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La nuova Milano è verde. E progetta il suo futuro con gli alberi

Più di 24 milioni di mq di natura metropolitana e 20 nuovi parchi in arrivo. A Milano, l’utopia di un paesaggio che si fa collante sociale e infrastruttura viva. La chiave di volta? La partecipazione dei cittadini alla costruzione del verde.

Questo articolo è stato pubblicato sullo speciale Milano Verde su D la Repubblica il 27/10/18

Quando Andreas Kipar racconta la Milano del 1983, anno in cui ci ha messo piede per la prima volta, il paesaggista tedesco è impietoso: «era bella, ma solo dentro». Come la ragazzina che fa simpatia, ma nessuno si fila. «Operosa, funzionale. Piena di buone intenzioni. E grigia».

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Quella città sobria e un po’ troppo seria, però, ha convinto Kipar ad aprirci Land, il suo studio di architettura per il paesaggio. «Aveva una grande potenzialità», spiega. «Era così schiacciata dalla sua realtà industriale e occupata sul lavoro da aver dimenticato il senso e il valore della qualità della vita. E io mi sono innamorato dell’idea di farglielo ritrovare, usando la natura».

Nei trent’anni che dividono quel primo viaggio di Kipar e oggi, Milano, in tema di green si è decisamente evoluta.

Parco dell’Acqua a Rubattino, Lambrate. Ph. Laura Traldi

Anche grazie al suo contributo. Perché Kipar non è soltanto la mente dietro i più innovativi parchi della città: quello del Portello (realizzato con Charles Jenks), di Porta Nuova (con la Biblioteca degli Alberi, design di Petra Blaisse), il Parco dell’Acqua a Lambrate e la riqualificazione della Bicocca (con la collina dei ciliegi).

Sulla RINASCITA DI MILANO leggi anche qui

Ma è anche l’instancabile predicatore della necessità di trasformare un ornamento («le aiuole da ammirare») in infrastruttura viva: «un sistema di polmoni green e spazi vivibili open air accessibili a tutti».

Nel 2005, Kipar ha concretizzato questa visione progettando i Raggi Verdi.

Otto percorsi più o meno piantumati percorribili a piedi o in bici, che avrebbero collegato il centro della città all’hinterland agricolo, passando attraverso le periferie rigenerate. «Il paesaggio veramente contemporaneo permette a una città di andare oltre i suoi confini. Perché è solo così che si riconnette davvero l’uomo con la natura», spiega.

I Raggi Verdi non sono andati a buon fine (solo due sono stati parzialmente realizzati). Ma il pensiero da cui sono originati ha un riscontro nel piano presentato dall’assessore Pierfrancesco Maran l’anno scorso e ora approvato.

Il punto fondamentale di Milano 2030, infatti, non è solo l’aumento del verde ma il suo diventare “sistema”.

«Il piano prevede la creazione di 20 nuovi parchi, ognuno di più di 10mila metri quadrati», spiega Maran.

Lo scalo ferroviario di Porta Genova si trasformerà – prima della destinazione finale – in un agroscalo (progetto di Andrea Caputo)

«Ma la vera novità è l’accorpamento del parco Nord e Sud, includendo nella gestione unica anche il Bosco in Città e il Parco delle Cave: avremo quindi un unico grande parco metropolitano connesso. L’area urbana sarà poi dotata di una cintura verde che nascerà dalla trasformazione degli scali ferroviari. 1250 mila metri quadrati – un’area più grande di quella di Expo – di cui 675mila metri quadrati a verde. Con il rimanente per il traffico su ferro e progetti residenziali, il 30% dei quali convenzionati. I privati che si aggiudicheranno la possibilità di costruire (previo concorso) si occuperanno del verde pubblico. Seguendo ovviamente le linee guida definite dall’Amministrazione».

È il modello di finanziamento già sperimentato per City Life e Porta Nuova.

E che si sta applicando anche a SeiMilano, 300mila metri quadrati tra Via Calchi Taeggi e Via Bisceglie, a due passi dalla metro. Dove al masterplan di Mario Cucinella (su di lui leggi qui) è stato affiancato un parco di 200mila metri quadrati a firma del paesaggista cult Michel Desvigne. «Stiamo infine mettendo a punto un piano di riforestazione, con Stefano Boeri e il Politecnico che aumenterà di tre milioni il numero di alberi sul territorio cittadino», conclude Maran.

Grandi metrature e grandi numeri. Ma necessari.

Perché è vero che Milano, con i suoi più di 24 milioni di metri quadri green (che erano 22 nel 2013 e solo 16 nel 2007) è sempre più verde. Ma è anche vero che è ancora lontanissima dalle distese verdi che vantano città come Kiev, Berlino, Madrid o Londra. (guardate le riprese satellitari dell’urbanista Phillipp Gärtner su ArchDaily per capire).

Il Bosco in Città

«La quantità delle piantumazioni conta», ammette Maran, «ma è la qualità che fa davvero la differenza in tema di sostenibilità e di esperienza urbana», dice l’assessore. Tant’è che Roma, ben più verde di Milano grazie ai grandi parchi storici, è 88sima nella classifica sulla sostenibilità cittadina di Legambiente. Mentre Milano è 31sima – ma era 51sima nel 2014 e 63sima nel 2010.

«Stiamo procedendo a passi da gigante»

«Perché Milano ha capito che per avere un impatto sulla qualità della vita dei cittadini il paesaggio deve inserirsi in una strategia di mobilità e sviluppo urbano. favorendo accessibilità e vivibilità. Avremmo potuto creare innumerevoli aree verdi a basso costo. Abbiamo invece scelto un paesaggio di altissimo livello. Nato per diventare aggregante sociale, luogo di ritrovo e di passaggio. Che nasce a macchia di leopardo ma con connessioni e percorsi urbani che ne permettono la fruibilità».

Tutto questo significa costi.

Perché oggi in media Milano spende un euro per metro quadrato di verde all’anno in manutenzione. Ma i nuovi spazi verdi costeranno tra i 4 e i 10 euro. «Sono cifre che il Comune non potrebbe mai permettersi senza il supporto dei privati. Lavoriamo quindi con i grandi investitori, imponendo condizioni che andranno a beneficio della città. Per esempio chi rigenererà lo Scalo Farini dovrà anche occuparsi della creazione e della gestione dell’oasi naturalistica che sorgerà a San Cristoforo. Ma ci rivolgiamo anche alle piccole associazioni di commercianti o di cittadini, che contribuiscono alla manutenzione del verde di quartiere».

E proprio la partecipazione dei cittadini alla gestione è un altro elemento di novità della Milano che crede nel verde.

È, questo, il cavallo di battaglia di Elena Grandi, Vicepresidente del Municipio 1 e di Assessore al Verde Ambiente Arredo Urbano Casa Demanio. Attivista ecologista da sempre, è stata lei a portare sul tavolo della giunta precedente, nel 2011, i giardini condivisi. E ad approvarne, nel 2012, l’istituzionalizzazione. (Su come è successo leggi qui)

I giardini condivisi sono aree ex dimesse di cui si prendono carico cittadini o associazioni di quartiere per adibirle a orti, luoghi di ritrovo e attività. E se, prima dell’approvazione in Municipio, a Milano ce n’erano solo 3 (e, ufficialmente, erano illegali), ora il capoluogo lombardo ne ha 15. «Il grande cambiamento è il supporto del Comune, che dà un mandato ufficiale ai cittadini perché se ne occupino, dopo aver garantito la bonifica del territorio e la possibilità di irrigare», dice Grandi.

Secondo lei è stata la diffusione dei giardini condivisi a far cambiare lo sguardo dell’Amministrazione sul paesaggio all’inizio dell’era Pisapia.

«Si è capito che il verde non doveva essere necessariamente solo formale. E che aveva, potenzialmente, un ruolo sociale fondamentale. Per creare connessioni tra persone che abitano lo stesso quartiere, diffondere l’attenzione e la cultura del verde e far sentire i cittadini più vicini alle istituzioni».

Spazio verde come appartenenza

È, questo, anche secondo l’architetto Caputo (che ha progettato l’Agroscalo di Porta Genova, una zona agricola in centro città, fruibile a partire dalla primavera 2019), il ruolo principale del paesaggio cittadino.

«Se lo spazio pubblico è etichettato come tale ma non crea senso di appartenenza non migliora davvero la qualità della vita urbana. Il vero dominio pubblico, infatti, presuppone uno scambio tra cittadini e territorio. Che è tanto più forte quanto è spontaneo. Ma la spontaneità va favorita attraverso la qualità del progetto che deve tenere conto delle comunità che abitano nella zona, controculture incluse».

Il verde come opportunità per i giovani

Aggiunge Chiara Ponzini dell’associazione Periferie al Centro (leggi qui). «Nei quartieri dove c’è un deficit di opportunità, il verde potrebbe andare oltre la sua funzione di risarcimento ambientale e aggregatore sociale. Per esempio potrebbe acccogliere le attivitò di formazione specializzata e avviamento all’occupazione. Per creare micro-imprese sostenute dal Comune e dalle istituzioni».

Milano è dunque a buon punto?

«Si sta muovendo bene», risponde Kipar. «Il rischio si annida nel suo successo perché, per pensare sul lungo periodo, bisogna resistere alle tentazioni. Tipo avere i Navigli percorsi da chiatte piene di turisti: li riapriamo per rivivere il tempo che fu? O per creare una cintura d’acqua che contenga gli affetti del cambiamento climatico? Una metropoli di oggi non avrebbe dubbi sulla risposta da dare. Per anti-popolare che sia».

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