Designer, Giovani designer, Interviste
comment 1

La speciale normalità di Paolo Cappello

ENGLISH TEXT

Una chiacchierata con Paolo Cappello, designer (su di lui leggi anche questo servizio uscito sul DCasa) – preparatevi a trovare il suo nome un po’ ovunque al Salone del Mobile ad aprile…

PAOLO CAPPELLO

Qual è stato il tuo primo progetto? Una sedia per le bambole di mia sorella! Avevo circa 7 anni e mio padre mi aveva appena spiegato – usando un libro con i disegni della Fiat 500 –  che le cose che ci circondano vengono disegnate da qualcuno. È stata una scoperta! A tal punto che iniziai a fare schizzi sulle tavole di compensato e a ritagliarle. Così è nata la mia prima sedia…

Hai tanti progetti in produzione. Non ti viene ogni tanto da chiederti se c’è ancora davvero bisogno del design oggi? C’è più bisogno di design oggi di quanto non ce ne sia mai stato. Quello che serve però è un design responsabile, una disciplina al servizio dell’industria per creare prodotti con senso cui rapportarsi in modo umano. Siamo bombardati di immagini e messaggi, vediamo costantemente tutto e il contrario di tutto…il design deve invece aiutarci a fare ordine, a creare un mondo meno schiavo del messaggio fatto di oggetti semplici, etici, sensati, che assolvano la loro funzione con immediatezza, senza bisogno di interpretazione e che non gridino.

3_ouverture_paolo-cappello_miniforms-2012

I tuoi oggetti effettivamente sembrano proprio così… Diciamo che perseguo un valore prima di tutto, la semplicità: non credo nel design che deve stupire a tutti i costi. Cerco di arrivare all’essenza delle cose eliminando il superfluo: sembra facile ma è la cosa più difficile del mondo, ci vuole un attimo per cadere nel banale.

Cosa pensi delle case italiane?

In Italia c’è poca propensione alla sperimentazione nell’arredamento domestico: si preferiscono – se ce li si può permettere – i pezzi storici e riconosciuti del design… C’è un buon gusto generale (e spesso nelle case italiane si trovano delle perle del passato, magari ereditate dal nonno) ma anche una grande ripetizione di canoni conosciuti: uscire dal seminato non piace ai più. In generale, mi sembra che l’italiano medio sia propenso a spendere di più per i prodotti legati alla propria persona che al proprio ambiente: chi gira con giacche da 500 euro è probabile che dorma su un materasso da 100. A me questo sembra un controsenso ma alla maggioranza degli italiani no.

aleifo

Come mai gli italiani sono più attenti a cosa indossano rispetto a cosa si mettono in casa? È tutto legato alla percezione della qualità. In Italia si tende a legare questo concetto all’estetica di una cosa, accantonando le questioni prestazionali/costruttive. Del resto, se ci pensi, non c’è nemmeno una cultura approfondita in tema di moda quanto un desiderio di apparire, mostrarsi con un capo di abbigliamento costoso per dichiarare il proprio status oppure per essere più in linea con il personaggio che si vorrebbe essere… Paradossalmente, la casa è una realtà più intima di quello che ci mettiamo addosso per il semplice fatto che la condividiamo solo con pochi persone e non con il mondo che ci gira intorno. Non sono un antropologo, non ho la presunzione di capire le ragione di questa situazione ma di sicuro i media, e la TV in particolare, hanno dato un forte impulso a questa cultura dell’apparire.

caixa_1

L’Italia può ancora vantare un primato nel design? Non è semplice campanilismo, ma sono convinto che l’Italia sia tutt’ora in una posizione di leadership. Malgrado la crisi, vedrai che al prossimo Salone tutti avranno comunque qualcosa di nuovo (e spesso innovativo) da mostrare.

E’ vero, i designer stranieri spopolano tra le aziende italiane. Ma nel sistema del design il progettista è nulla se alle spalle non ha chi è in grado di trasformare le sue idee in oggetti commercializzabili. Le industrie che sanno fare questo al meglio sono ancora per la gran parte in Italia.

Cosa sarebbe doveroso fare per mantenere questo primato? Penso che sia il sistema design nella sua totalità – più che le singole aziende o designer – a dover essere protetto, sostenuto e promosso, a livello nazionale, seguendo un pensiero strategico. I distretti produttivi – non solo le aziende che il pubblico conosce quindi ma anche la miriade di artigiani e fornitori senza i quali esse non sarebbero nulla – sono un bene prezioso per l’economia italiana. Al momento tutto è frammentato, le energie si disperdono. Il futuro non sta nella creazione di grandi gruppi ma nel saper connettere i vari elementi che fanno parte di questo tessuto, soprattutto in tema di commercio estero.

Schermata-03-2456013-alle-12.27.57-600x366

1 Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *