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Me ne vado (in Cina)

«In Italia facevo la fame, a Shenzen dirigo un centro ricerca»: Jacopo Zibardi racconta il quotidiano di un giovane designer che ha deciso di tentare la fortuna in Cina. (www.undesignerincina.it)

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Per chi lavori? «Per una azienda cinese che ha come principale introito la progettazione di interni di alberghi statali. Sono l’unico europeo. Il fondatore dell’azienda è un ex generale del partito che è riuscito in pochi anni a costruire un impero: più di 800 progettisti, vari studi in tutta la Repubblica, dodici fabbriche. Spinge anche per avere un ruolo culturale: la rivista di design che ha fondato (a dire della dirigenza una delle più lette della Cina) non è un semplice house organ ma conta sull’expertise di una trentina di giornalisti, tutti assunti nella redazione. Insomma un impero che fattura milioni e in piena espansione. L’ultimo nato, in termini di tempo, è un dipartimento di design di prodotto, focalizzato principalmente sulla realizzazione di forniture di arredi e lampade. È lì che lavoro, come responsabile di un team di progettisti che stiamo assumendo al momento.»

Cosa facevi in Italia? «La fame. Ho sempre lavorato: durante gli studi (alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano) rimediando impieghi di fortuna, collaborazioni in studi di design, stage (mi è piaciuto moltissimo quello a Domus). Ma una volta laureato, quando ho iniziato a pensare a un lavoro serio, sono iniziati i problemi. Mi sono impegnato al massimo per avviare un mio studio, lavorando sodissimo. Ma ingranare è durissimo. Ho chiesto un sacrificio ai miei genitori e ho fatto piazza pulita dei pochi risparmi che avevo messo da parte con tanta fatica. Risultati ce ne sono stati: alcuni prodotti in produzione, concorsi vinti, ma tiravo su giusto per pagarmi le spese e dovevo ancora a 28 anni chiedere aiuto alla famiglia.

Non era tanto la ristrettezza economica a farmi male ma la povertà d’animo che incontravo tutti i giorni. La mancanza del desiderio che ti spinge a fare, a cambiare le carte in tavola, la completa paralisi di imprenditori e a volte di colleghi. C’è crisi, la risposta. Insomma questo era la mia situazione in Italia.»

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Come hai trovato questa posizione in Cina? «Facevo da assistente al Politecnico di Milano alla professoressa Cecilia Fabiani. Il mio attuale capo qui a Shenzen, Mr Wu Lei, frequentava un corso di aggiornamento al Politecnico e noi abbiamo seguito questo gruppo di professionisti cinesi per una settimana: era una persona davvero curiosa e intelligente, guidato da un sano entusiasmo. Comunque si chiacchierava e mi diceva che stava cercando un designer italiano che potesse dare una boccata d’ossigeno al suo dipartimento (20 persone). Avendo il pallino della Cina da quando ho 17 anni e contagiato dal suo entusiasmo mi sono subito offerto. L’ho fatto un po’ ridendo (ma anche un po’ no!). Lui subito si è fatto serio e mi ha detto che non stava scherzando al che ho risposto che nemmeno io scherzavo. Così, su due piedi, davanti al portone della Triennale, dopo una visita culturale con il suo gruppo, ho deciso in un attimo di andare in Cina e lui di darmi la sua fiducia. Mi conosceva da sole due settimane! Questo succedeva la fine di ottobre, il tempo di sistemare le cose e fare le carte e il 2 febbraio ho messo piede nella grande repubblica cinese»

Cosa fai esattamente, nel tuo nuovo lavoro a Shenzen? «Dirigo di fatto il gruppo di progettazione furniture. Il che significa che litigo tutti i giorni, non voglio che si copi e cerco di spiegare che lo “stile europeo” non esiste. E che, anche se esistesse, certo non sarebbe l’equivalente di quello che loro intendono con questa definizione (cioè lampadari in stile Murano, riccioli rococo, un pullulare di oro e rosso su simil patacche Luigi XV). Di fatto a breve dirigerò un nuovo team di progettisti – che stiamo assumendo or ora – che si occuperà dello sviluppo degli arredi per gli alberghi del gruppo. Ogni mattina mi sveglio e mi rendo conto che ho 30 anni e mi viene richiesto di contribuire alla nascita di una nuova azienda. E che la gente mi ascolta… Mi sembra tutto incredibile! E poiché qui il lavoro abbonda, nel primo mese ho già progettato sei pezzi unici prodotti ad hoc per un paio di hotel».

Quanto guadagni? «2500 euro netti al mese».

Cosa ti aspettavi dalla Cina prima di metterci piede? e cosa hai trovato? «Ero pronto a vivere con un popolo chiuso, invece sono simpaticissimi, gentili e premurosi. Non solo in azienda ma anche per strada: quando chiedi informazioni spesso ti accompagnano. Mi è anche successo di avere un problema con l’iPhone e di averne parlato con un tizio in un ristorante, per chiedergli se sapeva dove potevo andare per risolverlo: alla fine non solo mi ha accompagnato ma è anche restato in negozio con me finché non me l’hanno riparato. Mi aspettavo sporcizia e caos e invece sembra di essere in Svizzera tanto tutto è pulito. Mi aspettavo dei gran mal di pancia e invece si mangia benissimo ovunque. Mi aspettavo discriminazione e invece ho trovato subito una squadra di calcio dove gioco ogni sabato, qui non importa se sei maschio o femmina, omosessuale o etero, bianco o nero, mussulmano o cristiano, se hai la felpa o la cravatta….qui conta solo se sai far soldi o non sai far soldi. Tra tutte le varie discriminazioni mi sembra la più onesta».

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La Cina però non è certo il paese dei balocchi. Che cosa non funziona a Shenzen, in relazione al tuo lavoro? «Premetto che, nel mondo che frequento, non sento il problema vero del paese cioè la mancanza di libertà di espressione. Che ovviamente è un issue di fondo che inquina, se vogliamo, tutto. Ma se guardo al mio quotidiano direi che il problema principale è che c’è troppo lavoro e poco tempo, una fame di denaro che sfocia nella ossessione, e quindi non si rifiuta un lavoro. Non avendo tempo di ideare, pensare inventare, copiano senza vergogna. Per legge non possono fare trasferimenti di denaro all’estero; per poter acquistare qualcosa (o anche pagare un consulente europeo), devono seguire una lunga procedura burocratica creata per ostacolare appunto l’importazione. Qui sfogliano libri come 100 migliori hotel nel mondo e fanno un minestrone di quello che vedono. Le cose stanno cambiando, anche loro si rendono conto che così non va. Due settimane fa ho incontrato il fondatore e gli ho spiegato cosa ero andato a fare, gli ho detto che non volevo disegnare come in una catena di montaggio, che volevo lavorare con designer cinesi per capire la loro tradizione e quindi creare uno stile e un modo di vedere le cose carico di genus loci. Gli ho detto che la prima potenza del mondo, che ha avuto uno dei più grandi imperi e una storia millenaria non può limitarsi a scimmiottare gli europei. Il generale è stato molto colpito dalla mia franchezza e ha detto che guarderà da vicino a me al mio team (già perché, non l’ho detto, dirigerò un team di progettisti. Mi sembra assurdo ma questa è la Cina) e mi ha invitato a pranzo, cosa che ha detta di tutti è stato un evento straordinario».

Niente lamentele sugli orari di lavoro? «Direi di no. Si sta in studio dalle 9 alle 18 dal lunedi al venerdi e si fanno le pause che si vogliono. L’importante è finire il lavoro in tempo se no da statuto aziendale ti tolgono parte dello stipendio. Meritocrazia pura».

Tre cose che ti hanno colpito positivamente della Cina. «I servizi che costano niente: 15 minuti di taxi 2 euro, metropolitana 20 centesimi, autobus a volontà. La criminalità praticamente a zero. Il ristorante a 10 euro proprio se bevi e mangi a volontà. Gas e luce e spazzatura 60 euro al mese….Diciamo che poiché queste cose rappresentavano dei problemi per me in Italia, le noto positivamente. Il prezzo da pagare però è che non esiste praticamente un sistema pensionistico né di sanità pubblica: il risultato è che se sei vecchio e non sei riuscito a far soldi nella vita fai la carità per strada (ma questo succede anche in Italia) e se non hai soldi non ti curano (come in America). Ma soprattutto sono rimasto affascinato dalla gente e dal suo desiderio di fare, di provare: sono curiosi, e la loro energia ti investe non appena metti piede a terra…la senti proprio, la vedi. Non si può raccontare!! La Cina è l’Italia del dopoguerra: hanno patito la vera fame e adesso hanno proprio la voglia di rifarsi, una rabbia covata e raccontata dai nonni che sfocia nel lavoro e nel desiderio di fare la scalata sociale. Il sogno americano né più né meno».

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Immagino tu non abbia già imparato il cinese. Come risolvi il problema della lingua nelle situazioni informali. Ad esempio a pranzo? «Volevano darmi un ufficio tutto mio invece ho preteso di rimanere nell’open space e ogni giorno vado in mensa – che è una sorta di fast food – con i ragazzi dello studio che hanno qualche anno meno di me. Spendo 2,50 euro e mangio bene….al ristorante spendi 10 euro. Parliamo di tutto: politica, design, basket, calcio, ragazze … come in ogni azienda insomma. Solo che lo faccio attraverso la mia traduttrice: ne hanno assunta una apposta che non mi molla un secondo. Senza di lei sarei perso perché pochissimi parlano inglese. Quindi di fatto non parlo mai la mia lingua perché lei traduce per me dall’inglese al cinese… per fortuna ho vissuto un anno in Nuova Zelanda!!»

Hai un messaggio per chi pensa alla Cina? Studenti, giovani professionisti, aziende? «Non sono stato contattato da gente che desidera fare il mio stesso percorso e trasferirsi qui, per ora. Invece tanti si sono rivolti a me per chiedermi di trovar loro del lavoro e aziende anche importanti vorrebbero dei contatti… in realtà penso che a molti manchi il coraggio proprio perché in Italia siamo ingannati dai pregiudizi. Non ho altro da portare a queste persone se non la mia personale esperienza, seppur breve. Sarà l’entusiasmo iniziale ma davvero qui posso fare, dare sfogo alla mia creatività, avere delle responsabilità: quando parlo mi ascoltano e non vengo bollato come giovane e inesperto. Il che vale soprattutto perché ti fa sentire un essere umano cosa che, nel mondo del lavoro in Italia, è davvero una condizione rara, almeno nella mia esperienza. Tra un paio di mesi mi raggiungerà la mia ragazza: due lauree un master in critica teatrale e cinematografica, 110 in tutto…prende 800 euro al mese lavora 10 ore al giorno, non ha malattie o ferie pagate e nessun diritto…Finalmente parliamo di avere un figlio: argomento tabù fino a 4 mesi fa: non avremmo mai potuto permettercelo….la cosa assurda è che sono dovuto venire nel paese con meno diritti per avere i miei…un paradosso che stuzzica molte riflessioni. Per cui il mio messaggio è: se avete preconcetti, liberatevene. Se avete voglia del nuovo, questo è il posto dove trovarlo».

PS: Jacopo Zibardi è anche l’autore delle strisce comiche sul design Bozii, vedi anche qui con Giorgio Tartaro: intervista TV. Il blog che racconta le sue avventure in Cina è www.undesignerincina.it

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