Design, Progetti
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Haiti, il design e il terremoto due anni dopo

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La maggior parte dei progettisti e designer indirizza i propri sforzi solo su quel 10% di persone che appartiene ai paesi ricchi, ignorando così il resto del pianeta”. Non sono stati quelli di Occupy Wall Street i primi a parlare dei poveri in termini di percentuali rispetto ai ricchi. A sottolineare il paradosso di una disciplina (il design) che nasce democratica e finisce per essere elitaria ci ha infatti pensato Paul Polak, dell’International Development Enterprise, autore della frase sopra.

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Un tentativo di elevare la cultura del progetto oltre il suo essere commerciale, sinonimo di lusso, stile ed esercizio estetico, è stato appena portato avanti dall’architetto e designer Claudio Larcher (www.modoloco.com) che, insieme all’Associazione ColorEsperanza (www.associazionecoloresperanza.wordpress.com) iniziativa di cooperazione e sviluppo tra Italia, Repubblica Dominicana e Haiti, finanziato da Fondazione Cariplo) ha chiesto a un gruppo di designer di progettare arredi per scuole low cost, di facile fabbricazione a livello locale, utilizzando materiali indigeni e sfruttando tecniche di manifattura artigianali già abbondantemente conosciute in situ nella Repubblica Domenicana, dove queste ‘escuelitas’ sono state messe in piedi dall’ONG OnéRespé.

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Niente glamour, quindi, per questi banchi, banchette e seggioline, quasi tutti ripiegabili e utilizzabili sotto svariate forme, e capaci di crescere con il bambino. Solo tanta voglia di mettere finalmente il progetto al servizio di chi ne ha davvero bisogno.

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Certo, questa lodevole iniziativa (i cui risultati saranno presentati dal 13 al 26 gennaio alla Mostra Hispaniola: Design per solidarietà, presso la galleria Plus Design in Via Ventura 6 a Milano, www.plusdesigngallery.it) non è unica nel suo genere.

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Sono sempre di più, infatti, i progettisti che decidono di investire, di fianco alle loro collaborazioni più ‘commerciali’, tempo ed energie per lo sviluppo di concept pensati per rispondere ad esigenze reali delle persone che ancora ne hanno (leggesi il 90% della popolazione mondiale, che certo non sogna l’arredo di design!)

lorenz_kaz_01Matteo Ragni con Maurizio Prina

La vera sfida? Trasformare i concept in realtà, approfondire l’angolo ‘business’ (in un’ottica no profit o comunque di profitto solo in termini di immagine) con aziende illuminate o con istituzioni. La definizione di concept interessanti e innovativi (come tanti di questi presentati nella mostra) è infatti il passo più semplice e lineare verso la soluzione di questo genere di problemi, tant’è che anche chi è andato molto avanti anche in tema di distribuzione e commercializzazione no profit di concept solidali – come Alberto Meda, vedi www.designlarge-d.blogautore.repubblica.it/2011/11/29/il-chiodo-fisso-di-alberto-meda, – ammette che le difficoltà iniziano non appena la fase progettuale è finita.

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Per questo, è proprio il processo che avrà luogo dopo la definizione dei progetti stessi, che conta in questo caso: una giuria di esperti – Luisa Bocchietto Presidente ADI, Mia Pizzi caporedattore di Abitare e Michele de Lucchi – individuerà 3 prototipi che verranno poi  messi in produzione, a partire da agosto 2012, nelle strutture di falegnameria locale dominicana, creando una linea di produzione che garantisca al contempo la fornitura di prodotti di qualità per i bambini dominicani e haitiani. L’inaugurazione della mostra, il 12 gennaio, cade nel giorno del secondo anniversario del terremoto di Haiti che ha aumentato il flusso migratorio di haitiani verso la Repubblica Dominicana, creando problemi per le strutture scolastiche già primitive di per sé.

Progetti di:

Giulio Iacchetti, Matteo Ragni, garth™, Filippo Protasoni, Lorenz-Kaz, InodaSveje, Donata Parruccini, Hubb Ubbens & Elisabeth Vidal, Claudio Larcher/Modoloco design, Simone Simonelli.


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