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«Il giardiniere come mestiere d’arte»: i maestri del paesaggio

È bellissimo quando una città ha un sogno. E lo è ancora di più – soprattutto se si è in Italia – quando fa qualcosa di concreto per realizzarlo. Bergamo aveva un sogno: diventare la città del paesaggio. E, dopo la quarta edizione de I Maestri del Paesaggio, conclusasi ieri, si può dire che, senza dubbio, lo ha realizzato.

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Il giardino (ecologico e a costo zero) dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, di Antonio Perazzi

C’ero anch’io, sabato e domenica, all’International Meeting che ogni anno porta nella cittadina lombarda i migliori paesaggisti del mondo (e, al seguito, centinaia di stranieri) e chiude la kermesse di 16 giorni che trasforma la Piazza Vecchia in un polo di attività all’insegna del verde.

Pochi dei relatori, a dire il vero, hanno effettivamente affrontato il tema della manifestazione – healing landscapes (cioè il paesaggio terapeutico, inteso anche in senso lato). Solo il professor Giulio Senes, che insegna proprio questa tematica alla Facoltà di Agraria di Milano, lo ha fatto. Questo, un po’, mi ha delusa, perché trovo che – una volta appurato che il verde ha un contributo fondamentale nel nostro benessere fisico e psichico – la grande domanda su come realizzarlo (anche con costi bassi) nelle strutture pubbliche rimanga comunque una delle più grandi sfide per architetti e paesaggisti.

Ma questa mancanza non ha turbato la possibilità di godere a pieno dell’opportunità unica di ascoltare i migliori “maestri del paesaggio” del mondo.

Quelli che ho apprezzato di più sono stati Antonio Perazzi, Paulo Georgieff di Coloco e Fergus Garrett (nel suo dialogo con Luciano Giubbilei).

Il paesaggista crea benessere

Della relazione di Antonio Perazzi mi è piaciuto il suo desiderio di dimostrare – progetti alla mano – che disegnare un giardino a costo quasi zero è possibile (riciclando materiali, studiando il rapporto tra piante e paesaggio, limitando la necessità di irrigazione). E che, spesso, un pezzo di verde può diventare un’occasione per sviluppare esperienze di socialità indimenticabili per le persone. «Il mestiere del paesaggista è creare benessere», ha detto Perazzi, «la nostra forza come professionisti sta nel nostro essere in una terra di mezzo: tra arte, architettura, botanica, agraria. Il futuro è nella capacità di ibridazione».

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Dal libro di Coloco: Les Fertiles Mobiles

Le linee di pazienza

Pablo Georgieff di Coloco ha spiegato il suo modo di progettare che reintroduce il concetto di tempo nel design dei giardini. «Il paesaggio è come un film: non si può guardarlo a partire dalla fine. Bisogna ridurre il desiderio di avere risultati nell’immediato, lavorare su delle “linee di pazienza” e studiare strategie per permetterci di riappropriarci di territori lasciati a se stessi, rianimandoli con progetti fatti per durare». I suoi, tutti molto social , hanno spesso il sostegno di ministeri dell’ambiente, amministrazioni comunali o regionali di svariati paesi.

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Great Dixter

Sofisticamente selvaggio

Fergus Garrett, invece, capo-giardiniere di un luogo meraviglioso che non conoscevo, Great Dixter in Inghilterra, mi ha incantata con le immagini del giardino creato da Christopher Lloyd che ora lui gestisce con un pugno di volontari. La cosa affascinante di Great Dixter è che, dal punto di vista architettonico, ha una struttura molto classica, ben definita da muri, pietre e aiuole. Ma, allo stesso tempo, ha un aspetto “sofisticamente selvaggio”. Merito della sperimentazione continua che Garrett sfrutta sui pochi ettari di terra che circondano la casa che fu di Lloyd, mescolando texture, colori, altezze, spessori, facendo crescere piante e muschi tra i sassi, nelle giunture delle strutture.

È in questo luogo magico che Luciano Giubbilei – più volte vincitore del Chelsea Flower Show, italiano da tempo naturalizzato inglese – è andato a rifugiarsi quando ha «perso se stesso», quando – preso dalle numerosi progetti – sentiva di essersi troppo allontanato dal cuore del mestiere che si trova per terra. Ascoltare la loro storia è stato davvero toccante: è raro vedere persone che davvero vivono il proprio lavoro con una passione che si avvicina moltissimo all’amore.

L’opinione

Secondo Perazzi è bellissimo che a Bergamo vengano soprattutto paesaggisti stranieri. È importante per il lustro della città e della manifestazione, ovviamente. Ma, secondo lui, serve ben altro per cambiare il nostro paesaggio e il rapporto tra istituzioni, amministrazioni, architetti e paesaggisti).

«All’estero, soprattutto in Inghilterra e nei paesi nordici, il mestiere ha una tradizione e una storia che gli danno una dignità», mi ha detto Perazzi. «Da noi, tutto questo non c’è. Dobbiamo costruirlo. Abbiamo urgente bisogno di comunicare in cosa consiste il lavoro del paesaggista – cioè costruire un rapporto sostenibile tra uomo e natura, che non va lasciata a se stessa ma addomesticata con rispetto. Illuminare la committenza va di pari passo con il reclutamento della forza lavoro: creare un legame tra persone e terrirori, spesso la gente non aspetta altro. C’è tanto desiderio di mettersi in gioco e di trasformare il proprio habitat. Infine, ci sarebbe urgenza di creare delle vere e proprie botteghe per giardinieri. In Italia, nessuno veramente insegna a fare il giardiniere così come si fa in Inghilterra: considerando questo mestiere come un mestiere d’arte, come l’orafo o l’ebanista. Mi piacerebbe che a Bergamo si parlasse in modo concreto anche di queste tematiche».

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