Interviste, Scrittori
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Il libro dei Bambini Soli

Il Libro dei Bambini Soli, opera prima di Enrico Sibilla, è un libro allo stesso tempo affascinante e inquietante, che regala uno sguardo pieno di rispetto, curiosità e apertura verso il diverso e usa la bellezza della scrittura per dare al quotidiano una dignità quasi epica.

Non scrivo mai su questo blog di libri che non siano di design. Ma ho fatto un’eccezione per  Il Libro dei Bambini Soli, opera prima di Enrico Sibilla che esce oggi per Il Saggiatore. Innanzi tutto perché mi ha capita solo tre o quattro volte all’anno di leggere pagine in cui sento la necessità di sottolineare frasi per volerle poi ricordare: e questo volumetto dalla copertina graficamente accattivante (ma a una seconda occhiata inquietante) ne è pieno. E poi perché ci ho trovato uno sguardo che ha molto a che vedere con quello che chi progetta e inventa il mondo intorno a noi dovrebbe avere.  Fatto di rispetto, curiosità e apertura verso il diverso; che usa la bellezza e lo stile (in questo caso della scrittura) per elevare il quotidiano a una dignità quasi epica; che non ha paura anche di fronte alle cose che fanno male perché è da lì che si parte per diventare grandi.

È, questo, un libro di storie, vicende sospese in una normalità allucinata perché scarna, in cui nulla apparentemente accade mentre dentro chi la vive si prepara l’impensabile. E i protagonisti di questi quadretti di vita dipinti a pennellate dense sono i bambini. I bambini soli. Non quelli di cui leggiamo sui giornali, costretti all’abbandono da circostanze più grandi di loro e per questo incontrollabili. Non i piccoli profughi, gli indigenti, i malati. Ma bambini che potrebbero essere i nostri o noi stessi.

«Questo è un libro che apre porte segrete, in cui la bellezza delle parole fa da contraltare ai demoni che agitano i protagonisti, che assorbe il lettore in una spirale continua di cui si pensa di intravvedere il fondo quando si è solo metà della caduta».

C’è un solo modo per non essere inghiottiti e travolti emozionalmente da questi racconti nati dallo scarto tra quello che ci si aspetta e quello che è, in bilico tra speranza e tragedia, in perenne oscillare ritmico tra vita e morte ma allo stesso tempo così spaventosamente familiari: girare le pagine con pacatezza, regalandosi un necessario tempo di decantazione; affrontare ogni paragrafo come una poesia; assaporare ogni riga sapendo che condurrà altrove (a volte anche dove preferiremmo non arrivare). Sono “istruzioni per l’uso” necessarie perché questo è un libro che apre porte segrete, in cui la bellezza delle parole fa da contraltare ai demoni che agitano i protagonisti, che assorbe il lettore in una spirale continua di cui si pensa di intravvedere il fondo quando si è solo metà della caduta. Un libro che a un adulto può far male ma lo aiuta ad aprire gli occhi. E che quindi va letto.

Il Libro dei Bambini Soli pare quindi essere stato scritto per il motivo opposto di tanta letteratura contemporanea. Non per intrattenere, per farci correre verso la fine alla ricerca di un pezzo del puzzle per far quadrare la storia. Ma per dire al lettore che sì, quella sensazione che ci sia qualcosa di spaventoso dentro ognuno di noi è vera; che non è occupandoci che scacceremo le paure che nascono dalle domande dell’infanzia (cosa ci facciamo qui, dove stiamo andando, perché); che la felicità è un diritto («in quello stadio brevissimo libero e cieco simile al volo senza controllo, la piccola sente ciò che dovrebbe sentire ogni creatura di nove anni in vacanza: la felicità che non contempla l’idea del futuro») ma un diritto che viene spesso negato («è necessaria una spinta, o una forte rincorsa, oppure un’attesa all’infinito paziente, l’intassellamento preciso di notti e giorni, ma senza speranze, perché la speranza t’incaglia nel trepidare, e il trepidare ti brucia la pelle e la ricopre di marmo»).

Affrontarne la lettura, quindi, richiede un impegno non solo intellettuale (la scrittura è piena di virtuosismi che non perdono mai di vista l’essenzialità, impregnata di ricordi letterari senza mai cadere nello sfoggio, squisitamente contemporanea nel suo spostarsi all’improvviso da un registro aulico al linguaggio freddo della scienza, della medicina, della pubblicità) ma anche e soprattutto emotivo. Perché i piccoli protagonisti non cercano la nostra comprensione, non vogliono – paradossalmente – essere meno soli sorridendo al lettore. C’è, dentro questi esserini, un condensato di umanità spesso depauperato della superimposizione della morale sociale o religiosa (anche se dalla religione spesso si parte) che li rende non bambini – teneri, da coccolare – ma cuccioli di uomo. Nel senso più spaventoso del termine: creature che amano, ma sognano di uccidere; vogliono sperimentare, e non importa se a qualcun altro può far male; sopportano, ma cercano vendetta e la trovano. E, soprattutto, vivono sulla propria pelle, in modo molto più fondamentale e intenso di quanto ci si aspetti, le conseguenze delle vicende di chi si muove intorno a loro. Regalandoci un monito che è anche una responsabilità enorme: ogni gesto conta, ogni cosa segna. Per sempre.

Enrico Sibilla, ne Il Libro dei Bambini Soli hai usato una scrittura ritmica, che spesso pare poesia. È una sensazione che hai consciamente cercato di suscitare nel lettore?
«Benché il libro sia in prosa, mentre lo scrivevo ho avuto sempre nella testa un ritmo, anzi una vera e propria ossessione percussiva, che ho deciso di assecondare. Quindi sì, praticamente tutto il libro può anche essere letto seguendone la metrica, che solo successivamente ho individuato nel novenario pascoliano. Sicuramente sul riverbero poetico del libro ha influito anche il fatto che durante la scrittura io abbia letto solo poeti. Portavo per esempio sempre con me due libri, Tersa Morte di Mario Benedetti e Millimetri di Milo De Angelis, come due vangeli laici. Non è casuale, è anzi un umilissimo omaggio, il fatto che il titolo del primo episodio (“Vicina all’anima è la linea verticale”) sia proprio un verso di De Angelis».
Cosa ti piacerebbe che un lettore tenesse nel cuore dopo aver letto il tuo libro?
«Quando un adulto interagisce con un bambino, di solito può fare due cose: rimanere in piedi e parlargli dall’alto oppure accucciarsi per guardarlo negli occhi. Non è solo una questione di esercizio inconscio del potere dell’adulto sul bambino, è proprio che abbassandosi uno ha la possibilità (e il privilegio, aggiungerei) di vedere cose che altrimenti non vedrebbe. Credo che il senso del libro sia esattamente questo: il tentativo di avvicinarsi con volontà e attenzione a qualcosa -una solitudine, una sofferenza – che altrimenti rimarrebbe invisibile. Anche la bellissima copertina si muove in questo senso: da lontano sembra un gradevole pattern grafico, quasi da carta da parati o da regalo, ma se ti avvicini scopri che si tratta di una bambolina in ceramica del primo Novecento, tutt’altro che gradevole. Ecco, vorrei che al lettore rimanesse lo struggimento che si prova davanti a “vedere” finalmente un bambino, e scoprire è stato solo per tutto il tempo in cui non lo abbiamo guardato».
In un mondo in cui la trama è sempre più principe il tuo è un libro controcorrente, dove tutto avviene nella testa e nel cuore dei personaggi. Perché hai voluto scrivere un libro simile?
«Già come lettore, negli ultimi anni mi sono progressivamente orientato verso libri in cui la trama fosse secondaria o addirittura nulla, e questo perché ho iniziato a percepire l’intreccio come un’ossessione della nostra cultura, una cultura in cui la raccontabilità di un’esperienza è vista come elemento nobilitante. Non dico che questo sia un approccio sbagliato in sé. Si scrivono ancora bellissimi romanzi, sia in Italia che all’estero. Dico solo che a me la ricerca di una “esperienza” in questo senso non interessa, perlomeno come lettore e scrittore: a me preme piuttosto quella consapevolezza naturale dell’esistere che chiamerei “senso”. Non è poi nemmeno vero fino in fondo che nel mio libro la trama sia completamente assente: negli episodi accadono infatti molte cose, ma sono solo pretesti o impostazioni di situazioni, che ho cercato di descrivere come se fossero i movimenti incessanti di uno sguardo, quello di questi sei bambini soli o di chi li vede per la prima volta».
A quale dei piccoli personaggi ti senti più legato e perché?
«C’è qualcosa di me in ciascuno di essi, persino nel neonato di “Pittura bianca su carta”, ma ho davvero cercato con tutte le mie forze di porre una distanza tra me e loro, perché la materia di questi episodi è toccante e dolorosa ed era per me importante mantenere il controllo sulla scrittura. In questo senso sicuramente la lingua che ho usato ha avuto anche la funzione di cuscinetto, uno strato intermedio in grado di salvaguardarmi mentre maneggiavo tematiche e situazioni così struggenti».
Cos’è l’infanzia oggi? e in che senso il tuo libro ne affronta l’immagine?
«Non so se il mio libro affronti l’infanzia in sé, anche perché l’infanzia che ho vissuto io, nato nel 1969, è radicalmente diversa da quella che hanno vissuto i miei figli, nati nei primi anni 2000, ma sicuramente prova a concentrarsi su un elemento dell’infanzia che temo sia universale, e cioè la solitudine. Mi riferisco a una solitudine “normale” e quotidiana, fatta di piccole disattenzioni o sprazzi di invisibilità e assenze, ma che è ugualmente intensa e disperante per il cuore di un bambino. Questa solitudine credo l’abbia sperimentata chiunque: tutti siamo stati dei bambini soli, almeno una volta, a prescindere dall’amore dei nostri genitori. Il mio libro prova a curare proprio questi momenti, a salvare i bambini soli che siamo stati. E lo fa nei modi fantastici e parossistici – qualcuno ha detto “poetici” – in cui avrei voluto essere salvato io quando mi sono sentito solo».
Perché hai scritto questo libro?
«Perché due anni fa durante una recita scolastica di mio figlio Pietro sono stato letteralmente rapito dalla grazia di un bambino in ultima fila. Quel bambino, di cui non so nulla, aveva un deficit cognitivo che spingeva la maggior parte dei suoi compagni a non rivolgergli la parola in quel momento di gioia condivisa: nessun bullismo, nessun maltrattamento, semplicemente non era interessante per loro in quel contesto di festa. Questo libro l’ho scritto per lui, per rimetterlo al centro della festa. Ma l’ho scritto anche per me, come consolazione postuma per quei momenti in cui mi sono sentito solo. E infine l’ho scritto per i miei figli, a cui è dedicato il primo verso: “Non abbiate paura. Non avete paura”».

 

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