmente non porterà mai ai grandi numeri. Ma nessun tipo di food sarebbe mai Slow se venisse venduto al supermercato e prodotto industrialmente, giusto?»

Cosa definisce l’italianità, secondo te?
«Dino Gavina diceva che “veramente moderno è ciò che è degno di diventare antico”. Secondo me questa ricerca dell’eterna classicità è il filo rosso che caratterizza le opere più espressive generate dal genio italiano: hanno iniziato gli antichi e tutti i nostri grandi Maestri (dell’arte, dell’architettura e più tardi anche del design) a definire forme, manufatti, dipinti, oggetti e prodotti  senza tempo, dei classici capaci, grazie alla loro sofisticata semplicità, di cogliere e rappresentare pienamente il senso dell’epoca in cui erano nati, ma contemporaneamente dotati di un’energia interiore in grado di erigerli ad icona, simboli extratemporali di un eterno presente.
Per quanto concerne l’italianità del nostro progetto d’arredo, ho definito che gli oggetti di interno italiano avrebbero dovuto essere immediatamente intuibili nella funzione, afferenti all’archetipo, tendenti alla monomatericità, ed ispirare un concetto di diffusa semplicità. Un rimando al tema della classicità e una sottile vena d’ironia che da sempre accompagna il progetto d’arredo italiano sarebbero stati altri elementi ispiratori del progetto. Infine i materiali impiegati avrebbero dovuto essere coerenti e rispettosi della tradizione produttiva del nostro artigianato del mobile e scelti in base ad una tipicità e disponibilità locale».

Oltre a te e agli artigiani, quante persone collaborano a interno italiano?
«Fondamentale è il ruolo di Carlo Longoni che è molto più di un tramite tra noi che progettiamo e gli artigiani che operano in Brianza. Carlo è il co-fondatore di interno italiano. Nel ruolo prezioso di responsabile sviluppo progetti c’è Dario Gaudio, coadiuvato da tutti gli elementi del mio studio; Max Rommel si è occupato delle foto, ovvero un originale reportage esaustivo sul lavoro artigiano completato con le immagini dei nostri prodotti.
La parte di identità visiva – fondamentale in un progetto come questo – è stata curata magistralmente da Leonardo Sonnoli. Leonardo ha giocato con la nostra idea di italianità a partire dalla grafica del sito in cui gli oggetti galleggiano in uno spazio assoluto descritto da assi cartesiani, accompagnati da simboli dell’italianità come le carte da briscola, i centrini della nonna, i cartelli delle carrozze dei treni, e così via».

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Che impatto ha avuto l’incontro con Stefano Micelli e la sua teoria del Futuro Artigiano nell’ideazione di interno italiano?
«Stefano e io ci siamo cercati a vicenda e poi trovati. I nostri percorsi – diversissimi – convergevano: ho letto il suo libro proprio nel momento in cui ho iniziato a pensare a interno italiano, un anno fa, e ho capito che stavo andando nella direzione giusta, che tante delle case history che lui citava nel libro erano esperienze simili a quella che volevo costruire. La sua expertise di economista mi ha certamente aiutato nel capire il potenziale del progetto. Concludendo ciò che mi auguro è che si apra sempre più un dibattito nel mondo dell’economia su modelli di business alternativi applicati al design,  il cui scopo principale sia la qualità delle vita e del lavoro più che il solo e legittimo profitto. Mi piacerebbe che attorno a questi temi si coagulasse un interesse attivo di colleghi e persone operanti in settori diversi dal nostro, affinché questa nostra esperienza possa aiutare altri ad intraprendere nuove rotte e strade alternative di business e di progetto».

Il sito di interno italiano è online da oggi.

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