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Luciano Floridi: «La tecnologia ha bisogno di filosofia etica»

«Più il mondo è tech, più ha bisogno di filosofia etica. Perché il tema non è capire se dobbiamo o no aver paura dei robot ma come gestire in modo coordinato la società digitale». Una chiacchierata con il filosofo Luciano Floridi, direttore del Digital Ethics Lab dell’Università di Oxford. Che nel ’95 già avvisava: «Internet promuove la crescita della conoscenza creando al contempo forme di ignoranza senza precedenti».

Luciano Floridi non è mai stato tenero con l’high tech. Nel ’95, quando il web come lo conosciamo oggi non esisteva ancora e lui era un dottorando in filosofia, scriveva cose così. «Nessuno controlla il sistema in modo globale, e la struttura stessa di internet garantisce che nessuno potrà controllarla in futuro». O «Internet promuove la crescita della conoscenza creando al contempo forme di ignoranza senza precedenti».

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Questa intervista fa parte di un doppio dialogo con Evgeny Morozov e Luciano Floridi. Entrambi sono stati pubblicati su D la Repubblica del 22 settembre. Scarica qui il PDF

«Non mi ascoltava nessuno», ride Luciano Floridi, oggi, dall’alto del suo CV. Dirige il Digital Ethics Lab dell’Università di Oxford, è presidente del Data Ethics Group dell’Alan Turing Institute, fa da advisor ai big del tech, a governi e Unione Europea. Eppure è proprio in virtù di quegli esordi così critici (che l’hanno portato a occuparsi per più di 25 anni di etica della rete) che oggi Luciano Floridi è «tutto sommato speranzoso sul futuro». E anche ottimista, al contrario di un altro grande pensatore della rete Evgeny Morozov (su di lui leggi qui) sul ruolo dell’Europa sul tema dell’Intelligenza Artificiale.

I nostri dati sono nelle mani di poche aziende che di conseguenza hanno il monopolio sull’AI (leggi qui su questo). Perché non dovremmo preoccuparci?

Luciano Floridi: «Dobbiamo preoccuparci. Ma non tanto sul tema della proprietà dei dati quanto su come vengono usati e su che tipo di controllo possiamo esercitare su questo uso. Al momento i dati di natura commerciale (relativi a comportamenti, abitudini, movimenti) sono in mano ai colossi tech. E quelli “istituzionali” (fiscali, sulla salute, sulle proprietà) sono di proprietà degli stati, come è da sempre. Davanti a questa situazione c’è chi si preoccupa ossessivamente di ogni ingerenza governativa sui soggetti privati (come gli americani). E chi fa l’opposto (noi europei). Sono preoccupazioni giuste ma spesso estremizzate. E, prese singolarmente, non fanno cogliere il problema nel suo insieme. Che è la mancanza di controllo, in entrambi i casi».

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Perché il controllo è un problema più grande rispetto alla proprietà, quando si parla di Big Data?

«In una situazione ideale, le aziende fanno il loro lavoro e raccolgono i dati commerciali fornendoli poi allo stato quando servono per scopi “sociali”. Per esempio per la lotta contro l’evasione fiscale, il terrorismo, lo sfruttamento dei flussi migratori, la ricerca scientifica. Ma la condizione perché tutto questo funzioni è il controllo. Sullo Stato, si chiama democrazia: quando è solida, funzionante, e guidata da una politica lungimirante (e su questo, in molti casi, ci sarebbe da discutere, anche in Europa).

«Il problema riguardo ai Big Data non è tanto chi li possiede ma il controllo che si può avere su come li usa»

Sui privati, il sistema di controllo è l’Anti-trust. Che ovviamente non ha funzionato con l’arrivo della rete visto che Amazon, Facebook, Google non hanno competitor. Sono come quell’unico bar nel paese di provincia: il consumatore non ha scelta perché o ci si va o resta solo a casa».

Evgeny Morozov mi ha fatto capire, in una recente intervista (clicca qui), che secondo lui l’Europa ha poche speranze di riprendere questo controllo. Lei cosa pensa?

«Che invece l’Europa si sta oggettivamente interrogando sulle tematiche più importanti. Che non sono se dobbiamo o no aver paura dei robot o se diventeremo tutti servi di Google ma come gestire, in modo coordinato, la società digitale. È appena nata, infatti, la piattaforma AI4People. Il suo scopo non è definire regole ma produrre linee guida etiche che facilitino la progettazione di politiche a favore di una società in grado di usare l’intelligenza artificiale per il bene comune. E a le sue raccomandazioni verranno presentate al Summit on Artificial Intelligence del Parlamento Europeo quest’autunno. Ma anche i produttori di AI si stanno muovendo verso un’auto-regolamentazione, con la Partnership AI for Social Good che include i big ma anche tanti piccoli player internazionali. Si tratta di un segnali importanti, che dimostrano che chi detiene i dati – stati e aziende – stanno mettendo a fuoco il problema».

Cosa viene in tasca alle aziende, perché dovrebbero mettere a repentaglio un sistema che va a loro vantaggio?

«Di certo alcuni eventi politici e sociali recenti hanno aperto gli occhi ai big del tech. L’elezione di Trump, la Brexit, le fake news, la rabbia sociale… Le aziende più mature hanno capito da tempo che i vantaggi sul breve raggio non ripagano nei tempi lunghi. Soprattutto se per perseguirli si mette a repentaglio la salute della società, che è la prima condizione per prosperare economicamente. E non è un caso che i colossi stiano scambiando la cultura da start up del tutto subito con un’ottica più lungimirante. Penso allo Zuckerberg che diceva “diamo alle persone quello che vogliono” e quello che ora parla di aiutare la società a crescere. Del resto chi conosce la storia trema. Perché quando avvengono le rivoluzioni che cambiano il mondo, prima che esso si riassetti e si regoli di solito si passa attraverso guerre, rivoluzioni e tanto sangue. Lo scopo, ora, deve essere quello di cambiare rotta prima che questo avvenga».

Rimane il tema del controllo sull’altro detentore di dati, lo Stato.

«Qui la faccenda è più complessa perché serve che nasca una nuova politica, una “buona” politica. Che dovrebbe innanzitutto chiarire che il digitale non è un tema tecnologico, di business o di comunicazione – che non è un punto in un’agenda politica ma un’agenda politica a se stante. Quello che va chiarito è che internet non è uno strumento di marketing ma un luogo in cui la società si sta sviluppando in modo parallelo, senza regole e molto velocemente: è lo stato senza confini più grande al mondo nel quale entriamo e usciamo tutti di continuo, un’infosfera in cui si è perennemente tra due cose, e collegati gli uni agli altri.

«Chi conosce la storia trema. Perché quando avvengono le rivoluzioni che cambiano il mondo, prima che esso si riassetti e si regoli di solito si passa attraverso guerre, rivoluzioni e tanto sangue. Lo scopo, ora, deve essere quello di cambiare rotta prima che questo avvenga»

Se guardassimo alla rete in questi termini, ci renderemmo conto che essere spaesati è umano e che chi non si interroga e preoccupa non ha capito quello che sta succedendo: si tratta di una rivoluzione sconvolgente almeno quando quella agricola (che ha impiegato millenni per assestarsi) e industriale (che ci ha messo secoli). Ora siamo nei primi decenni di questo cambiamento. E invece di continuare a pensare alle sfide tecnologiche ulteriori, dovremmo concentrarci sulla governance del digitale, che al momento è delegata al mondo aziendale – primariamente americano. Di cui implementa la logica del profitto e la cultura imprenditoriale. È una soluzione insoddisfacente, perché in essa è insito il costante rischio del monopolio colonizzante. Per completarla c’è bisogno soprattutto di coraggio nel fare le scelte sociali giuste. In altre parole, c’è tanto bisogno di politica buona».

Cosa rende una politica “buona”?

«L’impegno a lavorare su un progetto umano digitale. Cioè una forma di vita umana – individuale, collettiva, e pubblica – che una società presenta e promuove di volta in volta come auspicabile. Almeno in teoria o implicitamente, e a seconda dei momenti storici. È plausibile che ciascun progetto umano non sia del tutto realizzabile, o sia realizzabile solo in minima parte, e che quindi vada inteso solo come un ideale regolativo verso il quale tendere. Ma di certo i problemi di cui ci preoccupiamo oggi sono solo conseguenze della sua assenza».

Chi l’avrebbe mai detto: c’è più bisogno di filosofia ed etica oggi, nel mondo ipertech, di quanto non ci fosse prima…

«Verissimo. Come le ho detto, un quarto di secolo fa quando si scriveva di etica in relazione alla tecnologia non c’era esattamente la fila davanti alla porta per ascoltarci. Ora, invece, prima o poi dall’”eticista” arrivano tutti. La crescente attenzione per l’etica – che dovrebbe garantire la dimensione umana del progetto sociale – è la ragione per la quale, alla fine, è giusto essere ottimisti».

Luciano Floridi ha appena pubblicato Il Verde e Il Blu – idee ingenue per migliorare la politica in una società matura dell’informazione, numero di marzo della rivista Formiche

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