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Invenzione senza confini

Secondo il British Council il vero nuovo e l’invenzione pura nascono quando le discipline si mescolano e il confine tra design, ingegneria, architettura, medicina, biologia e scienze umane si disfa. Un’idea di drammatica attualità che fa pensare.

Sui giornali non si parla d’altro che di muri, di confini che se non ci sono vanno creati, forse anche per dare una fisicità a quelli mentali che ci paralizzano. Anche se un detto ricorda che “staccionate ben erette creano un buon vicinato” non si può non cogliere il potenziale rischio di un pensiero che evita lo sforzo del dialogo usando divisione e separazione. Rischio per la democrazia, certamente. Ma anche per l’innovazione e quindi per l’economia, l’industria, i servizi. E per il design.

C’è una sottile ironia nel fatto che proprio nel momento in cui l’Inghilterra si appresta a costruire la sua palizzata a Calais sia proprio il British Council a portare in Europa – nello specifico, a Milano – un programma nato per aggregare, integrare e mescolare. Della campagna New British Inventions, infatti, quello che conta di più non è tanto l’aggettivo British quanto la parola “inventions” unita a “new”. Il tipo di invenzione che gli UK promuovono, infatti, nasce da un rapporto multi-disciplinare, da un mixare di saperi (e quindi persone, esperienze e pensieri).

Osservare scintille di genio quando professionisti di diversi settori si incontrano non è una novità. Ma – come ha spiegato Annie Warburton, Creative Director del Crafts Council – è ormai ora di passare dal mondo degli incontri fortuiti (per esempio tra il mondo dell’artigianato e quello dell’industria) a uno di relazioni organizzate, o comunque favorite da un sistema educativo, lavorativo e di ricerca in cui la diversità è un valore e i problemi vanno risolti sommando sguardi e tradizioni diverse.

Sono temi di cui su questo blog abbiamo già ampiamente parlato (per esempio dando voce ad alcuni giovani che hanno scelto questo approcciomostrando come design e biologia possano creare sentieri nuovi) che in alcune realtà universitarie come il Politecnico di Milano (come abbiamo raccontato qui, spiegando anche perché sia un grande momento per studiare design) nonché da studiosi come Stefano Micelli vengono egregiamente affrontati (la sua mostra New Craft alla Fabbrica del Vapore è proprio su questo). E che aprono un grande ventaglio di possibilità per i giovani che – se sceglieranno la professione del designer – hanno di certo oggi più chances di creare il nuovo (lavorando in team in industrie che fino a ora avrebbero snobbato, come le farmaceutiche, ingegneristiche, mediche…) di quanto l’avessero fino a pochi anni fa.

È certamente lodevole che il British Council si faccia carico di dimostrare – mostrando progetti come la base antartica di Halley di Hugh Broughton Architects o come la macchina per realizzare tessuti in 3D di Oluwaseyi Sosanya getti alla mano – quando un approccio collaborativo tra discipline diverse possa portare a una vera, nuova innovazione. Ma è anche un modo per vedere le due anime di un paese in cui coesistono un’anima isolazionista e una avanguardista, una che ha scelto l’isolazionismo cercando la separazione dall’Europa e un’altra che ha capito quanto la multi-culturalità, se gestita bene, sia un valore aggiunto preziosissimo anche per l’industria e l’economia.

È una lezione che è giusto assimilare. Perché nel nostro paese, dove le sacche di eccellenza esistono in innumerevoli settori e dove per tradizione (quella umanistica, rinascimentale) siamo portati a mixare i saperi, siamo ottimamente posizionati per creare il questo genere di nuovo. Sarebbe straordinario vedere anche in Italia istituzioni come il British Council o il Craft Council che si fanno carico della promozione e della comunicazione della creatività di un paese e del suo ruolo nel mondo. Azzerando i confini, almeno per quanto riguarda l’innovazione.

Il programma New British Inventions è stato presentato il 7 settembre a Base Milano. Le discussioni che sono seguite sono state moderate da Marco Sammicheli, design curator di Abitare. Le informazioni sul programma sono disponibili cliccando qui.

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