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L’utilità dell’inutile

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Il buon design dovrebbe essere, per sua stessa natura, utile. Eppure ci sono casi in cui l’utilità dell’inutile è non solo evidente ma anche squisitamente necessaria (leggete il bellissimo libro di Nuccio Ordine da cui ho copiato il titolo di questo post, se non ci credete). È  stata la prima cosa cui ho pensato quando ho visto il progetto Re-Fire di Francesco Faccin, un designer italiano (con un passato da ebanista e una lunga storia di lavoro accanto a Michele De Lucchi) che ha appena realizzato fa un accendi-fuoco. Non un accendino ma un vero e proprio set ispirato agli uomini delle caverne: due bastoncini fatti di essenze diverse di legno da frizionare tra loro su un materiale secco e infiammabile che trasforma il movimento in una combustione in pochi attimi.
Non c’è niente di più inutile. Eppure l’ancestralità del gesto, la sua lentezza e forza mescolate insieme, toccano corde così profonde da rendere Re-Fire uno strumento quasi cataritico per la nostra salute mentale. E quindi, di riflesso, un prodotto più utile per l’uomo contemporaneo di quanto non sarebbe mai stato per i nostri progenitori.

Ecco cosa mi ha raccontato Francesco Faccin di questo suo progetto.

Un oggetto così praticamente inutile (e così antropologicamente utile) come un accendi-fuoco è chiaramente un messaggio in codice. Quale?

«Sempre di più sto usando il progetto (o alcuni progetti) come forma di… “terapia” personale, come percorso catartico per liberarmi dei rumori di fondo che tanto mi distraggono nel processo del progettare al meglio delle mie possibilità. Questo oggetto inutile è come una cuffia fonoassorbente che mi isola dalla realtà e mi aiuta a centrarmi su quelle che sono le radici non solo del progettare ma in generale del fare qualunque cosa con qualità e serietà. O forse è una grotta dove nascondermi per ricordare che le cose necessarie sono pochissime e che devo prendere posizioni radicali se voglio contribuire ad un vero cambiamento.
È un progetto per ri-imparare a progettare; un progetto sul metodo del progetto; un progetto per ri-sincronizzarmi con i miei bisogni profondi.
La cosa bizzarra è che in maniera del tutto inaspettata sta avendo anche dei risvolti commerciali interessanti… Molte persone da tutto il mondo (anche importanti…) mi stanno scrivendo per comprarlo ma soprattutto per dirmi che vedendolo si sono emozionate!»

Si parla così del ritorno dell’artigianato che è ormai difficile distinguere tra chi cavalca un trend mediatico e chi fa sul serio. Come si fa?

«Il problema non è di chi cavalca il trend mediatico ma di quelli non sanno più distinguere tra un’autentica ricerca della qualità e un lavoro superficiale. Sono sempre esistiti i maestri e i cialtroni quello che dobbiamo imparare è la capacità di valutare la qualità di un oggetto, artigianale o industriale. Quindi direi che il problema non è tanto di chi produce ma di chi consuma che a tutti gli effetti determina la qualità delle cose».

Come si può coniugare il saper fare manuale (anche lento e pensoso) con gli universi open che la tecnologia di permette di ottenere?

«La tecnologia è uno strumento come un altro. Mi piace moltissimo la sfida che questi mezzi ci stanno offrendo ma bisogna essere ambiziosi. Non dobbiamo fare cose vecchie con strumenti nuovi ma immaginarci di migliorare veramente il mondo, ottimizzare i processi con tutto quello che ne consegue, usando queste tecnologie per innescare circoli virtuosi. Non sopporto quell’atmosfera sciatta (tipo «me lo sono fatto in cantina») che circonda troppo spesso il mondo dei Makers, «quelli che fanno»…ma dov’è il progetto, il pensiero? Non basta una stampante 3d sul comodino per essere contemporanei…  »

Hai un bambino piccolo che gioca con Re-fire. Hai imparato qualcosa da lui?

«Mio figlio va in giro dicendo che suo papà per lavoro accende il fuoco…
I bambini non hanno retro-pensieri, sono quello che sembrano e dicono quello che pensano, sono liberi e selvaggi, perché non ancora contaminati dai rumori di fondo. Vivendo con un bambino questo è tangibile e potente e ti obbliga spogliarti e a rimetterti in contatto con quelle parti profonde, ancestrali antiche del cervello e dell’emotività che poi sono le stesse che sto cercando di riattivare come progettista…è un fatto di sopravvivenza!»

1 Comment

  1. stefano marzano says

    cara Laura,
    consigliato da te…lo leggero’ certamente. Mi sembra mi sara’ d’aiuto a capire dove stanno i confini fra design artigianato e arte.
    Forse nella mente dell’autore che vede il proprio operato come espressione di un proprio intento : fare artigianato, fare design o fare arte. Magari inconsciamente , ma partendo dal proprio punto di partenza senza veramente chiedersi quale sia il percorso e l’arrivo.
    Erano Man Ray, Marcel Duchamp,Andy Warhol, Max Ernst e molti altri ..designers or artisti ?
    L’ utilita’ dell’ inutitile e’ che serve a pensare e far pensare.
    ciao, Stefano

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