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Hagit Pincovici: il colore cambia la vita

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Non cambieranno forse il destino del design ma i progetti di Hagit Pincovici sono comunque interessanti. Hagit usa infatti il colore come elemento chiave per sottolineare la forma di un oggetto – e quindi anche la sua funzione – mescolando in modo spesso inaspettato i materiali e ponendo l’attenzione sui dettagli delle singole parti, in modo particolare sulle giunture. Il lavoro di questa giovane designer israeliana (che ha anche studiato in Italia, alla Domus Academy – e parla benissimo l’italiano) mi piace quindi per il suo saper dare valore a quei piccoli elementi che spesso sono considerati solo come aggiunte estetiche ma che in realtà – assommati ad altri – fanno il valore vero di un oggetto.

I tuoi progetti sembrano spesso scaturire da una volontà chiaramente espressa di mescolare materiali che spesso non vediamo insieme. Perché lo fai? Diciamo che la sperimentazione con i materiali fa un po’ parte del mio dna. In realtà non ho un metodo ma seguo semplicemente il mio istinto. Però la mia storia personale (suo nonno era un famoso artigiano israeliano, esperto nella lavorazione delle plastiche, ndr) mi ha portata ad essere sempre circondata di persone esperte nella lavorazione dei materiali più svariati. Fin da bambina quindi sono stata messa in contatto con questo mondo e per me era normale vedere che da un pezzo di materia poteva nascerne un altro. Venivo di fatto incoraggiata a «giocare» con i materiali io stessa. La mia sedia  Alma è stata ad esempio il risultato di una lunga serie di tentativi di mescolare forme e colori, di creare composizioni e di trovare le giuste giunture per metterle insieme.

L’altro elemento chiave nei tuoi progetti è il colore. Come mai? Perché il colore cambia la vita – quella vera, di tutti i giorni.  Penso di averlo capito a Copenhagen, dove sono stata durante uno scambio con l’Università. I danesi prediligono una palelle di colori sobria che però allo stesso tempo porta sempre con sé un elemento-sorpresa. Ecco, in quel paesaggio, così naturalmente freddo e pallido, quelle scelte cromatiche erano state in grado di cambiare il volto del paese con il loro calore e la loro forza visiva. Da allora mi sono focalizzata sul colore, ben conscia di quanto esso può dare (se scelto bene) al nostro quotidiano. Ho avuto la fortuna di lavorare poi con Colé che mi ha sempre incoraggiata nel perseguire questa mia ricerca (Hagit ha progettato per Colé la madia A-Line: qui i colori che ‘tagliano’ verticalmente il pezzo a livello visivo sono di fatto degli elementi che separano i cassetti). Quando è stato il momento di selezionare i colori per le nuove collezioni l’abbiamo fatto insieme, e sono stati felici di creare una collezione in limited edition che propone una diversa palette ogni anno.

La tua famiglia è molto attiva nel settore dell’artigianato fin dagli anni 60, soprattutto per quanto riguarda la lavorazione del plexiglass. Qual è secondo te la differenza tra l’essere artigiano oggi e negli anni 60? La differenza ha molto a che vedere con la tecnologia: oggi essa ci permette di essere più precisi e quindi di progettare dettagli a livello anche quasi di miniatura e di realizzarsi con lavorazioni delicatissime. Questo in passato non era possibile. Ci sono dei chiari vantaggi nel trasformarsi da artigiano esclusivamente manuale a tecnico: per quanto riguarda la mia madia, per esempio, le maniglie in plexiglass sono state disegnate per formare esattamente una linea diritta tra di loro. Non era facile, considerando i limiti naturali del materiale e la forma del mobile. Le macchine hanno reso la vita dell’artigiano che le ha lavorate molto più semplice anche se chiaramente la finitura a mano aggiunge sempre un che di speciale. È l’unione dei due elementi che fa la forza.

Hai studiato in Italia, alla Domus Academy. Cosa pensi del nostro paese e della sua cultura (mi riferisco al design ovviamente)?

Dopo la laurea (all’Università di Bezalel) ho lavorato per qualche anno, prima di vincere una borsa di studio per la Domus Academy. È stata un’esperienza molto piacevole soprattutto grazie alle persone che ho incontrato e al tipo di progetti che mi è stato assegnato. Diciamo che è stata un’ottima entrée nella cultura del progetto italiana che secondo me è fatta di una grande apertura mentale verso il nuovo ed è supportata da questa incredibile cultura artigianale di cui il paese intero è intessuto. Ho anche l’impressione che il tessuto sociale del paese si basi sul supporto reciproco tra le persone: che la gente si parli, abbia voglia di conoscersi, di presentarsi l’uno con l’altro e questo mi piace. E poi vuoi mettere l’eccitazione, quando si sta lavorando a un qualsiasi progetto (che sia un oggetto, una mostra, un evento)? Completo apparente relax e un caos totale fino a un attimo prima dell’apertura e poi, come in una sorta di miracolo, all’improvviso tutto a posto, tutto perfetto come se fosse stato pronto per settimane. In Israele i processi sono più strutturati, più tecnici e meno flessibili (malgrado questo, però, penso che anche da noi i progetti poi escano con un cuore e un’anima). Diciamo che sono contenta di essere cresciuta nella mia cultura, che mi ha anche fatto capire quanto sia importante osare e credere in quello che fai.

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