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City After The City. Uno sguardo critico

Apre venerdì 27 maggio all’ex area Expo la mostra City After The City della XXI Triennale. Ottime le premesse, a partire dal concept (rilevante, attuale e visionario quanto basta) di Pierluigi Nicolin. Ma l’esperienza promessa al visitatore non si avvera perché i componenti del racconto non sono all’altezza dello storyboard. E non è una questione di sensorialità.

Gli elementi per fare di City After The City (che fa parte della XXI Triennale) una mostra da ricordare ci sono tutti. Il tema, in primis, egregiamente descritto dal curatore Pierluigi Nicolin nella presentazione ufficiale alla stampa ieri: «raccontare il superamento della città come la conosciamo, non azzardando una visione del futuro possibile quanto registrando i sintomi, le tensioni che raccontano l’urbanità in un altro modo». E poi la location: la ex area Expo (che ogni milanese sogna di far rinascere a modo suo, non solo siamo tutti CT ma spesso anche urbanisti!), rimessa a nuovo in un rush più volte sottolineato dal curatore per ringraziare l’impegno di tutti coloro che ci hanno lavorato di cui non resta traccia dietro la perfezione del risultato (à la Salone del Mobile). Infine la presentazione: a partire dalla straordinaria grafica di Italo Lupi (nessun disegno, solo lettere in prospettiva che creano un effetto 3D a cavallo tra le scritte “futuribili” vintage e quelle dei fumetti d’autore) che irrimediabilmente assorbono lo sguardo invitando il visitatore ad avvicinarsi, nonché il piacevole giardino di erbe che divide i due padiglioni che ospitano la mostra.

L’eccellenza delle premesse, però, non si riflette purtroppo nel percorso della mostra.

Alle cinque sezioni (la sesta, di fatto, è un bookshop) sono affidate infatti tematiche di importanza fondamentale (si va dal rapporto tra edilizia e natura al ruolo degli orti in città, dalla vita nomade al fenomeno delle migrazioni forzate toccando persino la Street Art). Ma lo “svolgimento”, lascia il visitatore a bocca asciutta. E il motivo è, come spesso accade quando si parla di architettura e design, il “minimalismo comunicativo”.

In Landscape Urbanism (di Gaia Piccarolo) una serie di proiezioni illustra come tante città del mondo si è cercato di superare lo scarto tra urbanità e natura. Ma nessuna informazione viene fornita al visitatore su cosa sta guardando, sui criteri che hanno guidato la scelta dei progetti (per lo più molto visti da chi è attivo nel settore ma probabilmente non dal grande pubblico). Ma rimane la domanda: stiamo celebrando progetti che sono buone pratiche? Perché lo sono? Basta un buon mix architettura-natura per rendere una città migliore? In che termini questo approccio ora sta creando anche gentrificazioni selvagge che beneficiano i pochi? Delle risposte – anche solo accennate – a queste grandi domande (nonché delle domande stesse) nessuna traccia. Si capisce poco anche da People in Motion (di Michele Nastasi) che racconta con immagini, dipinti, filmati il fenomeno delle migrazioni. Una bella installazione, ma personalmente non mi ha dato nulla: presumo che l’intenzione fosse di “toccare” emozionalmente il visitatore e non di fornire stimoli intellettuali (visto che oltre alle proiezioni non c’era altro). Purtroppo, però, siamo così abituati a vedere certe cose che ormai è difficile – trattando questo tema – non cadere nel déjà vu (anche se qualcuno ci riesce come ho constatato quando ho visitato la mostra Streamlines alla Dichtorhallen di Amburgo). E Street Art (da cui mi aspettavo grandissime cose, essendo il tema poco trattato in un contesto di analisi urbanistica e architettonica) sarà un sicuro hit tra il pubblico. Ma soprattutto per la possibilità di strappare da enormi container e portarsi a casa dei meravigliosi poster. Un’idea brillante della curatrice Nina Bassoli che però non riscatta una mostra in cui – ancora una volta – il visitatore capisce poco (si tratta di una storia in divenire? Da un lato New York e le origini e dall’altro il resto del mondo? Ma se fosse così, cosa c’è di diverso da quanto potrei scoprire online?) Expanded Housing (di Matteo Vercelloni) è invece una raccolta di piccoli arredi che, come micro-architetture, diventano piccoli ambienti a se stanti. Piacevole, ma un soggetto irrilevante all’interno di un desiderio di mostrare le “tensioni” che stanno disegnando il divenire delle città. A meno che non tratti di fatto del fenomeno della vita nomade, dell’esistenza fluida (su cui la collega Laura Piccinini ha recentemente scritto un meraviglioso articolo sul D della settimana scorsa, che celebrava i 20 del nostro magazine). Ma se così fosse, un racconto fatto con dei piccoli mobili – per quanto belli siano – sembra riduttivo. Nell’Urban Orchard (di Maite Garcia Sanchis) invece, si racconta il ruolo dell’agricoltura urbana attraverso una raccolta di libri, oggetti e pubblicazioni. Ed è l’unica, tra le cinque mostre, che non delude nel suo intento di “analisi delle tensioni emergenti”, anche grazie all’approccio molto didascalico scelto dalla curatrice. Che forse appare “noioso” ai più ma che personalmente trovo onesto e modesto (nel senso positivo) allo stesso tempo.

Mi sono chiesta come mai questa mostra mi ha delusa. Dopotutto non è una brutta esposizione e di sicuro si rivolge anche ai sensi con immagini forti, installazioni ad alto impatto emozionale. Poi però mi sono resa conto che è proprio lo scarto tra la promessa e l’effettivo risultato – il suo porsi come uno splendido teaser intellettuale e una potenziale scossa di coscienza per poi rivelarsi una sequenza di vetrine semi-vuote – che mi ha irritata. Ed è perfettamente normale che sia così. 

A questa conclusione sono giunta ripensando a un libro letto tanti anni fa che prediceva, nel 1998 il mondo in cui viviamo ora: The Experience Economy di Pine & Gilmour. In questo libro, i due esperti di marketing spiegavano come «per creare un’esperienza, un marchio deve usare i propri servizi come un palcoscenico e i suoi prodotti come i protagonisti che lo animano, con lo scopo di stimolare intellettualmente il singolo individuo in modo così profondo da creare in lui una memoria indelebile». Una traduzione “brandizzata” dell’antico detto: Tell me, I forget, Show Me, I Remember, Involve me, I understand. Applicato nel settore “esposizioni”, questo tipo di approccio diventa interessante. I servizi, infatti, sono l’impalcatura di una mostra, l’interior design che accoglie gli elementi presentati (che nel linguaggio del marketing sarebbero i prodotti), cioè quello con cui il pubblico si confronta in modo diretto. Lo “stimolo intellettuale” di cui parlano Pine e Gilmour, è invece l’elemento più importante di questa equazione, anche se il più intangibile. Nel caso di una mostra è il concept, la “sceneggiatura” (per rimanere in contesto teatrale) che sostiene il tutto e che riappare – irrimediabilmente – in ogni luogo, spazio, oggetto dell’esposizione. In una situazione ideale, immagino qualcuno che all’entrata di una mostra ci fa vedere un’immagine (il concept, che non deve necessariamente fornire risposte ma deve essere chiaro come una fotografia in alta definizione) fornendoci poi i pezzi del puzzle da ricomporre durante il percorso.

Tornando a City After The City, ecco che alla luce di questo ricordo da The Experience Economy, tutto appare chiaro.

Guardare con curiosità alle “tensioni” che animano le nostre città è infatti un compito di importanza fondamentale, ed è particolarmente interessante quando non ci si pone come scopo la creazione di una visione per il futuro (in altre parole, l’intenzione della mostra era eccellente). Ma accennare a queste tensioni, non raccontare nulla di esse al visitatore (se non, immagino, attraverso un catalogo che però nell’era della comunicazione museale 2.0 davvero non è più strumento sufficiente) è un modo per farlo allontanare dal mondo dell’architettura, farlo sentire da un lato inadeguato e dall’altra insoddisfatto. Il che mi pare oltre che un grosso peccato anche un’occasione perduta.

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