Fuorisalone
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Location Fuorisalone: palazzi e sogni (talvolta infranti)

Quando una location è magia e quando diventa dannazione? È una domanda che veniva spontaneo porsi durante il Fuorisalone 2016, visto che la recente Milano Design Week, forse più di ogni altra precedente, ha visto le dimore storiche della città come protagoniste assolute.

Non è difficile capire perché i palazzi borghesi e aristocratici da usare come location Fuorisalone stiamo agli anni Dieci come gli spazi ex-industriali stavano agli Anni Zero: pochi infatti, non solo tra i visitatori della Design Week ma anche tra i milanesi che non sanno nulla di design, si perderebbero l’opportunità di visitare questi gioielli che la città custodisce spesso dietro pesanti portoni, per lo più chiusi. Se si presenta qualcosa – qualsiasi cosa – in un luogo meraviglioso, è difficile che rimanga vuoto. Ma agli organizzatori è bene ricordare che il pienone potrebbe a volte dipendere dal contenitore più che dal contenuto. E che non sempre un luogo speciale è una benedizione.

NENDO

50 Manga Chairs, foto Design@Large

Anche quando la location Fuorisalone (e persino la mostra) è perfetta, infatti, qualcosa può andare storto. Nel caso delle 50 Manga Chairs di Nendo l’elemento di disturbo era il ricordo della mostra ospitata l’anno scorso dagli stessi Chiostri di San Simpliciano. Non c’era infatti niente di sbagliato nella realizzazione di Oki Sato: le sue sedie per la galleria Friedman Benda erano bellissime, esposte come gioielli al centro del quadrato segnato ai lati dai portici, nerissime e brillanti su un “tappeto” bianco opaco. Ma per chi ha provato il piacere quasi fisico dell’installazione del Fuorisalone 2015 (Mindcraft2015 di GamFratesi) – con le sue esili strutture di metallo ispirate alle arcate del chiostro e appoggiate su specchi su cui si poteva camminare diventando parte integrante dell’opera – non può non essere rimasto negativamente colpito dalla necessità di sostare intorno a un “recinto” chiuso, adagiandosi lungo pareti nere, diventando – suo malgrado – una presenza visivamente fastidiosa per gli altri osservatori (le persone, nel minimalismo estremo, stonano). Mentre l’opera, le 50 Manga Chairs, al centro, risultavano belle e gloriose, ma lontane e inaccessibili, e quindi emotivamente insignificanti.

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Mindcraft16, foto Design@Large

E proprio gli stessi GamFratesi (che quest’anno hanno firmato Mindcraft16 al Filologico) hanno a loro volta dovuto fare i conti con una location splendida, ma non facile da allestire per la presenza delle imponenti aperture che circondano lo spazio espositivo centrale. Per non “distrarre” l’occhio del visitatore, il duo italo-danese ha dovuto quindi ricorrere all’espediente della copertura dell’antico. Il risultato era piacevole, con il tessuto rosso (filo conduttore estetico dell’installazione) che andava a ricoprire le aperture lasciandone però a vista le belle arcate. Ed era bello poter osservare la mostra dall’alto della balconata. Ma decisamente la stessa mostra avrebbe potuto esistere senza alcun problema in un’altra location. Che è come dire che il contenitore era irrilevante per la riuscita del progetto.

Una situazione non ottimale ma certamente migliore di quella in cui il contenitore si ritorce addirittura contro il contenuto. Succede quando si espongono oggetti senza una forte personalità, incapaci di legarsi – sia pure per contrasto – con lo spazio splendido che li accoglie.

MASTERLY

Masterly, The Dutch in Milan, foto Design@Large

La grandeur di Palazzo Turati, per esempio, non faceva che sottolineare la mediocrità delle opere esposte in Masterly, The Dutch in Milano, un groupage di 125 creatori senza un concept né una storia evidente (di cui avevamo già accennato qui, prima di vedere la mostra) in cui curiosamente non figurava nessuno dei grandi nomi del design olandese (eppure ne hanno di bravissimi). I set con fiori finti (mi è rimasto impresso in particolare un tavolo con dei petali che si arrampicavano sulle gambe) decisamente non si addicevano all’eleganza dell’aristocratica dimora (che pure è stata presa d’assalto dai visitatori il week end, immagino attratti dall’opportunità di entrare in un palazzo altrimenti chiuso al pubblico).

Quando, allora, un’esposizione funziona in una dimora aristocratica? I risultati migliori si hanno quando una mostra si nutre della location che la accoglie, quando lo spazio diventa parte integrante della storia.

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Soft Home di Elle Decor, foto Design@Large

Ho trovato meravigliosa, per esempio, Soft Home di Elle Decor a Palazzo Bovara in corso Venezia 51aperta fino al 24 aprile, vale davvero la pena). Qui Andrea Marcante ed Adelaide Testa di UdA (su di loro leggi anche qui) hanno realizzato una casa high tech sfruttando al meglio gli ambienti antichi che li accoglievano. Ho particolarmente apprezzato come la tecnologia – che spesso è elemento respingente – qui sia stata utilizzata per far sentire il visitatore a suo agio. La presenza degli schermi, infatti, come degli specchi “parlanti”, delle proiezioni su pareti e dei tavoli interattivi sdrammatizza l’opulenza dello spazio, lo rende più umano, più vicino. È un desiderio di “farci sentire a casa” che si percepisce anche dall’uso di strutture in ferro colorate per delimitare gli ambienti e dare una dimensione più contenuta alle stanze (allo stesso modo, questo accorgimento è perfetto per far notare l’architettura pre-esistente e far spostare lo sguardo dall’antico al contemporaneo senza soluzione di continuità). È, questa, una mostra che avrebbe potuto essere ospitata da qualche altra parte ma che di certo ha guadagnato molto dalla location scelta. E viceversa, la presenza di un allestimento contemporaneo, futuristico senza essere high tech ha sicuramente giovato al Palazzo stesso, all’improvviso più “vicino” alla gente comune.

CORRENTI OK OK

Ladies & Gentlemen, foto di Design@Large

Lo stesso dialogo tra contenuto e contenitore si trovava anche nella Casa dei Demoni in via Cesare Correnti 14 con la mostra Ladies & Gentlemen, a cura di PS e Secondo me. Dove il mix tra mobili e spazi, colori e forme, pieni e vuoti è perfetto in ogni ambiente: niente “agglomerati” di cose, niente presenze commerciali di bassa qualità (quelle che di solito raccolgono il conto pur di essere presenti, con risultati spesso tragici) ma un rimando tra pareti e oggetti coltissimo, che lavorava per assonanza o dissonanza a seconda degli spazi. Le lampade di Servomuto, per esempio, con i loro paralumi in tessuto, sembravano fatte apposta per ritagliarsi uno spazio sulle pareti verdi della cucina; il lampadario stampato in 3D di .exnovo era perfetto appeso nel centro di un ambiente rosso pompeiano tra panche in metallo e tessuto e mobili-sculture di legno. E l’installazione delle sculture di StudioPepe, immerse nel blu, era semplicemente deliziosa.

foto da ArtTribune

Museo della Merda, foto Art Tribune

Un effetto visivamente diverso ma concettualmente molto simile si è avuto nei sotterraneo del palazzo rinascimentale di Francesco Pestagalli in via Santa Marta, sempre nel distretto delle 5Vie. Dove il Museo della Merda di Castelbosco ha inscenato un’esposizione dedicata all’uso dello sterco cotto (unito a paglia, argilla e scarti vari) nell’edilizia: un’idea ancestrale molto utilizzata in Africa ma che in un paese occidentale rappresenta una specie di affermazione politico-ecologica. Nessun luogo più di questo, con il suo susseguirsi di cantine, mura romane, volte e anfratti segreti avrebbe potuto essere più azzeccato per raccontare le potenzialità del letame e per illustrarne la trasformazione in oggetti belli perché autentici e non progettati in quanto forme ma solo come pure manifestazioni di funzioni (l’installazione si è aggiudicata il Milano Design Award).

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Vestae, Albergo Diurno, foto Design@Large

Un’altra mostra che non avrebbe potuto esistere se non nella location prescelta è Vestae all’Albergo Diurno di Porta Venezia. Quale altro luogo se non questo sottobosco di benessere dantan (fatto di stanze da bagno, lavabi, camere per i barbieri, toilette) avrebbe mai aggiunto tanta ragion d’essere a questo progetto, per il quale gli studenti della Creative Academy (diretti da Eligo e in collaborazione con la Fondazione Cologni) hanno progettato saponi, spugne e fragranze usando materiali ancestrali e dimenticati?

LASVIT

Lasvit, via Lucis, foto Design@Large

E che dire dell’osmosi tra gli chandelier napoleonici appena restaurati di Palazzo Serbelloni e le creazioni in vetro realizzate da diversi designer per il progetto Via Lucis di Lasvit?

Ben vengano, dunque, le mostre nei luoghi speciali, quando ci aiutano a capire meglio il design, a inserirlo in un racconto, un’esperienza di vita futuro o in un ricordo.

È anche grazie a queste iniziative che Milano sta diventando sempre sempre più bella, colta e aperta al nuovo ma allo stesso tempo capace di valorizzare il suo patrimonio storico.

Chi le organizza, però, dovrebbe essere cosciente che un palazzo non è una benedizione o una garanzia di riuscita ma una sfida. Da affrontare con progetti che siano all’altezza della situazione.

 

 

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