Designer, Interviste
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Jurgen Bey: «per essere ‘social’, il design deve cambiare»

JurgenBey-RianneMakkink

English text: http://wp.me/p239y2-7i

“Non c’è esercizio più perverso del mettere insieme un gruppo di designer in un luogo chiuso con una missione da svolgere. A fine esperienza ci troveremmo solo con un mucchio di domande.” Jurgen Bey, designer e direttore del Sandberg Institute di Amsterdam.

Una frase provocatoria, soprattutto se detta da uno che è considerato un grande insegnante…(prima di approdare al Sandberg Institute, Jurgen Bey è ha insegnato sia alla Design Academy di Eindhoven che al Royal College of Art a Londra). Quando l’hai pronunciata?

È stato a Milano, qualche mese fa, durante una discussione sul ruolo sociale del design. Mi rendo conto che si tratta di un pensiero un po’ forte, ma lo è soprattutto se viene isolato dal contesto in cui è stato espresso.

Che era…?

Quello del social design. Sono felice che i designer vogliano essere sempre più coinvolti in questo tipo di tematiche e che tanti di loro provino un onesto interessere nell’aiutare il mondo a migliorare. Purtroppo, però, le idee e i concetti che il design mette sul tavolo a riprova del proprio impegno spesso sono esercizi di stile o poco più. Ti dirò di più: penso che se ci fosse un disastro da qualche parte (penso a uno tsunami, un terremoto, una catastrofe naturale insomma) e se fosse affidato a dei designer il compito di affrontare la situazione, probabilmente finirebbero con l’eliminare qualcosa che effettivamente funziona e con il sostituirlo con qualcosa di senz’altro più bello e più valido in termini di ‘user experience’. Che non è esattamente quello di cui una popolazione colpita da un disastro ha bisogno in quell particolare momento.

Allora il design non serve a nulla, tranne fare oggetti più belli di cui non necessariamente abbiamo bisogno?

No, non è così. Quando ho detto quella frase che hai citato all’inizio, non volevo certo allontanare i professionisti o gli aspiranti tali dall’impegno nel sociale. Al contrario, il mio scopo era di mostrare la necessità di occuparsi di contesti piuttosto che di oggetti e di sperimentare su sistemi e processi. È meraviglioso che il design voglia impegnarsi nella risoluzione di problematiche sociali e penso che potenzialmente potrebbe fare grandi cose. Ma solo se i designer cominciano a pensare in un modo diverso: più pragmatico e legato al contesto più ampio nel quale il problema da risolvere si inserisce.

Trovi che il design si sia muovendo in questa direzione o no?

Sì, penso di sì. Per decenni il design si è adoperato per migliorare le cose, intese come oggetti. Adesso invece noto sempre più interesse nei processi, cioè una riconsiderazione su come essi vengono creati. È un cambiamento epocale. Migliorare le cose implica necessariamente una grande attenzione a materiali ed estetica: che si parli di produzione industriale o di oggetti fatti a mano (del resto, anche se molti pensano che questo desiderio di ‘fare a mano’ sia una novità dei nostri tempo, in realtà è dagli anni 80 in Italia che si lavora sulle limited edition). Lavorare sui processi, invece, significa concepire macchine innovative e nuovi modi di produrre. Si tratta di argomentazioni di vitale importanza: innoveremo infatti il nostro modo di vivere, in chiave sostenibile, solo cambiando le logiche della produzione e le sue modalità. Abbiamo ora i mezzi tecnologici per pensare a nuove metodologie industriali che funzionino anche su una scala XS: personalmente penso che il futuro sarà fatto facendo rinascere il rapporto tra produttori e consumatori, riportando le aziende nelle nostre città, trasformandole in realtà pulite. Dobbiamo ricominciare a fare, ma in modo diverso. È una grande opportunità per il design: progettare il sistema, invece del prodotto. E sono tanti i designer che già oggi – forse senza saperlo coscientemente ma solo ‘annusando’ quello che c’è nell’aria – si adoperano in questa direzione: lavorando sulle macchine, la loro intelligenza e la loro capacità di farci avvicinare a queta visione. Nel lungo termine cosa ci salverà? Un nuovo sistema, non votato alla crescita infinita ma a uno sviluppo sostenibile, oppure un bell’oggetto? Non è certo creando ancora più cose che il design può migliorare la qualità della vita ma pensando  a processi che possano scuotere l’essenza del sistema come lo conosciamo oggi. www.studiomakkinkbey.nl

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