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E se perdeste tutto? Maurizio Cilli e l’arte di (far) pensare. Insieme

Una riflessione collettiva (e un libro in crowdfunding) su cosa succede a chi perde la casa. Perché «l’arte non dà messaggi ma chiavi di interpretazione del mondo». Una chiacchierata con l’artista Maurizio Cilli: sulla rigenerazione urbana, sul fare insieme e sul lusso della libertà.

Maurizio Cilli, che incontriamo al Base in occasione di uno degli incontri di WunderKit, è un artista che si pone domande vicinissime alla nostra “pancia”. L’ultima, in termini di tempo, era: cosa succede quando si perde la casa? Cosa accade quando il senzatetto è una persona che ha sempre vissuto all’interno delle regole della società? E a cui all’improvviso viene negato il simbolo di appartenenza a quella società cui ha sempre contribuito?

Senza Casa, Senza Cosa?

A questa domanda, Maurizio Cilli ha risposto con Senza Casa, Senza Cosa? un progetto realizzato in occasione della mostra 999 domande sull’abitare contemporaneo alla Triennale. Maurizio Cilli lo ha realizzato insieme ad altri artisti. «Perché per parlare di cose così delicate bisogna posizionare lo sguardo dove non l’hai mai messo». Senza Casa, Senza Cosa ora diventerà un libro per il quale è attivo un crowdfunding fino al 2 giugno (per contribuire clicca qui).

La storia dell’ingegner S

Il libro, che potrebbe essere percepito come un manuale su come arrangiarsi quando non si ha nulla, è un racconto: la storia dell’ingegner S. Che divorzia, perde il lavoro, si trova in strada. E il suo percorso di vita è stato formulato, sempre a partire da domande specifiche, da Cilli insieme ad altri artisti: designer, maker, esperti di diversi settori. Perché quello che interessava a Maurizio Cilli non era consegnare un messaggio preconfezionato in precedenza. Ma capire davvero l’ingegner S. Come reagisce, cosa pensa, come sopravvive non appena si trova in strada? Di cosa si vergogna? Cosa gli importa di più, la prima notte e cosa dopo un mese all’aperto? Smetterà di sentirsi parte del mondo del quale si è sempre considerato parte integrante e attiva?

Maurizio Cilli, a chi parla un progetto come Senza Casa, Senza Cosa?

«Alle persone che la casa ce l’hanno ancora. Perché chi è in affitto e dipende dal suo solo lavoro per la sussistenza è a rischio costante di perderla visto che la nostra Costituzione non la garantisce in quanto diritto inalienabile, come invece dovrebbe essere. La storia dell’ingegner S. colpisce perché è un viaggio in un percorso psicologico e sociale. Che parte dal rapporto di quest’uomo cattolico, progressista, borghese con gli oggetti».

In che senso?

«All’inizio della sua nuova vita, l’ingegner S tiene con sé degli oggetti ricordo, dal piacere tattile. Cose che nutrono l’anima. Anche se è senza casa apparecchia la panchina, non chiede elemosina, non fa coda al dormitorio per paura di incontrare qualcuno che conosce. Da persona che è nata per fare diventa cacciatore, uno che si nasconde. Dagli oggetti che nutrono l’anima passa a quelli che lo aiutano. Eccolo quindi diventare homo faber, un hacker della tecnologia di scarto. Usa un vecchio blackberry facendolo accendere con delle batterie solari che trova in pattumiera, si copre con le metalline (le coperte dorate e argentate). Con una cappa cerata da 4 euro cuce un tubo di stracci lo lega a chi di notte riscalda gli ambienti (come le banche). Guardo a questo fenomeno in modo positivo. Lui si salva con la creavità e la curiosità. Anche se la critica sociale ovviamente rimane».

In questo senso il libro potrebbe sembrare un manuale di sopravvivenza…

«Lo è solo in parte. Ma è importante sottolineare la rabbia dell’ingegner S quando capisce che la società che lo ha stimato lo ha davvero abbandonato. Solo perché non ha più casa. Si sente preso in giro perché la sua sitazione viene criminalizzata. E capisce come la criminalizzazione del fenomeno dei senzatetto sia alla base delle economie dell’assistenza. Quello che vorrei passasse è la necessità di smontare il problema alla base e rendere la casa un diritto di tutti. Io vorrei che questo racconto facesse capire la gente che davanti a certe cose bisogna ribellarsi».

La tua è arte politica?

«Direi che è un lavoro che rivolge la propria attenzione alle contraddizioni della società. Un percorso contro corrente, per certi versi eversivo nei confronti delle convenzioni e dei luoghi comuni. Non cerco legittimazione e difendo la mia indipendenza. Se intendi questo allora posso dirti che sì il mio è un lavoro politico. Questo ha un prezzo altissimo, il mio lavoro fatica a trovare un mercato, oggi fare arte in questo modo è un lusso che impone condizioni di vita molto precarie, ai limiti della povertà».

Sei artista ma di formazione architetto. L’arte ha più impatto sulle città e nelle tematiche sociali rispetto all’architettura?

«Se l’arte non è calata dall’alto, sì. Perché non è obbligata a sottostare alle regole. E quando coinvolge la popolazione nella creazione di spazi per la collettività, è la gente del quartiere, alla fine, che diventa committenza. In questo tipo di situazioni è molto più probabile che le cose poi durino nel tempo. Molto di più rispetto a quando sono ideate da qualcun altro, senza coinvolgimento sul territorio».

Tutti parlano di ascolto. Di coinvolgere le persone. Di iniziative dal basso. Spesso suona molto demagogico. Come si fa a rendere questo approccio effettivo?

«I margini di radicamento e la buona riuscita dei progetti di rigenerazione dipendono dal grado di attenzione dell’approccio. Dalla cura con la quale, dalla fase di ascolto, si produce una reale condivisione di contenuti e degli obbiettivi. Succede lavorando sulla lunga durata perché la popolazione di un quartiere abbia gli strumenti per diventare committente. È questo il senso del progetto Nuovi Committenti. Nato in Francia è stato importato in Italia da a.titolo ed è un programma per la produzione di arte pubblica. Prevede che un artista si assuma l’impegno di condividere il suo processo creativo con una comunità che vuole creare spazi comuni di condivisione. È l’esatto opposto di tante operazioni di arte contemporanea di oggi. Come gli interventi nelle piazze pubbliche a Firenze».

Non hai apprezato Jeff Koons, Jan Fabre e Urs Fischer?

«Non ho detto questo. Anzi, ho trovato la scultura di Jeff Koons una meraviglia. Però trovo questo modo di lavorare sullo spazio pubblico molto tradizionale. È un approccio verticale, con il principe o ilcardinale che commissiona all’artista una grande scultura per nobilitare una piazza. Il coinvolgimento della comunità nel processo creativo è nullo».

Tu hai lavorato invece al famoso progetto di rigenerazione condivisa del Quartiere Barca a Torino

«Si è trattato quasi di un caso di studio, perché la rigenerazione si è concretizzata con la realizzazione di uno spazio pubblico. Che però era l’ultimo tassello di un processo di coinvolgimento vero. Prima, infatti, c’è stato un lungo lavoro dell’organizzazione no-profit a.titolo, insieme al sottoscritto e all’antropologa Giulia Majolino, che ha raccolto intorno a sé una trentina di giovani. Ha permesso loro di incrociare le proprie competenze con quelle di persone in discipline diverse.

LEGGI QUI SULLA BIENNALE 2018

Insieme, ragazzi e artisti hanno inventato modi di usare questa conoscenza per “leggere” la città. E quindi identificato quale quartiere si prestasse meglio a un’opera di rigenerazione condivisa. Solo a questo punto abbiamo fatto intervenire i Raumlabor. Con cui sono state realizzate installazioni insieme agli abitanti del quartiere che sono poi diventati i committenti del centro di aggregazione giovanile che è stato creato in due locali abbandonati».

Sempre più artisti ma anche architetti (vedi il tema della Biennale) parlano di co-creazione. è una reazione all’iperindividualismo e al protagonismo esasperati?

«È sicuramente il modo con il quale oggi l’artista può mettere in gioco se stesso in termini di responsabilità politica e verso la società. Un approccio questa volta orizzontale, inclusivo, di condivisione con altri artisti e con altre discipline. Ma non parlerei di co-creazione. Non amo la parola creare. L’artista non crea ma volge lo sguardo, indaga, mette il piede nella porta per evitare che si chiuda. Parlerei piuttosto di condivisione di un processo che vede l’artista vicino a una comunità a un contesto specifico, un territorio, un quartiere, una piazza, un edificio pubblico in disuso».

Se non è co-creazione come è giusto chiamare l’approccio che parte dal fare insieme?

«Parlerei ancora una volta di condivisione. Nel mio lavoro non posso prescindere dal riferirmi alla società e alle sue contraddizioni. E per farlo sento la necessità di misurare la mia curiosità di conoscenza delle cose, ascoltando gli altri, confrontandomi con punti di vista diversi dal mio. Cerco punti di osservazione inediti, che spostano la percezione verso le convenzioni e i luoghi comuni».

Che ruolo ha o potrebbe avere la tecnologia in questo sviluppo?

«La rete ha delle potenzialità infinite e per molti versi inesplorate. Viviamo una fase nella quale è urgente, dopo una sbornia collettiva ritornare a credere che la rete può anche essere uno straordinario strumento di emancipazione collettiva. In questo senso parlo di “intelligenza connettiva” un concetto potente che evoca un valore esponenziale delle possibilità della collettività. Ti faccio l’esempio dell’occupazione di Gezi Park, in quel caso tutto è stato possibile grazie ad uno straordinario lavoro in rete».

Pensi che arte abbia da guadagnare nell’allargamemto verso altre discipline? Si tratta di una reazione all’iperverticalità dell’insegnamento di stampo anglosassone?

«Credo che la multi-disciplinarità sia un concetto molto abusato, ma sono molto sensibile a questo argomento. Intorno a me vedo sempre più spesso tentativi sterili di trasversalità disciplinare. Comprendere le estreme complessità della contemporaneità, i conflitti, lo stato conclamato di crisi permanente, impongono un approccio complesso che deve necessariamente trovare nutrimento nel confronto e nel dialogo fra le discipline. In questo senso il rapporto fra Arte e Scienza è decisivo. Grazie a questo incontro è possibile distillare significati di grande potenza espressiva. Nonostante questo approccio filosofico sia una delle cifre della contemporaneità non si incontrano spesso applicazioni virtuose. In particolare modo nelle amministrazioni che governano il territorio e tantomeno nel mondo accademico. La mia attuale residenza artistica a Pianpicollo Selvatico verte proprio sull’incontro fra Arte e Scienza».

Quando l’arte è politica chi definisce il messaggio? L’artista che tira le fila, quelli che partecipano, o il fruitore?

«Con il mio lavoro creo dispositivi. Le mie indagini raccolgono indizi, che secondo un processo non sempre lineare producono significati possibili per una forma di misterioso e irregolare “magismo”. Questa è la cosa che più mi piace della mia ricerca, far nascere storie dalla mia curiosità. I miei lavori sono spazi di restituzione di un mio modo di guardare le cose, interpretabili a diversi livelli. Non mi interessa fermare dei messaggi precisi. Cerco significati, offro significati. Ma trovo più interessante aprire lo sguardo verso il possibile, offrire il piacere di concedersi il dubbio. Tutto questo gioco con la curiosità del pubblico, lo chiama in causa, chiede di riposizionare il suo sguardo.  Riprogrammare le sue convinzioni, aprire un conflitto. Ognuno tira le fila e fa i conti con se stesso e con quello che può comprendere».

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