Architetti, Interviste, Non categorizzato
Leave a comment

Jean Nouvel. L’architettura è un atto umano

1. Jean Nouvel_2

ENGLISH TEXT: http://wp.me/p239y2-a3

Ammetto. Ero alquanto nervosa all’idea di passare 15 minuti ‘da sola’ con Jean Nouvel. La proposta mi è arrivata da Bolon www.bolon.com, l’azienda di tappeti svedese per la quale il grandissimo dell’architettura ha creato un’installazione durante la Stockholm Furniture Fair. Come non sentirsi uno scricciolo di fianco a un uomo che Stefano Casciani su Domus ha definito l’unico sopravvissuto dell’era moderna? Uno che si è messo in tasca il Pritzker Price nel 2008, che ha realizzato edifici mozzafiato a Parigi come l’Institut du Monde Arabe, la Fondation Cartier e il Musée du quai Branly, e che – è stato appena annunciato – rimetterà mano alla Gare d’Austerlitz? A rendere più ‘distesa’ la situazione, uno stuolo di PR e fotografi superaffaccendati a cerchio intorno a noi e le due proprietarie dell’azienda ben piazzate in pole position per ascoltare la chiacchierata. Ma un grande si riconosce anche dall’atteggiamento in queste situazioni: lui, Jean Nouvel, era rilassatissimo, quasi divertito da tutto questo tran tran (dopotutto, per uno come lui, cosa sarà mai un’installazione in fiera?) e penso di aver colto non poca ironia nel suo gestire quella situazione quasi comica. Alle vere celebrity – quelle che si sono guadagnate tale nome con la serietà del proprio lavoro – la vita da star non fa né caldo né freddo. E così, dopo 3 secondi, ero rilassata anch’io.

2. create

Questa istallazione mi stupisce, architetto: un parallelepipedo i cui interni sono completamente ricoperti dei (bellissimi, ammetto!) tappeti di Bolon, su cui lei hai piazzato (a terra, sulle pareti e sul soffitto) delle sagome nere di lei stesso, seduto, sdraiato, in piedi. Surreale a dir poco. Le piace il mondo al contrario?

(Ride) Ahh, se si è stupita allora va bene. Non è questo lo scopo? Quando si fanno progetti del genere serve del creare uno spostamento del punto di vista. Ho avuto voglia di fare qualcosa che mi sarebbe piaciuto mostrare agli amici. Ma non cerchiamo dei messaggi in questa cosa. Lo scopo era semplicemente quello di mostrare le qualità dei rivestimenti che ho avuto modo di apprezzare durante alcuni progetti: li ho usati, ad esempio, per gli uffici del Quai Branly e mi hanno permesso di declinare un certo numero di geometrie e colori contrastati. La superficie del rivestimento è quasi tattile dal punto di vista visivo e incuriosisce, resiste allo sguardo prolungato e questo suo non diventare noiosa la rende perfetta per le grandi superfici. Per l’installazione ho quindi pensato di allestire uno spazio ricoperto con i tappeti, 4 pannelli con la collezione sui cui poi inserire l’elemento umano.

Cioè lei.

Ma lo sa da dove ho preso la sagoma? Si ricorda la mostra qualche anno fa a Versailles, quando Xavier Veilhan ha allestito il giardino con una Galérie des Architectes? Ebbene, c’ero anch’io tra loro… Non ho fatto altro che chiedere a Veilhan la scansione della mia testa e poi l’ho fatta riprodurre in svariate pose. Un’opera di riuso, insomma (ride).

Adagp, Paris, 2009

Ho l’impressione che lei si stia occupando sempre di più di design. È vero?

In questo caso non parlerei di design. Ogni spazio, anche quando è piccolo come questo, è architettura. Certo, nel caso di un’installazione all’interno di una fiera, ci si è dovuto porre più che altro la questione del come mettere in evidenza la collezione mentre di solito, quando si progetta uno spazio, ci sono ovviamente altre priorità. È vero, faccio anche il designer. Ma ho iniziato per dare risposte ai miei problemi di architetto: spesso mi succedeva di costruire spazi che richiedevano un determinato tipo di arredo che non riuscivo a trovare e che quindi mi trovavo a progettare. Quello che mi affascina del design è il notare come il tempo diventi il collante tra oggetti e luoghi. Se pensa alla storia, architettura e design sono sempre andati di pari passo nel definire quello che ora chiamiamo lo ‘stile’ di un certo decennio: gli anni Trenta, Cinquanta e così via. Mi sento un designer quindi, certo, ma uno che parte dall’architettura e non dallo stile.

3. jean nouvel

Ma anche procedendo così alla fine si approda a uno stile, o no? Come lei ha appena detto, l’architettura e il design procedono insieme nella definizione del sapore di un’epoca. Oppure lei si sente esente da influenze del genere? È difficile definire lo stile del tempo in cui si vive ed è sempre stato così. Quindi saranno i posteri a capire se esistono denominatori comuni forti in quello che si sta facendo oggi. Ma c’è una differenza fondamentale rispetto al passato. Fino a pochi decenni fa la tecnologia, la ricerca sui materiali e la compenetrazione tra le varie culture erano estremamente limitate rispetto ad oggi ed era quasi naturale arrivare a un determinato stile partendo da un dato momento storico e contesto sociale. Oggi invece il mondo è sempre più allargato, competitivo. E anche sicuramente più aperto. Basta guardare, a 12 anni di distanza, una costruzione degli anni Duemila: in essa troveremo l’implementazione delle tecnologie del momento ma anche forme e scelte che nascono da uno sguardo che sa spaziare, che ha voglia di provare. Si fa di tutto, insomma. Il che spesso significa anche arrivare a forme ‘poco giustificabili’, davanti alle quali ci sarebbe da porsi domande…

4. Create_6

La crisi cambierà questo volto sperimentale dell’architettura?

Non credo. Dopotutto l’architettura è prima di tutto la risposta a domande sociali effettivamente presenti. Lo sguardo, ad esempio, è al momento rivolto principalmente ai paesi emergenti anche perché è lì che ce davvero bisogno degli architetti: penso banalmente alla costruzione delle abitazioni che mancano a seguito dei cambiamenti economici, sociali e culturali che queste nazioni stanno vivendo: globalizzazione, urbanizzazione, crescita della popolazione. Dal punto di vista della sperimentazione, sono fermamente convinto che il disagio economico porterà a un aumento della ricerca. È molto più complicato progettare nella ristrettezza. È auspicabile, del resto, che questa situazione porti a un concepire l’edilizia non come un investimento a breve ma un bene di cui usufruire per decenni. Penso che si investirà sempre di più per creare spazi da vivere, insomma. Se c’è qualcosa che segna l’architettura e ne determina le variazioni durature, ben oltre quello che ci appare come ‘stile’, sono infatti le domande che ogni epoca si pone, le variazioni culturali, economiche e sociali che accompagnano l’uomo. Perché l’architettura è prima di tutto un atto umano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *