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Mariam Kamara: L’Africa ha un disperato bisogno di architettura. Ecco perché

Non è facile essere architetto in Africa. E lo è ancor meno se si è donna e si viene da uno stato musulmano come il Niger. Ma  Mariam Kamara non ha mai abbandonato il suo sogno: «Usare l’architettura per ridare ai nigerini un senso di identità e di orgoglio nelle proprie radici pre-coloniali». La storia della 38enne vincitrice del premio Maestro e Allievo di Rolex che vuole scrivere un capitolo africano nella storia dell’architettura. Insieme a David Adjaye…

«Ho sempre sognato di fare l’architetto», dice Mariam Kamara. Ma quella pronunciata da Mariam Kamara vincitrice del premio Maestro e Allievo di Rolex 2018, non è una frase fatta.

Questo articolo è apparso su D (11/08/18), 100 donne che cambiano il mondo

Perché non è facile né scontato, quando si viene dal suo paese, perseguire un desiderio come quello che lei ha espresso fin da ragazzina. Cioè «migliorare i luoghi dove abita la mia gente rivisitando la nostra storia e accompagnando il nostro stile di vita, senza scimmiottare quello occidentale».

Press briefing with Sir David Adjaye, architecture mentor and Mariam Kamara, architecture protégée. Rolex Media Lounge at the Arsenale.

È in virtù di questo decisionismo che David Adjaye ha selezionato Mariam Kamara (che ha già il suo studio ben avviato in Niger, Atelier Masomi), per lavorare al suo fianco per due anni.

«L’Africa ha molto da dire in architettura». Intervista a David Adjaye

Insieme, Mariam Kamara e David Adjaye si occuperanno della progettazione di uno spazio pubblico culturale a Niamey, la capitale del Niger. «Non esiste un discorso vero sull’architettura in Africa ma lei sta tentando di farlo», ha detto Adjaye alla cerimonia di premiazione alla Biennale di Venezia. E Kamara, parlando con D, conferma.

«L’architettura è politica e identità»

«Nel continente, gli studi scarseggiano, la professione non è considerata in modo serio. La gente non capisce che la progettazione sbagliata è alla base di tanti problemi sociali, culturali ed economici», dice Kamara, «perché l’architettura è politica e identità». In che senso? «Il complesso di inferiorità degli africani nei confronti dell’occidente si è tradotto in abitazioni realizzate in materiali per noi costosissimi. Perché non tengono conto delle problematiche climatiche (con conseguenze tragiche a livello di consumi energetici). Nessuno considera il fatto che i nigerini, tradizionalmente, vivono, cucinano e si ritrovano all’aperto. E hanno bisogno di case flessibili, dove ospitalità e privacy devono convivere».

Le terrazze coperte del complesso abitativo progettato da Mariam Kamara

Ma studiare architettura in Africa è considerato una perdita di tempo

Kamara proviene da una famiglia privilegiata, di persone educate all’università e decisamente benestanti. Ma l’opposizione dei genitori all’idea che studiasse architettura è stata fermissima. «Mio padre è stato il più giovane manager delle sedi estrattive dell’uranio in Niger. Da ragazzo la gente del suo villaggio ha raccolto i fondi per farlo studiare a St Etienne, all’Ecole des Mines. Mia madre è ingegnere, zie e zii sono tutti medici. Eppure anche loro, quando ho spiegato di voler diventare architetto, hanno detto no. Pensavano non avrei mai guadagnato abbastanza per rendere il percorsi di studi in America proficuo. Perché da chi studia all’estero, da noi, ci si aspetta che al rientro in patria sia in grado di contribuire al divenire del Paese in modo concreto».

«A chi, in Africa, sogna l’architettura dico: non rinunciate, siete fari per il cambiamento»

Quando lascia il Niger, Kamara lo fa quindi per diventare ingegnere informatico. Va in America, dove le occasioni, per chi sviluppa software, non mancano. Ma un percorso di laurea e sette anni di carriera in start up e grandi aziende non hanno ucciso il suo sogno. «Sapevo che avrei potuto aiutare la mia gente molto più come architetto che come ingegnere ed ero determinata a provarlo. Così, a 30 anni, ho mollato tutto e mi sono iscritta alla Facoltà di Architettura dell’Università di Washington a Seattle e poi a quella di New York per il Master».

Niamey 2000 di Mariam Kamara

«Ho studiato negli USA. Ma volevo lavorare in Niger, per il Niger»

Quando si laurea, a quasi 34 anni, apre subito il suo studio. «Non aveva senso fare la gavetta in una grande azienda quando il mio scopo era lavorare in Niger e per il Niger. Sono rimasta sempre fedele alla mia linea. Costruire case progettandole su misura sulle condizioni climatiche, economiche e sociali dei nigerini. Usando materiali locali, a basso costo. Sfruttandone le qualità naturali di eliminare il calore. E disegnare queste abitazioni perché rispondessero agli stili di vita reali delle persone». Nessuno, però, ha creduto al sogno di Kamara. E così lei si è giocata tutto.

Giocarsi tutto perché si crede in qualcosa. Io l’ho fatto e ha ripagato

I genitori le avevano regalato un terreno in occasione della sua prima laurea. E Kamara decide di offrirlo gratuitamente a imprese costruttrici per costruire un complesso abitativo sociale progettato da lei, secondo la sua filosofia alternativa a quella occidentale. Il progetto si chiamava Niamey 2000.

«Insieme alla gratuità del lotto, aumentare la densità mi ha aiutata a convincere gli investitori», dice Mariam Kamara. «Spiegavo loro che il guadagno sarebbe stato assicurato: su un terreno dove solitamente si edificano 2 case, infatti, ne sarebbero sorte 6». Ma non si trattava di casermoni piene di appartamenti.

Il progetto che nasce dalla storia locale

«Ho studiato a fondo la storia architettonica del Niger», dice Mariam Kamar. «Prima della colonizzazione le abitazioni a due piani erano la norma. Sono stati gli occidentali a farci credere che la qualità della vita si potesse esprimere solo in case separate».

Il complesso che Kamara ha fatto costruire è fatto quidi di abitazioni compatte su due livelli, connesse le une alle altre da spazi comuni riparati dal sole. Ci sono cucine e “salotti” terrazzati all’aperto. «Quando ero piccola, dormire sotto le stelle era la norma e ora nelle città è diventato impossibile», ricorda lei. E, all’interno, piccole stanze per gli ospiti che fanno da corollario agli ambienti condivisi. Il materiale utilizzato – che è diventato la firma di Mariam Kamara – sono i mattoni in terra locale con una piccola aggiunta di cemento.  «Sono perfetti per trattenere il fresco e respingere il calore e a bassissimo costo».

Dalle abitazioni alle struttura urbane

Il successo del complesso abitativo ha dato a Kamara la notorietà e il coraggio di tentare progetti sul suolo pubblico. «Mi concentro soprattutto sulla parità di genere nel contesto sociale, che in Niger è spesso negata. È ok per un uomo sedersi all’aperto con gli amici, per esempio, ma non per le donne. Che, per chiacchierare con le amiche, devono farlo in movimento, come se lo stessero facendo per caso, durante un percorso. Allora ho creato dei rifugi coperti lungo alcuni percorsi che le ragazze percorrono – per andare in biblioteca, al mercato, ai negozi. Punti di incontro pubblici, ad accesso gratuito, posizionati vicino a strutture esistenti, dove ci si può sentire a proprio agio sedersi e parlare. In alcuni di questi ambienti, le donne possono anche posizionare i loro piccoli atelier artigianali. Il sindaco della nostra capitale mi ha aiutata a realizzare due percorsi, finora, ma ne seguiranno altri».

Un premio di cui l’Africa ha bisogno

L’assegnazione a Mariam Kamara del premio Maestro e Allievo di Rolex avrà senz’altro un impatto sulla carriera dell’architetta nigerina. «Ma, spero, anche su quella africana in generale. Il continente ha un disperato bisogno di riprogettare le proprie città. È un percorso iniziato grazie al successo di colleghi come Francis Kéré e David Adjaye, al quale sono onorata di contribuire. Come donna e, soprattutto, come architetto».

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