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«La Smart City non è smart» dice Bruce Sterling. Ecco perché

Il design dell’intelligenza urbana dovrebbe nascere dalla volontà di risolvere problematiche sociali, ma non lo fa quasi mai, dice lo scrittore di sci-fi Bruce Sterling. Così finiamo per chiamare smart city delle città che non sono smart per niente. 

Bruce Sterling risponde al telefono mentre sorseggia un caffé. È mattina presto a Austin, Texas, dove lo scrittore di sci-fiction, considerato il padre del cyberpunk, abita per metà del suo tempo, in alternanza con Torino. Sterling è qui perché ha appena tenuto una lecture alla conferenza dei sindaci americani. «Ci sono andato per dire la mia opinione sulla smart city», spiega. Che è decisamente controcorrente. Soprattutto per uno come lui, che dal 2003 cura il blog Beyond The Beyond su Wired. «Le smart cities non sono affatto smart».

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In che senso?

«Che la prima questione da affrontare, quando si parla di città, sarebbe quella della riconciliazione tra chi ha il denaro e chi non ce l’ha. La questione sociale. Invece si scommette tutto sulla tecnologia, facendo credere ai cittadini che lo si faccia per il loro bene. Il che è in parte vero. Ma la motivazione principale è che la smart city porterà tonnellate di soldi nelle mani delle aziende, e renderà la gente sempre più dipendente dai servizi che erogano».

Eppure l’intelligenza diffusa potrebbe significare anche qualità della vita. O no?

«In teoria sì. Infatti io ci ho ardentemente creduto in passato. Ma, vede, tutto dipende dalla motivazione che sta dietro ogni progetto. Se lo scopo è sociale, allora potremmo creare paradisi impeccabili: ecologici, funzionali, costruiti in nome della fratellanza e dell’uguaglianza. Se, invece, come sta succedendo nella maggior parte dei casi oggi, l’unica vera aspirazione è attirare nuovi capitali, ci troveremo con carcasse inutili ai cittadini, luoghi in cui il denaro viene fatto grazie ai sistemi di sorveglianza, all’estrazione dei dati. Una balcanizzazione digitale».

Cosa hanno detto i sindaci?

«Non ci sono soluzioni immediate e certamente io non ne ho da fornire. Non voglio sembrare cinico. Ma non ho mai conosciuto un politico che pensasse di avere già abbastanza potere né uno che non desiderasse – anche in nome della collettività – di avere il controllo sulla situazione di cui è responsabile. Ecco perché la smart city è un concetto così seducente. La promessa è quella di app e servizi che aiutino a governare, organizzare, proteggere e fare crescere meglio. Ora, però, ho l’impressione che sempre più sindaci si stiano rendendo conto del peso dei giganti del tech in questo sviluppo, che vedano dove si sta spostando l’asse del potere: dal pubblico al privato. Be’, ancora nessuno sa davvero come affrontare questa sfida».

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Lei cosa farebbe?

«Guardo con interesse a chi tenta una moltitudine di piccoli esperimenti, senza avere paura di fallire. Come a Barcellona, dove Francesca Bria, Chief Technology Officer della città, ha messo in piedi una rete di software designer che progettano l’infrastruttura digitale della città. Un progetto sartoriale, che apparterrà ai cittadini. Ma che, ovviamente, è squisitamente nello spirito dei catalani. Funzionerebbe altrove? Non ne sono sicuro».

Pensa che l’indole degli abitanti abbia ancora un impatto importante sulle città? Anche quando queste sono pervase da una tecnologia che le rende sempre più simili tra loro?

«Io credo che disegnare a tavolino l’evoluzione di una città sia un’utopia che spesso non fa i conti con le persone. Che a volte, se ben guidate, sono in grado di fare grandi cose. Pensi alla differenza tra due realtà simili: Torino e Detroit. Erano entrambe satelliti di due giganti dell’industria automobilistica che le ha abbandonate. Ma mentre Detroit non è riuscita a reinventarsi e si alimenta ancora della propria rabbia, Torino sta usando le tecnologie digitali per prendere grandi iniziative legate alla condivisione, per ritrovarsi sperimentando. Non perché i torinesi siano più smart, ma perché hanno qualcosa che gli americani non hanno. E cioè il campanilismo. L’avversione quasi innata per tutto ciò che è globale».

Lei è contro la globalizzazione?

«Internet doveva essere il luogo della libertà e della sperimentazione. Ma si è capito subito che i soldi, quelli veri, avevano più a che fare con la creazione di servizi logistici per le grandi aziende, con l’affitto dei server e la realizzazione dell’intelligenza artificiale. E, ora, sulla sorveglianza. Tutto questo spinge a un’uniformità che non fa bene alle persone. Dopo decenni di information superhighway ora siamo entrati nella fase opposta: con la reazione localista che diventa mainstream».

Spesso il localismo coincide con la rabbia sociale. Siamo a rischio?

«Il regionalismo al momento è arrabbiato, non c’è dubbio. Ma credo sia solo una fase. I problemi che solleva sono giusti perché permettere che si costruisca un mondo senza varietà è inconcepibile. Chi pensa in termini regionalisti ma propositivi, invece, permette la proliferazione di piccoli gruppi sperimentali, capaci di sviluppare soluzioni pensate per quel luogo preciso. La chiave è partire dal locale e lavorare per migliorarlo senza isolarsi. Aprendosi, anzi, al mondo. L’Italia, che spesso gli italiani considerano un fanalino di coda, in questo è ottimamente posizionata. Città come Milano o Torino sono tecnologicamente avanzate, producono ottimi ingegneri. Non solo: hanno buone connessioni internazionali e il tessuto urbano e culturale adatto per pensare ad alternative concrete e positive alla smart city per come è intesa a livello globale».

Perché non le piace la parola smart?

«Perché è saccente. Implica che chi non rientra all’interno del suo ombrello sia stupido. Ma il concetto di smart cambia nel tempo. Pensa che gli ingegneri della Nokia fossero degli sprovveduti ignoranti? Eppure l’azienda è praticamente scomparsa. Scommettere il nostro futuro investendo tutto sulle soluzioni offerte da un pugno di aziende è ridicolo. Anche loro potrebbero diventare obsolete di qui a pochi anni e ci troveremmo con un’infrastruttura digitale fatiscente. L’equivalente di oggi delle ferrovie abbandonate».

Qual è stato il più grande errore commesso quando è nata la società digitale?

«Internet avrebbe dovuto essere un bene comune. La gente avrebbe dovuto ribellarsi davanti all’appropriazione dello spazio digitale e difenderlo. Le istituzioni globali – come le Nazioni Unite – avrebbero dovuto creare codici comportamentali e protocolli di sicurezza universali. Tutto è avvenuto invece nell’era Clinton, in cui si pensava che il mercato, da solo, sarebbe stato in grado di regolamentarsi. Ma non ha funzionato ed era prevedibile: è difficile che i guadagni vadano in parallelo con il bene pubblico. E ora ci spetta un compito molto più complesso di quanto non sarebbe stato se le cose fossero andate diversamente».

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