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Joseph Grima: la convivialità fa bene al design (e alle persone)

Convivialità, occhi spalancati sul mondo e un po’ di ribellione. Una serata alla Triennale con Joseph Grima, nuovo creative director della Design Academy di Eindhoven (e molto altro).

Ascoltare Joseph Grima – è accaduto giovedì sera a Un Posto Dove Stare Bene alla Triennale – è bellissimo. Perché il nuovo Creative Director della Design Academy Eindhoven (ma anche direttore artistico per la candidatura di Matera a capitale europea della cultura 2019, di cui inizia il countdown oggi, e molto altro) dice cose che spiazzano. Senza provocazioni né colpi di scena ma semplicemente perché gli viene naturale: è uno che osservando quello che è davanti agli occhi di tutti, sembra vederci cose completamente diverse. E provare un piacere inebriante nel condividerle.

Un’illustrazione di Domus che ritrae Joseph Grima – che ha diretto la rivista dal 2011 al 2013.

Alla fine del suo intervento alla Triennale ha detto per esempio con nonchalance: «se c’è un equivalente al mondo oggi di quello che era Milano negli anni del boom del design, è Shenzen». Lo stupore dei presenti si toccava con mano. Il Design Museum di Londra (leggi un’intervista col direttore Deyan Sudjic qui) ha azzardato in una mostra un paragone del genere, tra la Milano dell’epoca d’oro e la California. Ma Shenzen?

Poi Grima ha fatto vedere una serie di oggetti acquistati al mercato dell’elettronica della città cinese: telefoni a forma di Hello Kitty, microfoni per il karaoke, cover di smartphone che erano smartphone loro stessi. Cose kitsch, cinesate da mercatino. «Siamo così abituati a vedere questo tipo di prodotti come qualcosa di asettico, come se venisse partorito da macchine lontane. Invece ci sono dietro storie umane incredibili e straordinarie», ha detto Grima. Perché tutti questi oggetti vengono realizzati non da multinazionali ma da piccole imprese, spesso familiari, che “ascoltano” il mercato e reagiscono in modo immediato realizzando soluzioni ibride, innestando elementi, mescolando competenze e ispirazioni diverse.

È un’innovazione che ovviamente non ha nulla a che vedere con quello che facevano le imprese e i designer italiani degli “anni d’oro” ma che certo di quell’epoca ricorda il desiderio di tentare il diverso, la sete di riuscire a tutti i costi, la capacità di ascoltare la gente e di reagire in modo immediato alla realtà – quella vera, che si tocca con mano e con l’intuito che solo i veri imprenditori hanno, più che quella che emerge da analisi di marketing e ammassi di dati.

Queste cose Joseph Grima le ama, si capisce, perché creano il nuovo partendo da una tensione collettiva, perché rispondono in modo ingegnoso al mondo reale, quello se vogliamo basico ma che rappresenta il quotidiano della maggior parte delle persone.

La Design Academy Eindhoven

È questo il pensiero che Joseph Grima porterà alla Design Academy di Eindhoven. Anche se per spiegarlo lui è partito da altro. Dalla sua ammirazione per Ivan Ilic: che non è quello di Tolstoj ma l’«anarchico cristiano», il prete gesuita e filosofo che professava l’inutilità della scuola (che a suo parere era uno strumento usato dal potere per indottrinare le generazioni alla produttività priva di etica) e che predicava la convivialità come strumento per superare la crisi planetaria (iniziata a suo dire quando le imprese moderne hanno iniziato a sostituire l’uomo con la macchina). «No, non ho intenzione di demolire la Design Academy», ha detto Grima ridendo. Di cambiarla, però, sì, dando all’insegnamento una connessione più forte con la realtà. L’altro parallelo, infatti, è stato fatto con la scuola di Taliesin West in Arizona, fondata da Frank Lloyd Wright (e ora sede della fondazione dedicata all’architetto), dove agli alunni veniva richiesto di costruirsi il luogo dove dormire e di portare uno strumento musicale per poter partecipare ai momenti di convivialità che facevano parte integrante del percorso di studi. «A Eindhoven la mia intenzione è sperimentare come una scuola possa diventare non un veicolo per l’indottrinamento di dogmi conosciuti e familiari ma una piattaforma che dà agli studenti la possibilità di realizzare le cose, preferibilmente non simulazioni o prototipi, di essere un incubatore-laboratorio di idee nuove da iniettare però direttamente nella vita vera». La ribellione di Ilic, la manualità di Taliesin e la reattività alla vita di Shenzen tutte insieme, insomma.

E anche una ripresa di quello che Joseph Grima ha già messo in piedi alla Open Design School, uno dei progetti chiave di Matera 2019 (per leggere come è stata progettata l’ultima Capitale Europea della Cultura, Aarhus, leggi qui) Che, ha spiegato, non è una scuola (leggi qui il manuale completo) ma uno «strumento di crescita delle competenze a livello di comunità, dove ognuno impara da tutti lavorando in un processo continuo di scambio tra le competenze creative apportate dai vari membri». Chi lavora nella scuola (un terzo di materesi, un terzo di molisiani, un terzo di gente del resto del mondo – è ancora possibile partecipare, vedi sul sito) sarà infatti responsabile per la realizzazione delle strutture necessarie per ospitare gli eventi di Matera 2019 – quale modo migliore per coinvolgere tutti in un progetto se non coinvolgendoli nella sua progettazione e costruzione?

È un momento bellissimo per il design e l’architettura di ricerca, in cui l’idea dell’open source viene sempre più applicata alla progettazione fisica, che del resto si mescola anche a quella digitale, avvalendosi sempre di più di gruppi multi-disciplinari di persone più che di individui isolati. Ed è bello che proprio alla Triennale, dove è in corso una mostra-palinsesto sperimentale come 999 domande sull’abitare, si sia ribadito attraverso le parole di Josepg Grima, il concetto che la convivialità oltre a fare piacere allo spirito (una recente ricerca presentata al TED ne sottolinea addirittura il ruolo salva-vita) fa bene anche all’invenzione del nuovo.

(la foto di copertina è Matera 2019)

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