Design, Digital, Opinioni
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Il futuro del design delle cose è nell’internet delle cose?

Il design conta nel mondo di IoT (Internet delle Cose) forse più di quanto non contasse nel vecchio universo analogico. Perché la tecnologia in più è benvenuta solo se sarà non invadente, gentile, e soprattutto umana.

Il futuro per chi progetta è nell’internet delle cose; ma anche e soprattutto che le qualità “analogiche” di un designer “tradizionale” sono proprio quello che serve in questo nuovo mondo connesso: per rendere la tecnologia non invadente, gentile, davvero umana. (E la quantità di lavoro, per chi sarà in grado di intercettare questo settore venendo però dal design “tradizionale”, cioè apportando skills “analogici” a una realtà digitale, sarà immensa).

Sono i pensieri che venivano spontaneamente in mente all’ultima edizione di Frontiers of Interaction a Milano. Da 10 anni Frontiers Of Interaction o FrontiersX (una specie di TED Conference made in Italy) porta da noi una discussione di alto livello sul tema dell’interaction design, disciplina tanto fondamentale quanto spesso sconosciuta dal grande pubblico. Una piccola premessa per i non addetti ai lavori. L’interaction design è importantissimo perché ha il compito di capire l’essenza delle relazioni (tra le persone e la tecnologia e ora, sempre di più, tra le cose stesse) e di riprogettarle perché siano più intuitive, più semplici, più appaganti e significative. Per intendersi, se non capite a prima vista come funziona uno smartphone o una App (ma anche come si accende una lampada, come si usa una caffettiera, come si monta un tavolo flat pack) la colpa è di chi ha disegnato il vostro modo di usarlo.

Al Vofadone Village di Milano, Frontiers of Interaction ha portato in scena un mondo (che mi ha riportata ai tempi in cui lavoravo per Philips Design con Stefano Marzano, uno che guardava lontanissimo negli anni Novanta) in cui il design sta acquistando un ruolo strategico. Perché internet delle cose è ormai una realtà. E internet delle cose non è un soggetto per geek tecnologici ma per i designer. Infatti, altro non è se non la possibilità di far dialogare non solo persone e cose ma anche gli oggetti tra loro (banalmente, la bottiglia di latte che invia dati al frigorifero o alla pattumiera per aiutarci a fare la spesa o a realizzare la differenziata).

A Frontiers of Interaction, per esempio, c’erano aziende storiche come Moleskine, focalizzate sulle “cose”, che sono riuscite ad allargarsi al mondo digitale senza snaturarsi; department stores (come John Lewis in Inghilterra, una specie di Rinascente meno upmarket) che trasformano il loro modo di dialogare con il proprio pubblico (non solo con l’online shopping ma creando esperienze che facilitano le scelte nel luogo fisico); e poi ancora banche, come Intesa San Paolo, che vogliono ripensarsi in toto proponendo modelli fisici più relazionali e relegando le operazioni di routine al digitale.

Ognuno di questi esempi meriterebbe una storia a sé stante (che spero di trovare il tempo di raccontare a breve qui o sul giornale). Quello che mi premeva sottolineare oggi – fresca di conferenza – era il bisogno di immergere il design di prodotto, quello che è da sempre abituato a confrontarsi con il quotidiano della gente comune, in questo mondo, spesso visto come “antagonista” perché nato in un contesto hightech. A Frontiers of Interaction tanti tra gli speaker erano designer. Perché è chiaro che le competenze che servono per ripensare le nostre case (come sta facendo per esempio l’MIT) sono custodite nei cervelli e nelle sensibilità di chi le abitazioni le progetta da sempre. Del resto Maria Giudice (nome e origini italiane ma americana doc), VP di Autodesk dopo un passato come Capo Design di Facebook, lo ha detto chiaro e tondo: siamo entrati nell’era del DEO, il Design Executive Office. Che non è necessariamente un designer ma che come un designer pensa, crea e si relaziona.

Essere a Frontiers of Interaction è stato bellissimo. Ma mi ha stupita non trovare in questo contesto nessuna azienda di quello che tradizionalmente chiamiamo “il design italiano”: il mondo dell’arredo, che invece credo possa proprio in questo settore scoprire che un “altro futuro” – anche economicamente sostenibile – può esistere (e che non è assolutamente in contraddizione con il proprio passato ma, al contrario, ha tanto da imparare da esso dal punto di vista della sensibilità). Prova ne è che l’intervento di Daniele Lago (unico presente del mondo del Made in Italy, invitato come ospite speciale da Intesa San Paolo con cui l’imprenditore-designer collabora nella re-invenzione delle filiali) ha fatto uno degli interventi più applauditi della conferenza. Perché la cultura dello sharing, della condivisione (universalmente riconosciuta come quella su cui si costruiranno i nuovi modelli di business), inizia allargando i propri orizzonti ad altri mondi senza il timore di venirne sopraffatti.

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