Città, Digital, Inchieste, Inchieste in primo piano, Società
Leave a comment

Milano è già un digital hub? Quasi…

Milano sta avanzando nelle classifiche delle città high tech. Ma il suo sogno è volare lontano. Perché la città è convinta che l’innovazione – quando si parla di digitale – sia culturale oltre che tecnologica. E che capire come funziona il mondo degli algoritmi sia ormai un diritto di tutti i cittadini.

Read Milano Digital Hub in English here

Milano Digital Hub è stato pubblicato il 27 ottobre su D la Repubblica, scarica qui il PDF

Un treno pendolari, linea Milano-Domodossola. Due passeggeri guardano l’area che fu Expo dal finestrino e scuotono la testa: «tante belle parole e ancora niente. Il solito finale all’italiana».

Se ci si limita a guardare il sito dalla stazione Rho Fiera, il commento pare giustificato: poco sembra cambiato dal 2015. Invece contiene due errori.

Il primo è che lungi dall’essere destinati all’abbandono, il milione di metri quadrati che hanno ospitato l’esposizione universale stanno per trasformarsi in un ambiziosissimo tecno-park: i lavori inizieranno a breve. Il secondo, che niente, qui dentro, sarà “all’italiana”. Assomiglierà, piuttosto, a un campus americano – pensate Google, Apple o MIT -, a partire dal nome (Mind, che sta per Milan Innovation District).

Mind sarà infatti un centro multi-disciplinare, dedicato alla ricerca fondamentale e applicata, oltre che all’educazione e alla diffusione del sapere. Ospiterà le facoltà scientifiche dell’Università Statale con i loro laboratori, il Technopole (un centro d’eccellenza europeo per gli studi sulle Scienze della Vita). Ma anche l’ospedale Galeazzi, e numerose realtà imprenditoriali che lavorano sull’innovazione tecnologica. Anche la forma che prenderà sarà “da Silicon Valley”. Con edifici “riconfigurabili” (cioè adattabili a seconda della destinazione d’uso), 460 mila metri quadrati di verde con quattro parchi pubblici a tema, specchi d’acqua. E, ovviamente, un sistema di mobilità ecologico: con 4 km di piste ciclabili e macchine elettriche (senza conducente). E l’autore del Masterplan? Il più a “stelle-e-strisce” dei nostri architetti, quel Carlo Ratti che ha sì sede a Torino ma è più di casa al Massacchussett Institute of Technology, dove dirige il SenseLab.

Milano tra hardware e software

Il caso dei passeggeri rassegnati sul destino del sito più celebre della città la dice lunga sulla difficoltà dei cittadini di cogliere il cambiamento che Milano ha abbracciato negli ultimi tempi. Al di là di quello – evidente – del suo hardware.

Perché è facile capire il potere attrattivo del Bosco Verticale, che ha rimesso la città sulle mappe degli archilovers globali. E che i grattacieli di City Life, circondati da parchi, l’hanno trasformata in un luogo di pellegrinaggio. Per chi ama il verde o lo shopping, chi cerca ispirazione nelle architetture avant-garde, per chi spera di incontrare i Ferragnez (che qui hanno casa) a spasso col pupo. Ma a Milano c’è anche un nuovo software: cioè un pensiero funzionale che sta dando alla città una nuova fisionomia. Non si fotografa, non si vede, non si identifica (ancora) con uno o più luoghi fisici ed è per questo difficile da cogliere. Ma ha innestato un processo di cambiamento che lascerà il segno.

Questo software è, fuori di metafora, la cultura digitale.

Quella dello sharing inteso come condivisione di competenze per costruire il nuovo; quella convinta che il sapere si basi sulla specializzazione ma avanzi grazie alla multi-culturalità. È la cultura della nuova manifattura, che usa strumenti tecnologicamente avanzati, nelle grandi aziende ma anche nelle botteghe artigiane; quella dei FabLab, le officine creative che trasformano i concept in realtà; e quella, infine e ovviamente, delle startup, della piccola imprenditoria giovane che vuole volare grazie alle idee.

È sulla base di questa cultura che Milano sta crescendo come digital hub.

Ma cosa vuol dire, per una città, essere un hub digitale? «Diventare il terreno su cui i nuovi business digitali si possono innestare e crescere, producendo ricchezza e lavoro», spiega Marketplace.org, sito di riferimento degli startupper. Per creare questo terreno, una città deve godere del «completo supporto dell’amministrazione, avere bacini universitari da cui attingere talenti, proporre un’offerta culturale diffusa per trattenere gli innovatori e godere dei venture capitals necessari per finanziare i progetti in fase embrionale».

«Tutto questo, a Milano, c’è», dice Claudia Pingue, direttore del PoliHub.

Un altro luogo poco visibile al grande pubblico – il PoliHub sta a Bovisa, dentro il campus del Politecnico. Ma che sulla mappa degli incubatori universitari è al terzo posto: al mondo.

«Nel 2017, abbiamo gestito 113 startup che hanno fatturato 30 milioni di euro, dato lavoro a 550 persone e ricevuto investimenti per 12 milioni. Cioè il 10% del totale degli investimenti italiani», spiega Pingue. Al PoliHub accede chi ha un’idea di business giudicata «difendibile in un contesto internazionale». Gli innovatori vengono poi inseriti in percorsi di empowerment imprenditoriale insieme a mentori. Cioè professionisti di aziende che offrono supporto gratuito nella fase di avvio ed eventualmente trovano poi forme di collaborazione più strutturate nelle neo-nate realtà imprenditoriali. (ruoli di investimento, operativi o di gestione). «È il modello che funziona meglio, lo abbiamo importato dall’America», dice Pingue. Infatti i soldi entrano. Il fondo PoliMi360 (iniziativa di Politecnico di Milano e di 360 Capital Partners) ha appena raccolto 60 milioni di euro da investitori istituzionali e grandi aziende.

Tutto bene quindi?

«No, perché anche se il PoliHub ha raccoglie il 10% del totale investito in start up ogni anno in Italia, questa cifra – 171 milioni di euro – è troppo lontana da quelle che si raccolgono in paesi come la Germania (2 miliardi l’anno) o Francia (3). Stiamo ancora pagando l’enorme ritardo – dieci anni, almeno – accumulato in passato per mancanza di investimenti edi focalizzazione politica sui temi dell’innovazione. Guai a pensare di essere arrivati. Ma la rincorsa è iniziata e Milano la sta guidando».
In Europa se ne sono accorti. Sulla Startup Heatmap Europe che spiega, in chiare inforgrafiche, lo status quo dei digital hub del vecchio continente, nel 2017 Milano è salita in decima posizione 2017, e ha scalato 15 posizioni rispetto all’anno precedente.

Il digitale nella Pubblica Amministrazione

Anche il punto da sempre dolente in Italia – quello della digitalizzazione della pubblica amministrazione – a Milano registra successi “rivoluzionari”. L’aggettivo viene dall’assessore alla Trasformazione digitale e Servizi civici Roberta Cocco. «Gli indicatori ci dicono che la città di sta guadagnano velocemente terreno. Negli ultimi sei mesi, per esempio, il numero di servizi digitali certificati erogati online hanno superato del 50% quelli forniti su sportello. Il 1 ottobre PagoPa, il servizio di pagamento che Milano attivo da un anno, ha superato il milione di transazioni. Un numero che pone Milano come secondo ente nazionale per i pagamenti digitali, dopo l’Agenzia delle Entrate».

Il successo viene dall’applicazione della cultura digitale

Mentre il fascicolo digitale del cittadino, che permette di accedere a documenti come certificati, iscrizioni per gli asili, pass sosta e auto, servizi tributari, viene utilizzato da 350mila persone. «Prova del fatto che i cittadini sono più che disposti a utilizzare servizi digitali se sono semplici e immediati e che il digital gap si sta assottigliando». Il motivo del successo, secondo Cocco, è stata proprio la capacità di trasportare la “cultura digitale” – basata sulla condivisione – , all’interno della PA, insieme a una strategia che guarda al lungo termine. «Siamo in contatto continuo con altre città che, all’estero, sono più avanti di noi, per scambiare best practise. Lavoriamo con Barcellona su open data e la partecipazione, con Tallin sulle identità digitali e con Stoccolma sui pagamenti online. Allo stesso modo, i nostri progetti sono a disposizione di tutto il Paese. E il nostro prossimo obiettivo è trasportare tutti i servizi su mobile. Un passo fondamentale per l’inclusione di tutti i cittadini nella nuova cultura digitale».

La prima Milano Digital Week nel 2018

Il desiderio di inclusione di cui parla Cocco è alla base anche della decisione di realizzare – per la prima volta nel 2018 – una Milano Digital Week (leggi qui). Che, sul modello del Fuorisalone, ha coinvolto lo scorso maggio centinaia di realtà su tutto il territorio urbano, con lecture, workshop, corsi gratuiti e visite in aziende e start up. «Il suo scopo», spiega Nicola Zanardi di HubLab, ideatore della kermesse insieme a Carlo Noseda di M&C Saatchi, «era aprire ai cittadini un mondo frammentato ma connesso, in evoluzione continua e in grado di avere un impatto sostanziale sul loro quotidiano. Perché, che ci piaccia o no, saranno algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale a governare tanti aspetti delle nostre vite. E comprendere come funzionano, quali vantaggi possano portare e tenerne a bada i lati oscuri comportano (perché chi glorifica la tecnologia tout court non l’ha davvero capita) è non solo un dovere ma anche e soprattutto un diritto».

L’accesso alla cultura digitale in un mondo high tech è un diritto

Concorda Maria Grazia Mattei, pioniera dell’inclusione digitale a Milano. Dal 2005, Mattei (che di formazione è una critica d’arte) dirige Meet The Media Guru, un ciclo di conferenze gratuite e aperte a tutti che ha dato la possibilità ai milanesi di incontrare personaggi come Jaron Lanier (tra i padri dell’Intelligenza Artificiale), Joi Ito (direttore dell’MIT e advisor di Obama), Zygmunt Bauman (il sociologo che coniò il concetto della società “liquida”). Lo scorso maggio, Mattei ha annunciato l’apertura di un centro internazionale per la cultura digitale (su questo leggi qui). Si chiamerà MEET, è finanziato dalla Fondazione Cariplo e aprirà il prossimo aprile allo Spazio Oberdan (su progetto dell’immancabile Carlo Ratti). «C’è chi direbbe che Milano è già un Digital Hub. E in parte è vero, se si guarda agli incubatori, agli spazi di co-working focalizzati sull’innovazione come Talent Garden, ai FabLab diffusi sul territorio. Ma il cambio di passo ci sarà davvero quando i cittadini tutti comprenderanno davvero il senso del cambiamento digitale».

MEET servirà proprio a questo.

Sarà uno spazio pubblico, con un laboratorio creativo che sperimenta nuovi linguaggi con prodotti multimediali, format e servizi innovativi. Con una education zone dove si terranno corsi, masterclass, workshop e percorsi esperienziali pensati per persone di età, competenze e interessi diversi. E, ovviamente, ci sarà una research and innovation zone dove confrontarsi con la ricerca internazionale per studiare l’impatto della cultura digitale sulle comunità, oltre uno spazio dove tutta la produzione di Meet The Media Guru sarà resa visibile a tutti.

«L’innovazione è un fatto culturale prima che tecnologico»

«Seguo un approccio umanistico che non mette la tecnologia al centro ma la ricerca del benessere dell’individuo», dice Mattei. «L’innovazione è un fatto culturale, prima che tecnologico. E la diffusione della cultura digitale favorisce non solo la crescita dell’economia, ma le opportunità e il benessere dei cittadini. Perché tante delle ansie, dei problemi sociali e di dialogo nascono dall’incomprensione tra chi è parte della nuova cultura digitale e chi è rimasto indietro. MEET è nato per colmare questo divario. E dare un contributo a Milano nella sua trasformazione in un Digital Hub. Ma prima di tutto umano».

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *