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«Le icone di design non esistono più». Un libro di Chiara Alessi spiega perché

“Le caffettiere dei miei bisnonni”, il nuovo libro di Chiara Alessi, racconta perché le icone non nascono più. Ma è anche un ritratto (non moralista) di un presente incapace di creare un senso storico. E fa riflettere, oltre i confini del design.

Le icone non esistono più: è la tesi cui Le caffettiere dei miei bisnonni”, ultimo libro di Chiara Alessi (Utet), cerca di dare una spiegazione. Ed anche la ragione per cui la sezione contemporanea del Triennale Design Museum (curato da Alessi) non è un’esposizione di oggetti ma un negozio. Che racconta non il cosa ma il come.

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E proprio come la sezione contemporanea del Triennale Design Museum, anche “Le caffettiere dei miei bisnonni” è uno strumento necessario per comprendere l’oggi. Il libro, infatti, affascina per la sua capacità di portare oltre i confini del design, facendo riflettere sul senso delle relazioni. Perché la ragione per cui le icone non nascono più non ha a che vedere con la qualità del design. Ma con l’impossibilità – per gli oggetti ma anche per gli esseri umani – di costruire un rapporto con la storia.

Alfonso Bialetti, bisnonno di Chiara Alessi, con la sua moka, disegnata nel 1933

Una moka è per sempre

“Le caffettiere dei miei Bisnonni” si apre con la storia dell’ex premier Matteo Renzi che dona al CEO di Apple Tim Cook una moka della Bialetti. Cioè un oggetto datato, disegnato nel 1933 dal bisnonno di Chiara Alessi, Alfonso Bialetti. Un oggetto che neppure è più l’originale in senso stretto. Forme, materiali, dettagli ergonomici e logo sono infatti cambiati abbastanza drasticamente rispetto all’orginale. E, ironia della sorte, si tratta di un oggetto che nemmeno è più prodotto in Italia. Eppure non esiste niente, che sia stato disegnato e prodotto dopo la caffettiera, che per gli italiani le si avvicini in termini di simbolismo, universalità e attaccamento emotivo. Come è possibile?

A caccia di colpevoli

Verrebbe da pensare – e numerosissimi “nostalgici” salterebbero ben volentieri su questo carro – che “le cose non si fanno più bene come un tempo”. Non sentiamo forse questa irritantissima frase almeno una volta al giorno? Applicata a tutto: dai libri alla musica alla moda. Si potrebbe anche ipotizzare, però, che sia impossibile un’icona che rappresenti l’oggi perché manca la distanza storica. Perché, in sostanza, non abbiamo ancora colto l’essenza del mondo dopo gli anni Zero.

La poltrona Sacco, di Gatti, Paolini e Teodoro, per Zanotta, 1968 – illustrazione di Yoshiko Kubota

I designer e la distanza storica non c’entrano

Ma, secondo Chiara Alessi, se le icone non esistono più non è colpa dei designer, delle aziende o del pubblico. Né della mancanza di una distanza temporale sufficiente. Infatti il Sacco di Zanotta o il Juicy Salif di Starck sono state riconosciute immediatamente e universalmente come icone. Il problema sarebbe invece, secondo l’autrice, il nostro rapporto con il tempo e con la storia. Nostro inteso come di noi, in quanto persone, e di tutto quello che creiamo (cioè gli oggetti). Ed è in questo passaggio che “Le caffettiere dei miei bisnonni” porta la mente al di là del design.

In perenne aggiornamento

Chiara Alessi parla dell’oggi come di un tempo «in perenne aggiornamento», come se fosse un software. In cui ogni cosa viene sostituita dalla nuova versione di se stessa. O rimpiazzata tout court da qualcosa che la rende immediatamente obsoleta. È anche un mondo in cui ci hanno insegnato che quello che indossiamo, mangiamo, leggiamo e usiamo parla di noi. E che quindi sul palcoscenico mette l’individuo e l’oggetto come suo accessorio brandizzante. L’oggi è un mercato in cui tutto è comunicato e “consumato” ad altissima velocità. Talvolta (vedi il caso di prototipi presentati alle fiere o rendering sui blog) addirittura prima ancora di esistere sul serio. L’onnipresenza delle immagini on e offline – anche se dura un battito di ciglia – accelera il viaggio verso il dimenticatoio.

La caffettiera di Richard Sapper 9090 per Alessi (compasso d’oro 1979, a sinistra) e la moka Bialetti.

La nuova natura del desiderio…

In questo “presente continuo”, tutto è apparentemente accessibile alla maggior parte delle persone: notizie, prodotti, viaggi, i ricordi sui social network, persino le relazioni (pensate a Tinder). Come negare che questa “facilità di accesso” abbia un impatto sulla qualità del nostro desiderio? «Non è che non ci si appassioni più alle cose», spiega Chiara Alessi. «Il presente senza futuro è un tempo di perenni desideri e soddisfazioni dei desideri ma senza la metabolizzazione necessaria per trasformarli in un sentimento più complesso e maturo».

Funzione e durata contro emozione e immediatezza

Che è il motivo per il quale oggi hanno successo quelle “cose” «che non necessariamente devono funzionare e durare ma sanno dare emozioni, istantanee e forti». È una precarietà ha cambiato il nostro rapporto con gli oggetti: che aumenta l’interesse verso l’atto del desiderare più che verso il possesso. Come il love addict che ama l’amore e non davvero il partner.

Interruttore rompitratta di Achille Castiglioni, VLM, 1968.

Ecco quindi che l’atto di desiderare diventa più desiderabile dell’oggetto del desiderio. Chiara Alessi cita a proposito le code davanti agli Apple Store per accaparrarsi l’iPhone. E le trovate intelligenti di un libraio di Tokyo che vende un solo libro alla settimana. Ma, chi ha figli adolescenti lo sa benissimo, la “vendita del desiderio” è spinta oggi soprattutto dalla moda street style che si rivolge ai giovanissimi. Che, quando si avvicina il giorno del “drop” (la consegna delle nuove collezioni nei negozi), non esitano a formare file chilometriche.

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Da Supreme o Stüssy, in primis, ma anche da Adidas, Nike, The North Face, in negozi come Palace, Sneakernstuff. Quello che accade è emblematico. Perché chi riesce a entrare per accaparrarsi l’agoniata T-shirt la rimette poi in vendita online quasi immediatamente, a un prezzo molto più alto. Sono veniali, i ragazzini. E smart. Ma soprattutto non gli importa più davvero molto di possedere una maglietta quanto di provare il brivido di arrivare in tempo per acquistarne una. È più icona allora la T-shirt o il desiderio di desiderarla?

Dal design al senso della vita

L’umanità che esce da “Le caffettiere dei miei bisnonni” è un’umanità sola, che cerca disperatamente un aggancio con gli altri e con la propria storia. Senza trovarlo. «Si fa la coda per sentirsi desiderare qualcosa, per vedersi e farsi vedere in attesa dell’oggetto del desiderio», scrive Alessi. «Si fa la coda per sentirsi parte di una collettività che si mette volontariamente in una posizione di attesa». E ancora, parlando del crescente desiderio di mettere in evidenza, in casa, oggetti della memoria personale. «La relazione tra persone e cose viene spesso personalizzata attraverso oggetti esclusivamente emotivi, scultorei. Che a differenza delle icone storiche del design sono scelti in base a una storia personale. Souvenir di altre vite che vorremmo, oppure oggetti che diventano pretesti per dire qualcosa di noi, spesso solo a noi. Senza l’ambizione di riconfigurare un paesaggio convincente e duraturo, collettivo». Come invece facevano le icone.

Juicy Salif di Philippe Starck, Alessi, 1990

Senza un presente

È solo guardando all’oggi come un territorio individualista, in cerca di un senso di appartenenza che si esaurirà in una relazione istantanea, che si coglie il senso della tesi del libro. E cioè che l’oggi non produce icone perché non è in grado di produrre un presente univoco, vero e condiviso. Mentre le icone sono figlie del tempo che le crea – sia che lo sostengano o che vi si oppongano, poco importa. Ne consegue che l’incapacità di crearle rappresenti la vittoria dell’effimero, dell’estemporaneo, del frettoloso senza spessore.

Dai chi e cosa al come

Sono constatazioni che personalmente trovo deprimenti perché verissime. Però Chiara Alessi lancia nel libro un punto di vista ottimista, per lo meno per quanto riguarda il design. «Sarebbe sbagliato considerare la scomparsa delle icone come un fallimento o un rimpianto. Se per moltissimo tempo il design si è interessato ai “chi” e ai “cosa” e a cavallo dei Duemila l’attenzione inizia a rivolgersi ai “come”, gli anni Dieci saranno l’epoca dei “perché”». La curatela del Triennale Design Museum illustra in modo egregio in che modo il “come” produca oggi più innovazione del “cosa”. Cioè come il progredire del design si alimenti oggi più attraverso la ricerca in termini di processo creativo, produttivo e di vendita che di ricerca formale.

Dal come al perché

Il passaggio dal “come” al “perché”, invece, non viene spiegato nel libro. La mia interpretazione è che più che di una certezza si tratti di una speranza. Che il contemporaneo trovi la forza di interrogarsi, con tempo e pazienza, sulle motivazioni che lo muovono. Si tratterebbe di un passaggio fondamentale per creare un presente diverso, progettato e non subito. Guidato dall’etica e non dal mercato. Ed è vero che sta accadendo. Penso per esempio al lavoro che alcune città – come Barcellona – che disegnano scenari digitali urbani alternativi a quelli che vanno per la maggiore. (Ne abbiamo parlato qui). È in questo genere di progetti che il design ritrova la sua carica di creatore di nuovi significati, legati al presente ma ad esso contrapposti. È questa, come spiega “Le caffettiere dei miei bisnonni”, l’essenza e la ragion d’essere delle icone. Che forse, nella contemporaneità, più che oggetti, potrebbero prendere la forma di motivazioni progettuali.

Tutte le illustrazioni sono di Yoshiko Kubota esono tratte da Le Caffettiere dei miei Bisnonni, Utet, 2018.

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