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Hella Jongerius: ecco come invento i colori

Hella Jongerius si tiene lontana dalla moda per inventare nuovi colori per la casa. Non è facile, perché le tendenze ci rincorrono, ma è necessario farlo. «Altrimenti si creano oggetti con una data di scadenza».

È uno strano destino quello di Hella Jongerius, designer olandese e art director di Vitra (per colori e materiali), Artek e Danskina. Da sempre, infatti, fa di tutto per non essere “alla moda”. Eppure la detta. Lavora per poche, selezionatissime aziende, dice frasi spesso sconvenienti e controcorrente, non ha mai usato il suo nome come un brand. Nonostante questo è difficile non vedere tracce del suo linguaggio nelle passioni che spopolano da qualche anno: quella per i contrasti (tra superfici lisce e grezze, tra pelle e tessuto), per gli elementi funzionali usati come decori (dai bottoni alle cuciture), per le lavorazioni artigianali reinterpretate in chiave contemporanea.

L’impatto del lavoro di Hella Jongerius su un’intera generazione di designer e di aziende non si giustifica soltanto perché ha disegnato per marchi di massa (come Ikea, Camper o per la compagnia aerea olandese KLM); o perché è una delle poche mani in grado di attualizzare le icone del design, senza snaturarle (lo fa da anni per Vitra); né perché si dedica con passione alla progettazione dei tessuti (per Kvadrat e ora per Danskina).

Il linguaggio di Hella Jongerius si è insinuato nell’immaginario globale perché ha risposto – fin dai primi anni 90 – a un bisogno collettivo prima ancora che esso venisse formulato: quello per l’autenticità, per la ricerca di un nuovo modo (più personale) di fare industria, per un’essenzialità formale che non sprigiona freddezza ma calore e intimità.

La East River Chair di Vitra su un tappeto di Danskina

La East River Chair di Vitra su un tappeto di Danskina

Abbiamo incontrato Hella Jongerius allo stand di Vitra, dove ha presentava i 28 nuovi colori degli Hopsak Textiles (un classico degli anni 70 dell’azienda svizzera) e versioni aggiornate e a due tonalità della East River Chair (la sedia che ha progettato per la lounge dei delegati del palazzo delle Nazioni Unite).

Spesso si pensa al colore come un elemento dello styling. Una nuova palette cromatica è un lavoro di design o di styling?

Dipende da come lo si affronta. Il colore non è un orpello ma un elemento chiave dell’oggetto. Da solo non esiste, prende vita in relazione a qualcos’altro: una superficie, un materiale, una forma, una funzione. Per sceglierlo bene è necessario quindi tenere conto di tante variabili. Si lavora come su un puzzle, cercando il match perfetto tra i vari elementi. In questo senso, è decisamente design e non styling.

Quanto tempo ci vuole per creare un nuovo colore?

Almeno un anno perché il colore deve essere progettato insieme al trattamento della superficie. Il mio punto di partenza, infatti, è il filato stesso: come reagisce all’intreccio, alla tinteggiatura, al posizionamento sulla superficie del prodotto – quando è in tensione o in un punto di sutura. Non è possibile predire come si comporteranno due filati quando si incontrano nella stessa struttura, come reagiscono e quale sarà il colore finale percepito dai nostri occhi. Tutto di gioca sulle nuances e sugli equilibri. Per questo ci vuole tanto tempo. Nel caso della Aluminum Chair di Vitra, invece, c’è voluto molto meno tempo perché si trattava della rivisitazione di un tessuto esistente.

Come si decide quale nuovo colore è adatto per attualizzare un classico?

Personalmente inizio passando mesi negli archivi per assorbire la sensibilità del designer nei confronti del colore nel momento in cui ha progettato quel particolare prodotto. Lo faccio perché un remake deve tenere conto del gusto dell’autore. Dall’altro lato, però, non bisogna nemmeno cadere nell’effetto nostalgia. Ecco perché dopo l’archivio cerco di vedere l’oggetto come se fosse mio e di inquadrarlo nello spazio e nel tempo di oggi. Da che lato mi incuriosisce di più? Dove si ferma la luce quando lo colpisce? Dove scorre via? Capire la cosa che ho davanti è fondamentale prima di procedere con la selezione del colore che non è mai un unicum ma un mix di filati progettato appositamente come conseguenza delle risposte alle domande che mi sono fatta sull’oggetto.

Aluminium-Chair-Group_Hopsak02

L’Aluminium Chair Group di Vitra con il rivestimento Hopsak nei nuovi colori

 

Cosa serve per lavorare con i classici?

Ci vuole rispetto, ovviamente, e capire perché una cosa è quello che è, qual è il suo carattere e come sottolinearlo. Insieme al rispetto, però, ci vuole anche il coraggio di aggiungere la contemporaneità. E poi sapere quando fermarsi. A volte ti spingi troppo in là e ti accorgi che stai facendo una cosa un po’ troppo alla moda. Se succede devi saperti fermare subito, altrimenti snatureresti l’icona. Ma se rimani troppo aderente all’originale, l’immediata riconoscibilità fa scattare l’effetto nostalgia, che non va bene. Lo scopo del progetto, quando si lavora sui classici, è trovare l’equilibrio.

Come si disegna un oggetto senza tempo?

Tenendo sempre d’occhio le tendenze per evitarle accuratamente. Sono molto cosciente dei sapori che si respirano, dei gusti che si stanno formando. E del rischio che un designer corre se ne viene influenzato. Non sono ossessionata, anzi nella prima parte del progetto lavoro molto liberamente. Ma appena un’idea comincia a essere “finale” inizio a chiedermi: avrei potuto fare questa cosa qualche anno fa? Se la risposta è sì, allora non va bene. Non bisogna negare se stessi e il proprio gusto ma è necessario spingersi sempre più avanti.

Come si evitano le tendenze e la moda?

Non è facile. Ma si deve fare. Le tendenze di oggi, infatti, sono già vecchie ma ci appaiono come nuove, fresche, accativanti. Bisogna, invece, cercare di avere occhi sempre puliti, di farsi guidare dall’intuizione, di osservare di tutto ma avere la mente sgombra quando si progetta. Spesso mi allontano – fisicamente e mentalmente – da un progetto per qualche tempo, per poi tornarci. E questo distacco mi aiuta a vedere le cose con uno sguardo nuovo. Penso però che, per evitare le tendenze, quello che conta di più sia la cultura, quello che siamo dentro. Io sono calvinista, sono una persona sobria, silenziosa. E anche le aziende con cui lavoro in qualche modo lo sono. Uso il colore, l’artigianato, la materia, i tessuti. Ma non sono una decoratrice. Tutto quello che faccio è per creare intimità tra persone e cose.

In passato sei stata molto critica con il design olandese. Mi ricordo, in particolare, quando hai detto a Alice Rawsthorn (sull’Herald Tribune) che l’Olanda stava sfornando «troppi designer, tutti troppo distaccati dal mondo reale e privi di un’agenda intelligente». Era il 2009. Cosa pensi oggi al riguardo?

Innanzi tutto non abito più in Olanda, quindi forse non sono più la persona più adatta per commentare. Però, in generale, penso che nel design sia sempre più difficile trovare delle voci critiche. In particolare, c’è sempre più parlarsi addosso, disegnare per un pubblico ristretto che spesso è quello dei progettisti stessi. I designer olandesi mettono spesso troppo pensiero nelle cose che fanno – ambientalismo, nuove tecniche di produzione, processi. Invece io credo che l’industria si possa cambiare solo se ci si lavora dentro. Troppi giovani stanno invece fuori e non provano nemmeno più a entrare…

Bhé, non è proprio facile entrare…

Vero, è difficilissimo. Ma lo è sempre stato. Però spesso i designer sono chiusi sulle loro posizioni, non escono dagli schemi. Ancora oggi, pochissime cose vengono progettate dai designer: in generale solo arredamento e poco altro. Ma esiste tutto un altro mondo che ha bisogno degli skills dei progettisti: dalle start up tecnologiche, alle aziende che producono cibo, a chi pensa ai servizi. Quella del designer è una professione che può ancora dare tantissimo, ma è ora di smetterla di pensare che tutti devono disegnare mobili. Spero che la nuova generazione riesca a entrare in questo mondo tutto da progettare e lo possa influenzare in modo positivo, da dentro.

Tu lo faresti?

No. Io appartengo a un mondo diverso. Sono grata di quello che ho. Sono riuscita a vivere del mio talento, mi sono potuta esprimere e mi sono guadagnata da vivere facendo quello che amo. Ho avuto fortuna, sono nata e cresciuta in un periodo in cui tutto questo era ancora possibile nel mondo della casa, degli interior. Se fossi giovane, oggi, però, non mi fossilizzerei sul design tradizionale, cercherei il nuovo. Che è altrove, ed è tutto da inventare.

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