Design, Progetti
Leave a comment

Creative Mediterranean

 

Il lavoro creativo porta benessere, indipendenza e speranza nei paesi del sud del Mediterraneo, soprattutto alle donne. La storia di Creative Mediterranean, un progetto di design di UNIDO, agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, in cui l’Italia ha un ruolo di leadership (testo redatto con Giuliana Zoppis)

Gli artigiani di un paese in via di sviluppo, un designer internazionale, un grande brand. Mescolate questi ingredienti e avrete il progetto etico per eccellenza: oggetti bellissimi, presentati alle grandi fiere e acquistati dal pubblico con la garanzia che la maggior parte dei guadagni andranno alla comunità locale dove sono stati prodotti.

Per Giulio Vinaccia, che dal 2014 anni è art director del progetto Creative Mediterranean, diretto da UNIDO, agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, finanziato dalla UE e dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, tutto questo va benissimo ma è più “carità” che “empowerment”.

Zine Zwine di Wafaa Kiran_1

Il Marocco è il principale tra i 7 facilitati dal progetto UN ad avere un doppio percorso digitale-analogico, tra creatività 3D mista a nuova imprenditoria e artigianato con il design come valore aggiunto. A Casablanca è florido il cluster del tessile d’arredo e dell’imbottito living e notte (il 70 per cento della produzione nazionale, 22mila addetti per 120 PMI) e a Marrakech l’interior design in legno, un settore che sta diventando cruciale grazie alla supervisione e all’impulso creativo dato dal team italiano guidato da Giulio Vinaccia. Una su tutte: l’impresa Zine Zwine fondata da Wafaa Kiran e ora distribuita in vari paesi europei (zinewinemarrakech. com).

Con Creative Mediterranean avete realizzato in 7 paesi (Giordania, Marocco, Palestina, Algeria, Libano, Egitto, Tunisia) degli eco-sistemi che permettono alla creatività di diventare una forza propulsiva economica e sociale. Che cosa vuol dire?

«Che abbiamo fatto il possibile per dare vita a una società che permetta attivamente a chi lo desidera di realizzare un’idea: sviluppando luoghi dove far nascere le idee (scuole, centri di formazione), aiutando le imprese a cogliere le opportunità, favorendo politiche che partano dalla consapevolezza che creatività e cultura generano valore. Stiamo parlando di paesi vittime del terrorismo in tutti i sensi visto che negli ultimi anni le entrate generate dal turismo (quelle che generavano quasi tutte le entrate delle piccole e medie imprese del territorio) sono crollate. All’interno del progetto di sviluppo 2030, le UN hanno identificato creatività e cultura come le leve per generare nuova ricchezza anche perché i dati mostrano che si tratta del comparto in crescita più rapida nel mondo: nel 2011 (ultima rilevazione globale UN) ha generato 624 miliardi nel mondo, cioè il doppio rispetto al 2022, con una crescita costante media annuale dell’8,8% (ma nei paesi in via di sviluppo questa percentuale è più alta, 12,1%).

08-JO!SS17-SHIRT+SHORTS

Dina Maqdah e Zein H.Mango, stiliste, hanno creato ad Amman il brand JO! grazie all’impronta del team di UN. Una delle collezioni più di successo del “Women Empowerment” presentato a Expo2015, all’Arab Fashion Week di Dubai e alle fiere di Parigi. Tessuti scelti (denim di cotone, lino e tencel della turca ISKO, tra le migliori al mondo), due tonalità di blu indigo (Safi Craft) e l’uso inedito del ricamo. Il project management di JO! è del giordano Garment Design and Training Services Centre che coordina le aziende coinvolte (@jo.creativejordan).

È un compito complesso che sembra più da politico o da economista che da designer.

«In realtà è un lavoro che è un po’ di tutti e un po’ di nessuno e proprio per questo è perfetto per un designer. È una battuta ma è vero che il progettista, per sua natura, è addestrato al problem solving e funziona solo se procede in tandem con un produttore, all’interno di un mercato: ha quindi gli skills giusti per mediare tra realtà diverse. Aggiungerei anche che si tratta di un compito particolarmente adatto a un designer italiano: la mancanza di un eco-sistema che sia design-friendly nel nostro paese è un training perfetto per far diventare i designer italiani degli ottimi manager di progetti culturalmente complessi. Avrei molti dubbi, per esempio, sulla possibilità di uno svedese o di un olandese, persone abituate a lavorare all’interno di un sistema oliatissimo, nel gestire qualcosa come Creative Mediterranean, in cui la flessibilità e la capacità di uscire dagli schemi non è un’opzione».

Qual è stata la prima difficoltà che avete incontrato quando avete dato vita al progetto?

«Come spesso accade, visto che siamo esseri umani, si è trattato di una difficoltà culturale. Di una pecca da parte nostra. Nei paesi industrializzati, infatti, abbiamo una visione molto limitata e limitante dei paesi del sud del Mediterraneo e tendiamo a pensarli come un’entità unica. In realtà le problematiche sono estremamente diverse in ognuno dei 7 paesi con cui abbiamo lavorato. Noi avevamo in mente un modello: identificare un saper fare artigianale e una creatività locale e avvicinarli, aiutarli a progettare qualcosa di nuovo riscoprendo la tradizione del paese e a posizionarsi su un mercato nazionale e internazionale. Ma è bastato vivere in questi luoghi per qualche tempo per capire che non si possono proporre soluzioni preconfezionate altrove. E che per rendersi conto non solo cosa fare ma anche come farlo, su quali elementi culturali spingere o meno, erano necessari curiosità verso gli altri, umiltà e anche tanta pazienza. Perché il tempo, qui, scorre in modo diverso, e ci sono riti che vale la pena di abbracciare se si vuole procedere».

palestina arredi

Sorprendenti i numeri di un “cluster” multidisciplinare e multiprodotto (arredamento, oggettistica e decorazione, tessile per la moda e l’interior design), nato negli ultimi anni in Palestina tra Betlemme e Nablus nonostante le grandi difficoltà economiche, politiche, diplomatiche e sociali dell’area. Sono oggi attivi nella regione, grazie al progetto Creative Mediterranean, due segmenti produttivi che danno lavoro a mille persone, di cui oltre la metà donne, con un incremento medio sulle vendite dei soli mobili di 200mila euro l’anno (medcreative.org).

Per esempio?

«È curioso il caso del Libano, un paese che ha una lunghissima storia di rapporti con l’occidente e che non ha quindi alcun problema nel pensare a strategie di marketing globali né a confrontarsi con l’esterno e il diverso da sé. Però il suo tessuto culturale e religioso è molto complesso e quando è stato il momento di identificare le caratteristiche locali tradizionali da attualizzare – si era deciso in questo caso di sviluppare un distretto del gioiello – l’imbarazzo era palpabile. Chi aveva più voce in capitolo nello sviluppo di un’identità libanese? I musulmani (e in dettaglio, gli sciiti o i sunniti?), gli armeni, gli armeni-cristiani o i cristiani?»

Come è andata a finire?

«Con una lezione di storia antica. Abbiamo pensato di portare l’orologio indietro di 3000 anni e di concentrarci sull’era fenicia, quando le religioni non erano ancora nate. Abbiamo convinto la direzione del Museo Nazionale di Beirut di lasciarci accesso alle sale ogni lunedì pomeriggio e di permettere un esperto di facci studiare i monili fenici da vicino (volevamo che la reinterpretazione partisse da una conoscenza reale, non “cartolinesca” del passato). È andata benissimo a tutti».

SGV_9262B

La manifattura tessile e del cuoio del Cairo sta vivendo un certo slancio innovativo grazie alla filiera di riciclo di materiali e componenti plastici. I benefici della riduzione di sostanze tossiche dalla combustione a cielo aperto della plastica si uniscono all’avvio di nuove lavorazioni 4.0 (stampa 3D e tecniche digitali). Esemplare il lavoro svolto con Unido da Yara Yassin, CEO di Up-Fuse che produce borse e accessori in tessile e plastica up-cycled (up-fuse.com).

Il progetto avuto risultati eccezionali, grazie ai quali sono stati rinnovati i fondi (tutte le iniziative di sviluppo della UE sono monitorate in termini di ricadute concrete sul territorio). Ma alcuni territori sono stati più veloci di altri. Quali e perché?

«Ci sono paesi, come l’Egitto, che pur essendo stati storicamente meno esposti al mondo (rispetto, per esempio, al Libano), hanno pulsioni metropolitane fortissime trainate dai più giovani. In città come il Cairo, la sotto-cultura urbana è molto simile a quella americana, con grandi movimenti di persone che lavorano sul riciclo, artisti impegnati in operazioni di street art, makers. Quello che mancava non era quindi un’educazione alla creatività ma la possibilità concreta di lasciarla esprimere. Ecco perché il nostro intervento si è concentrato sulla creazione di collaborazioni con le piccole e medie imprese e di hub per permettere a questi giovani di lavorare in sinergia. Il 27 novembre inauguriamo il primo spazio di co-working al Cairo, 700 metri quadrati, con 80 maker e designer che ci lavorano dentro, offrendo servizi digitali per le aziende. E il ministero dell’industria ora ne vuole altri tre. È un modello che però funziona solo qui, e in Marocco, negli altri non avrebbe avuto un senso».

tunisia cer 2

Due cluster incubati (mosaici e ceramiche da tavola hand-made), per dare impulso al marketing artistico e alla domanda estera del turismo e del trade. Numerosi i workshop attivati per creare una produzione che dall’artigianale è sfociata nel semi-industriale nelle regioni dell’ El Jem e Nabeul. Solo il cluster della tavola impegna attualmente 120 compagnie medio-piccole locali, con un potenziale in crescita costante e un design sempre più internazionale e competitivo non solo nella zona. Come spesso accade, è una donna a guidare l’imprenditoria di qualità: Monia Rassaa con la sua Ekho design.

Quando si parla di design, moda, artigianato, maker, spesso la gente pensa che si stia trattando di attività hobbistiche. Invece Creative Mediterranean ha generato una nuova economia.

«Sono vere entrambe le affermazioni. Anche se in questo caso l’atteggiamento che vede la creatività come materia secondaria rispetto ad altre più “serie” è stato un vantaggio. Noi designer siamo infatti spesso considerati come i buffoni di corte del Cinquecento, che possono dire qualsiasi cosa al Re, venire assecondati ma mai presi sul serio. Una situazione perfetta in paesi dove spesso la burocrazia è indicibilmente complessa e dove politica e religione si intrecciano. Così quando si trattava di richiedere permessi di entrata, autorizzazioni per iniziative o contatti, le autorità sorridevano come si fa con dei bambini che vogliono divertirsi e ci spianavano la strada. E ora si beano dei numeri: un turnover di 960 milioni di euro per i 13 cluster (pari allo 0,2% del Pil dell’area Middle East North Africa) di cui 400 milioni in export. Ma il vero successo sta nelle connessioni che siamo riusciti a creare: nel progetto sono coinvolte attivamente 55 istituzioni (tra università, enti governativi, associazioni e istituti culturali), 19.300 aziende (di cui la maggioranza micro-imprese) per un totale di 280mila persone di cui il 56% provenienti dal settore cosiddetto “informale” (gente che non aveva una qualifica professionale chiara)».

Quali sono i piani per il futuro del progetto?

«Dopo la conferenza di Algeri, dove sono stati presentati i risultati economici del progetto, abbiamo ricevuto un rifinanziamento delle Nazioni Unite e dell’Italia, quindi tutto continua. A gennaio partirà anche una nuova piattaforma UN chiamata Design for Development: per la prima volta il design sarà un grande collante strategico per guidare in modo coordinato varie azioni intraprese dalle agenzie UN, che ora agiscono indipendentemente. Personalmente, la mia prossima sfida sarà in Giordania, al campo profughi di Mafraq: dovremo aiutare i 300mila rifugiati siriani a creare attività imprenditoriali. E, nel deserto, con una situazione psicologica del genere, non sarà una passeggiata. Ma creare è da sempre il migliore toccasana per la mente, in qualsiasi situazione».

 

A new economy, based on creativity, is emerging in the south of the Mediterranean: it stems from design thinking, and it is bringing well-being and empowerment, especially to women. The story of Creative Mediterranean, a design project of UNIDO, the United Nations Industrial Development Agency, in which Italy has a lead role (text written with Giuliana Zoppis)


The artisans of a developing country, an international designer, are a great brand. Mix these ingredients and you will have the typical ethical project: beautiful items, presented at trade fairs and purchased with the guarantee that most of the gains will go to the local community where they were produced.

For Giulio Vinaccia, who since 2014 is the art director of the Creative Mediterranean project, directed by UNIDO, the Un agency for industrial development, and financed by the EU and by the Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, all this is good but is charity more than empowerment.Zine Zwine di Wafaa Kiran_1

Amongst the 7 countries involved in the UN project, Morocco is the one that enjoys a dual digital-to-analogue path, between 3D creativity, new entrepreneurship and craftsmanship with design as added value. Casablanca is a florid cluster of furnishing and living textiles (70 percent national production, 22,000 employees for 120 SMEs) and Marrakech’s interior design is becoming crucial thanks to supervision and creative impetus given by the Italian team led by Giulio Vinaccia. One on all: the Zine Zwine enterprise founded by Wafaa Kiran and now distributed in various European countries.

Creative Mediterranean has created ecosystems in 7 countries (Jordan, Morocco, Palestine, Algeria, Lebanon, Egypt, Tunisia) that allow creativity to become an economic and social driving force. What does it mean?

«It means that we have done our best to create a society that actively allows people to turn ideas into realities: which implies developing places for ideas to originate (schools, training centers), helping businesses seize opportunities, promoting policies that stem from the awareness that creativity and culture generate value. We are talking about countries that are victims of terrorism in all ways: in recent years the revenue generated by tourism have collapsed in these 7 countries, leaving small businesses out of work but also forcing them to stop producing souvenirs and to innovate. Within the 2030 development project, the UN has identified creativity and culture as leverage to generate new wealth also because the data show that it is the fastest growing compartment in the world: in 2011 (last global UN survey) it generated 624 billion in the world, which is twice as high as 2022, with an average annual growth rate of 8.8% (but in developing countries this percentage is 12.1% higher).

08-JO!SS17-SHIRT+SHORTS

Dina Maqdah and Zein H.Mango, stylists, have created the brand JO! in Amman thanks to the UN team’s footprint. One of the most successful “Women Empowerment” collections presented at Expo2015, the Arab Fashion Week in Dubai and the Paris fairs. Selected fabrics (Turkish cotton, linen and tencel denim ISKO, among the best in the world), two shades of blue indigo (Safi Craft) and the unusual use of embroidery. JO!’s project management is by the Garment Design and Training Services Center that coordinates all companies involved.

It is a complex task that seems more suitable for a politician than for a designer.

«It’s actually a job that’s a bit of everyone and a bit of nobody and that’s why it’s perfect for a designer. It is a joke, but it is true that the designer, by his nature, is trained in problem solving and works only if he goes along with a producer in a marketplace: he has the right skills to mediate between different realities. I would also like to add that this is a job particularly suitable for an Italian designer: the lack of a design-friendly eco-system in our country is a perfect training to manage fluid situations in culturally complex projects. I would have many doubts, for example, about the possibility of a Swedish or a Dutch person, accustomed to working within a very ubiquitous system, in managing something like Creative Mediterranean, where the flexibility and the ability to get out of the schemes is not an option».

What was the first difficulty that you encountered in the project?

«As it often happens, since we are human beings, it was a cultural problem. And it originated from our own ignorance. In industrialized nations, we have a very limited and limiting view of the southern Mediterranean countries and we tend to think of them as a unique entity. In fact the issues are extremely different in each of the 7 countries we have worked with. We had a model in mind: Identifying a craftsmanship and local creativity approach and helping them design something new by rediscovering the country’s tradition and positioning on a national and international marketplace. But it took only a few days of collaboration to realize that there cannot be prepackaged solutions. And to figure out what to do and how to do it, on which cultural elements to leverage and on which not, curiosity was needed together with humility and even patience. Because time, here, flows differently, and there are rites that are worth embracing if you want to proceed».

palestina arredi

The numbers of a multidisciplinary and multi-product “cluster” (furniture, fashion and decoration, textile for fashion and interior design) born in recent years in Palestine between Bethlehem and Nablus are surprising. Today, thanks to the Creative Mediterranean project, two production segments employ thousands of people, of whom over half are women, with an average increase in furniture sales of 200,000 euros per year (medcreative.org).

 For instance?

«In Lebanon, a country with a very long history of relations with the West, we had no issues in finding people able to think about global marketing strategies or dealing with a globalised arena. But its cultural and religious background is very complex and when it was time to identify the traditional local features as inspirations for the new jewels the project members were going to design, the embarrassment was palpable. Who had the lead in developing a Lebanese identity? Muslims (and in detail, Shiites or Sunnis?), Armenians, Armenians-Christians or Christians?»

How did you sort it out?

«I went back directly to Phenician. We thought we would bring the watch back to 3000 years and concentrate on when religions had not yet been born. We convinced the director of the National Museum of Beirut to let ys access to its halls every Monday afternoon and to give us an expert to let us study Phoenician jewelry closely. No-one found a reason to complain, and we carried on with no issues».

SGV_9262B

The Cairo textile and leather manufactory is experiencing some innovative impetus through the recycling of plastic materials and components. The benefits of reducing toxins from open plastic combustion combine with the launch of new 4.0 machining (3D printing and digital techniques). Exemplary work with Unido from Yara Yassin, Up-Fuse CEO who produces up-cycled bags and accessories in up-cycled textiles and plastic.

The project had exceptional results (all EU development initiatives are monitored in terms of concrete implications for the territory), and now funds were renewed. But some territories were faster than others. Why?

«There are countries, like Egypt, which while being historically less exposed to the world (than, for instance, Lebanon) have a very strong metropolitan cultue driven by young people. In cities such as Cairo, urban subculture is very similar to the American one, with large movements of people working on recycling, artists involved in street art, makers. What was missing was therefore not an education to creativity but the concrete possibility of letting it express itself. That is why our focus was on creating partnerships with small and medium-sized businesses and hubs to enable these young people to work in synergy. On November 27, we inaugurated the first co-working space in Cairo, 700 square meters, with 80 creators and designers working there, providing digital services for companies. And the ministry of industry now wants three more. It is a model that only works here, and in Morocco, in others countries it would not make sense».

tunisia cer 2

In Tunisia, there are two incubated clusters (mosaics and hand-made tableware) were formed to boost the artistic marketing. Numerous workshops were set up to create a production that has been handcrafted in semi-industrial production in the El Jem and Nabeul regions. The tableware cluster currently employs 120 small and medium-sized companies, with a steady growth potential and an increasingly international and competitive design not only in the area. As often happens, it is a woman to lead quality entrepreneurship: Monia Rassaa with her Ekho design.

When it comes to design, fashion, crafts, makers, people often think that they are dealing with hobby activities. Instead, Creative Mediterranean has created a new economy.

«Both statements are true. Although in this case the attitude that sees creativity as a secondary matter has been an advantage. We designers are often regarded as the court clowns of the sixteenth century, who can say anything to the King, and he will never get cross because he doesn’t take us seriously. This is a perfect situation in countries where bureaucracy is often indescribably complex and where politics and religion intertwine. So when it came to asking for entry permits, authorizations for initiatives or contacts, as soon as we talk about design and creativity, the authorities smile like they do with children who want to have fun and pave the way. And now there are numbers: a turnover of 960 million euros for the 13 clusters (equal to 0.2% of GDP in the Middle East North Africa area) of which 400 million in exports. But the real success lies in the connections we have been able to create: 55 institutions (between universities, government agencies, associations and cultural institutions) are actively involved in the project, 19,300 companies (most of which are micro-enterprises) for a total of 280,000 people of which 56% came from the so-called “informal” sector (people who did not have a clear professional qualification)».

What are the future plans for the project?

«After the Algerian Conference, where the economic results of the project were presented, we received a refinancing of the United Nations and Italy, so everything goes on. In January the UN will also launch a new platform called Design for Development: for the first time, design will be a great strategic glue to coordinate various actions taken by UN agencies, which now act independently. Personally, my next challenge will be in Jordan, at the Mafraq refugee camp: we will have to help the 300,000 Syrian refugees to create entrepreneurial activities. And, in the desert, with such a psychological situation, it will not be easy. But creating is always the best thing for the mind, in any situation».

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *