Inchieste, Società
Leave a comment

La maratona, rito collettivo

 

Da prova estrema, la maratona è diventata fenomeno di massa. Senza limiti di età e preparazione, gli amanti dei 42.195 metri si danno appuntamento ovunque nel mondo. Perché questa gara affascina così tante persone? La risposta è un mix di passione e marketing. Mentre la caccia ai record è riservata sempre di più ai professionisti…

Scarica qui il PDF dell’articolo pubblicato su D 1029 del 4 marzo ’17

Faticosi e a forte rischio di scoraggiamento. Allo stesso tempo, in grado di regalare un piacere così intenso da dare dipendenza. Così Glenn Geher, a capo del dipartimento di Psicologia della State University di New York, descrive i 42.195 metri della maratona, che ha corso nove volte nella vita. E che, da prova di élite, è diventata nell’ultimo decennio un vero e proprio fenomeno di massa. Basti vedere i numeri: +13,25 per cento di partecipazioni globali e presenze sempre più “rosa” (+26,9 per cento) nel 2015 rispetto ai due anni precedenti; picchi da record nelle zone dove la mania è più recente, in Asia (Cina +259 per cento, Filippine +211 per cento, India +154 per cento) e in Russia (+300 per cento). «Dopo ogni competizione mi riprometto di smettere», confessa Geher. «Troppo il tempo richiesto, tra allenamenti e prove, troppi gli spostamenti. Ma otto volte ho ceduto e corso di nuovo. Ormai dubito che riuscirò mai ad appendere le scarpe al chiodo».

“Sballo” e meditazione: ecco perché la corsa piace. Ma anche creatività e immaginazione contano

Geher non è il solo a parlare della maratona come se fosse una droga. Il cosiddetto runner’s high (“sballo del corridore”) non è un mito, ma un fatto scientificamente provato. Nel 2008 l’Università di Bonn ha scoperto che, a seguito dello sforzo prolungato, l’ipofisi rilascia endorfine, creando felicità e appagamento simili a quelli da morfina (e da orgasmo). Ed è universalmente riconosciuto anche l’elemento quasi meditativo della corsa.

Schermata 2017-03-06 alle 08.33.10«Questa pratica attiva il sistema propriocettivo (la capacità di percepire e riconoscere la posizione del corpo nello spazio), risvegliando sensazioni fisiche sopite e aprendoci all’ascolto di noi stessi e di quello che ci circonda, senza alcun giudizio», dice Andrea Colombo, ideatore di Mindful Running, un programma che applica la Mindfulness all’esercizio fisico.

Ma “sballo” e meditazione possono, al massimo, spiegare la passione per il running, non quella per tagliare il traguardo dei 42.195 metri. Che non è cosa alla portata di tutti, ma solo di chi si allena con disciplina ferrea. Non a caso, più della maratona, sta spopolando la “mezza”, preparazione per eccellenza per arrivare alla performance intera. «Penso che dietro questo successo ci sia una convergenza di fattori», osserva Geher. «Anzitutto la maratona è una competizione che risponde perfettamente al lifestyle contemporaneo urbano: permette di allenarsi da soli, quando si ha tempo, ma di sfidarsi in location spesso speciali, unendo il fattore culturale e di viaggio a quello sportivo. È flessibile nella forma: con le nuove tecniche di monitoraggio, chiunque può creare percorsi simili ovunque, persino durante i trasferimenti per lavoro. Infine, questa disciplina richiede un carattere forte, necessario per imporsi, sacrificio, dedizione, gestione ottimale del tempo». E creatività: secondo Jim Davies, direttore del Science of Imagination Lab dell’Università di Carlton (Melbourne, Australia), una delle tecniche che migliorano la prestazione è la capacità di immaginare se stessi durante lo sforzo fisico. «Psicologicamente parlando, quindi», continua Geher, «la maratona risponde a un doppio bisogno. Da un lato, di auto-affermarsi e di mandare segnali sulla propria personalità (determinata ma creativa, resiliente ma meditativa); dall’altro, di entrare in connessione con individui dai valori e attitudini simili».

È quindi lecito parlare di un “popolo delle maratone”. Anche in Italia, dove gli appassionati sono 39.089 (secondo il report 2016 del mensile Correre, in crescita rispetto ai 38.676 del 2015). Quest’anno avranno a disposizione ben 71 competizioni, tra cui la gettonatissima maratona di Roma (l’unica italiana di portata internazionale, trasmessa in mondovisione) e la miriade di iniziative provinciali, spesso battezzate ispirandosi all’identità e alla storia del territorio: c’è quella dedicata ai Templari (a Banzi, Potenza), al riso (a Vercelli), all’arte (a Brescia), ai luoghi dannunziani (a Pescara), alle cattedrali (a Barletta)…

«La maratona è una competizione che risponde al profilo ideale contemporaneo: richiede un carattere forte, sacrificio, dedizione, gestione ottimale del tempo. E creatività»

Dell’esistenza di questo “popolo” si sono accorti ovviamente i guru del marketing. Le sollecitazioni, sui social e sui media tradizionali, si moltiplicano. «I maratoneti sono i consumatori più fedeli dei marchi che li aiutano nelle loro performance», dice Rich Harshbarger, ceo dell’organizzazione no-profit Running Usa. E hanno soldi da spendere, rivela il National Runner Survey americano: il 76 per cento di chi corre possiede una laurea e il 73 per cento un reddito annuo di almeno 75mila dollari. I maratoneti sono grandi viaggiatori (il 60 per cento non esita a spostarsi per partecipare alla competizione del cuore, con introiti per la città ospitante) e generosi. Sì, perché le maratone generano un’enorme quantità di denaro in beneficenza: con i suoi 50 milioni di sterline raccolte, Londra è il singolo evento giornaliero di charity più importante al mondo.

Anche se in teoria tutti si possono permettere di correre, per partecipare a una delle World Marathon Majors (New York, Boston, Berlino, Londra e Chicago) servono fortuna e soldi. L’evento di New York 2017, per esempio, richiedeva di iscriversi su un sito dedicato entro il 17 febbraio per partecipare alla lotteria del 2 marzo. I selezionati (le possibilità sono inferiori al 40 per cento) devono pagare un’iscrizione che, per i non americani, è di 358 dollari, a cui vanno aggiunti i costi di volo e soggiorno. Per avere più chance si può interpellare una delle tante charity che acquistano biglietti in quantità, per poi assegnarli a chi è in grado di assicurare una congrua raccolta fondi («almeno 2.500 dollari per avere un posto garantito», secondo Forbes). Di recente, poi, sono nati tour operator dedicati. In Italia, per esempio, c’è TravelMarathon: fondato da un gruppo di ex corridori, offre pacchetti (soprattutto per le maratone europee, in particolare la sempre più apprezzata Valencia) che includono volo e albergo, nonché il pettorale garantito e consigli pre e post gara (il costo si aggira intorno ai 350 euro).

Nike Breaking 2 team

La maratona, insomma, a differenza del running individuale, è un grande generatore di fatturati. Secondo l’istituto di ricerca di marketing IBISWorld, gli eventi legati alla corsa competitiva (maratona completa, mezza e i 5 km su strada) generano un fatturato, nel mondo, di quasi un miliardo e mezzo di dollari. È una realtà che include non soltanto le big, ma anche le iniziative più recenti. La giovane Dubai (esiste “solo” da 15 anni) raccoglie ogni anno 100 milioni di dollari (New York, la gara più antica, 415). Non male per un evento fuori dai circuiti, devono aver pensato a Lagos, in Nigeria: non a caso proprio nel 2016 la città ha rilanciato la maratona, dopo 30 anni di pausa.
Raccogliere sotto un solo portfolio pubblicitario le migliaia di piccoli eventi è un’opportunità unica, per chi segue la comunicazione di marchi legati allo sport. Così Richard Branson (che dal 2008 sponsorizza la gara di Londra con Virgin Money) si è assicurato i servizi di Mary Wittenberg, già ceo della non profit che organizza la maratona di New York (New York Road Runners) per i suoi Virgin Sports Festival, serie di eventi che avranno luogo in location. È un approccio testato da Competitor Group Inc. (che dal 2007 si è accaparrato diverse gare: ora organizza 31 maratone Rock’n’Roll Series in 9 paesi).

Il numero sempre in crescita di appassionati e il ruolo imponente del marketing (con innumerevoli offerte di prodotti, dalle calzature ai fitness tracker) sta però cambiando il dna di questa disciplina. Da un lato i professionisti mirano a infrangere il muro delle due ore (nell’impresa, considerata titanica, si stanno cimentando tre atleti insieme nel programma Nike Breaking2 , proprio in queste settimane). Dall’altro, i tempi della maggior parte dei corridori registrano tutt’altra tendenza: dal 2003 al 2014, ha rivelato il magazine SportWeek, le prestazioni sotto le 2 ore e mezza sono crollate del 60 per cento, e le altre si stanno inesorabilmente allungando (3 ore, 4, un giorno intero). Migliaia di maratoneti, di qualsiasi età, provenienza e preparazione, arrivano al traguardo con tempi decisamente lunghi. Ma non per questo sono meno soddisfatti, entusiasti, felici. Vincenti. Perché partecipare e arrivare fino alla fine è già un premio.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *