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Alberto Meda: la mia Solar Bottle potrebbe cambiare il mondo

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Parlando con Gabriele Diamanti, qualche tempo fa (ricordate? quello del contenitore di terracotta che trasforma l’acqua marina in acqua potabile e che ha deciso di condividere con il mondo la sua invenzione con una licenza Creative Commons: designlarge-d.blogautore.repubblica.it/2011/11/11/il-chiodo-fisso-di-gabriele-diamanti/), mi sono chiesta che fine abbia fatto un altro progetto utile: la Solar Bottle di Alberto Meda e Francisco Gomez Paz, una bottiglia in PET che rende potabile l’acqua sfruttando un trattamento di depurazione che usa i raggi UVA e infrarossi dell’energia solare per distruggere gli agenti patogeni. Un progetto che si è aggiudicato, qualche anno fa, l’Index:Award e che, mi raccontava Alberto Meda qualche tempo fa, era difficile far decollare a livello industriale.

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Cosa pensa dell’idea di Gabriele Diamanti e anche della sua decisione di dare libero accesso al concept, proponendolo con una licenza Creative Commons?

Penso che sia un’ottima proposta e che la distribuzione open source sia perfettamente in linea con la natura del progetto.

Avete mai pensato a un approccio del genere per la Solar Bottle?

No perché si tratta di un prodotto completamente diverso che va prodotto industrialmente. Del resto l’idea ci è nata in maniera spontanea, chiaramente senza alcun pensiero alle possibilità di business legate al concept. Poi è arrivato l’Index:Award, cioè 100.000 euro da spendere nella realizzazione del prototipo. A questo punto abbiamo realizzato gli stampi e 20 bottiglie. E testato, scientificamente, l’effettiva efficienza e funzionalità nell’utilizzare i raggi UV per spaccare le molecole degli agenti patogeni. Parte di questa fase è anche lo sviluppo di un sensore che ci dica se la quantità di raggi solari è sufficiente per produrre la pulizia dell’acqua: che succede ad esempio se una nuvola copre momentaneamente il sole? Che effetto ha sul processo?

La Solar Bottle quindi ha un prezzo. concorso-index-solar-bottle-design-sostenibile

All’interno di un business model tradizionale, regalare la Solar Bottle è impossibile: troppo costosa. Stiamo pensando ad alternative, come la possibilità di avere dalla nostra parte un’azienda che decida di investire nel progetto e di distribuirlo gratuitamente per un ritorno di immagine. Oppure venderle a un’entità pubblica che abbia un interesse concreto (ad esempio nella riduzione dei costi sanitari legati al trattamento di malattie dovute all’acqua sporca): il Brasile potrebbe essere una possibilità. Sicuramente questa è la parte che ci sta creando più difficoltà, rispetto a quella progettuale.

Siete quindi ancora alla ricerca di chi vi possa aiutare in questo progetto, che davvero potrebbe fare la differenza per molti?

Assolutamente sì. Non molliamo. Abbiamo anche realizzato un sito, www.solarbottle.org, che pensiamo come uno strumento per mettere in contatto volontari e la domanda effettiva per un prodotto del genere e eventualmente lavorare con delle Onlus. Usiamo, insomma, la rete per mandare avanti il progetto. La sfida è quella di trovare degli imprenditori che abbiano voglia di coniugare profitto e beneficio, partendo però dal secondo. Non è facile, ma ho speranza.

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