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I musei italiani sono cambiati. Ecco come

Video-giochi immersivi, allestimenti sperimentali, dialoghi con i giovani. I musei italiani stanno diventando più coinvolgenti e nel 2016 sono stati i più visitati d’Europa. La nuova sfida? Generare valore sociale oltre che economico

Sembrerebbero due storie d’oltreoceano. La prima: un museo produce, con un game designer di 36anni laureato in archeologia, un videogame che immerge il giocatore in varie epoche storiche; in pochi mesi lo scaricano quasi un milione di persone e il suo pubblico aumenta. La seconda: la direttrice di una galleria d’arte dà carta bianca a giovani videomaker, performer e fotografi perché raccontino le collezioni al grande pubblico con la loro voce contemporanea e sperimentale (e li paga, offrendo anche, potenzialmente, un posto nell’esposizione permanente).

Father and Son

Se tutto questo avvenisse in paesi in cui i musei da anni hanno aggiunto al loro ruolo di conservazione e studio anche quello di aggregazione, diffusione e comunicazione – paesi come gli Stati Uniti, la Francia o gli UK – sarebbe una non notizia (di quanto sta accadendo in tema di musei partecipativi, soprattutto all’estero, avevamo già parlato qui). Invece le due storie sono ambientate a Napoli, al Museo Archeologico (direttore Paolo Giulierini), e a Roma, alla Galleria d’arte Moderna (direttrice Cristiana Collu). E non sono le sole. Al Palazzo Ducale di Venezia, per esempio, in occasione della mostra su Jheronimus Bosch terminata lo scorso giugno, ci si calava negli anfratti dell’Inferno o ci si irradiava delle luci del Paradiso dipinti dal visionario artista fiammingo indossando Oculus Rift. Mentre a Olbia, grazie ai visori di RV, si passeggia tra nuraghi, capanne e contadini come 3500 anni fa.

I musei italiani stanno diventando più coinvolgenti e sperimentali. E il pubblico li sta premiando. Nel 2016, per la prima volta e in controtendenza con altri paesi di Europea, i visitatori sono aumentati: +1,8 milioni di visitatori (sul già positivo 2015) per un totale di 45,5 milioni (con un incremento delle entrate del 12% cioè 20 milioni di euro in più rispetto all’anno precedente).
Ma non è solo merito delle trovate high tech. A essere apprezzate, sono infatti le iniziative – molto spesso “analogiche” – che propongono uno sguardo nuovo sulle collezioni, permettendo a tutti di godere delle opere, eliminando quella “barriera psicologica” di inadeguatezza che spesso aleggia nei luoghi di sapere tradizionali. Sotto la direzione di James Bradburne, per esempio, l’Accademia di Brera di Milano ha modernizzato le sale e riorganizzato le didascalie delle opere offrendo letture diverse (per esperti, per famiglie, per ragazzi) e i suoi nuovi tour sartoriali includono visite ai depositi e ai laboratori di restauro (grazie alle aperture serali del giovedì ha anche registrato un +40% nei visitatori under 30). Alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, invece, la direttrice Cristiana Collu ha riorganizzato le sale mescolando arte antica e contemporanea. Il criterio perseguito – più emozionale ed estetico che didattico – è stato criticato da molti esperti d’arte per essere “un percorso di installazioni più che uno museale” ma al pubblico l’operazione è piaciuta e la GNAM ha registrato + 84% di visitatori e + 182,1% di entrate.

A essere apprezzate, sono le iniziative – molto spesso “analogiche” – che propongono uno sguardo nuovo sulle collezioni, permettendo a tutti di godere delle opere, eliminando quella “barriera psicologica” di inadeguatezza che spesso aleggia nei luoghi di sapere tradizionali.

«Se non stessero cambiando, i musei sarebbero obsoleti», dice Domenico Sturabotti, direttore della Fondazione Symbola per le Qualità Italiane: lavorando all’interno del progetto europeo Museum Sector Alliance e in collaborazione con il laboratorio culturale Melting Pro, Symbola ha appena ultimato uno studio che analizza le nuove expertise professionali necessarie per far fronte alle sfide del museo di domani. Una delle figure chiave sarà quella del “community manager” perché il museo di domani si costruirà sulle relazioni (che non ha molto a che fare, per fortuna, con i like o i follower) e avrà un ruolo socialmente aggregante. Spiega Sturabotti: «Il ruolo del museo è e rimane quello di restituire un sapere – tematico, storico o narrativo – alla comunità. Ma dal nostro studio è emerso che farlo in modo tradizionale, cioè con una comunicazione uni-direzionale che non offre possibilità di coinvolgimento, non è considerato rilevante da chi si muove nell’universo del digitale. Non è solo una questione anagrafica ma mentale. La gente rispetta il sapere del museo ma si aspetta una capacità di attualizzare il sapere che offra chiavi di lettura personalizzate e approcci interattivi che non scadano nella banalizzazione. Per non diventare irrilevante, è quindi fondamentale che il museo cambi il suo modo non solo di proporre il sapere ma anche di costruirlo (interfacciandosi con personalità ed expertise diverse da quella finora considerate e con la sua stessa audience)».

Il nuovo allestimento alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma

Può sembrare un’idea assurda – il pubblico che diventa un po’ curatore – ma succede già (la parete di ingresso del London Design Museum che spiega “cos’è il design” espone oggetti selezionati dal pubblico attraverso un sito) e funziona. «Perché il museo di oggi», continua Sturabotti, «deve essere il nodo di un sistema di relazioni rese possibili dall’uso delle tecnologie digitali che sono lo strumento di accompagnamento principe per renderlo un luogo rilevante per la società, un luogo di ritrovo per i cittadini nella vita di tutti i giorni».
Le potenzialità perché il museo diventi un luogo di aggregazione sociale ci sono tutte, secondo Sturabotti. L’architettura di nuova generazione, per esempio, dalle nuove ali del MoMA di San Francisco (di Snohetta, leggi qui sul progetto) e del V&A di Londra (di Amanda Levete di cui abbiamo scritto qui) è tutta improntata alla creazione della “piazza aperta”, fruibile da tutti senza pagare il biglietto. «E funziona», dice Sturabotti, «il MAXXI, il Museo delle Arti del XXI secolo di Roma progettato da Zaha Hadid, è diventato un ritrovo per i ragazzi del quartiere, affollato da skater, famiglie con i passeggini e studenti, che usano la biblioteca». La frequentazione spontanea unita a programmi ad hoc (al momento il MAXXI ha in corso Generation What?, una mostra curata da studenti universitari in cui giovani artisti interpretano i risultati di una ricerca europea sui Millennial) sta facendo sì che il museo romano stia attivamente costruendo il pubblico del futuro: e a oggi i 15-19enni che decidono di visitare il museo indipendentemente sono il 13% (un risultato in crescita del +3% sull’anno scorso).

Take me, I’m Yours all’Hangar Bicocca di Milano: il publico è protagonista della mostra

«I musei stanno cambiando anche perché è ormai chiaro il ruolo chiave della cultura nello sviluppo sostenibile (che significa fermare non solo il degrado ambientale ma anche l’impoverimento intellettuale delle generazioni future e migliorare la qualità della vita e l’equità tra le generazioni)», dice Filomena Izzo, Ricercatrice presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. Nel suo recentissimo libro “Musei e tecnologie: Valorizzare il passato per costruire il futuro” (ed. Cedam, 2017) Izzo racconta del ruolo fondamentale dei musei nella creazione di cittadini più coscienti, intellettualmente attivi e in grado di pensare con la propria testa. «La cultura – proposta in maniera coinvolgente e non cattedratica – mantiene viva la capacità di analisi, promuovendo la riflessione di fronte alle forti esigenze di cambiamento, aiuta a individuare nuovi percorsi e a cercare nuove soluzioni ai problemi che cambiano velocemente». La semplice presenza di beni culturali, però, non implica lo sviluppo del territorio e della comunità. «Per innescare un percorso di sviluppo è necessario il soddisfacimento di altre due condizioni: la partecipazione di larghe fasce della comunità alla vita culturale del territorio e la presenza di istituzioni pubbliche in grado di coinvolgere, in questo processo, partner esterni impegnati sul territorio»: scuole, università, centri di ricerca, fondazioni e piccole imprese in grado di fornire servizi digitali all’avanguardia e personalizzati.

Il nuovo allestimento a Brera, diretta da James Bradburne

«Bisogna che il museo parli a chi abita nei condomini che lo circondano, ai cittadini prima che ai turisti. E che la misurazione del suo successo non sia solo legata all’entrata economica ma al “social return on investments”, cioè all’impatto delle relazioni che riesce a creare sul territorio».

«Questi ultimi possono portare alla creazione di servizi culturali completamente nuovi – come avviene con il videogioco del Museo Archeologico di Napoli o i percorsi in realtà virtuale del Palazzo Ducale di Venezia – che, pur mantenendo alto il livello didattico, ne rendono più efficace l’erogazione, consentendo l’avvio di processi di comunicazione più accessibili e ricchi». Anche se, ovviamente, anche un’idea low tech funziona egregiamente nel coinvolgere e trattenere intellettualmente il pubblico, purché sia forte: la mostra Take Me I’m Yours all’Hangar Bicocca in cui i visitatori diventano parte della mostra (sono invitati a toccare, usare o modificare i lavori, consumandoli o indossandoli, portandoseli via e lasciando in cambio cimeli personali), attrae un pubblico variegato e decisamente corposo a tutte le ore del giorno.

Ci siamo sempre crucciati di non avere un Louvre o un Prado. Ma la nostra ricchezza le più di 5mila istituzioni attive sul territorio, in grado di svolgere un ruolo chiave nella creazione di valore, competenze, occupazione e qualità della vita

«Bisogna che il museo parli a chi abita nei condomini che lo circondano, ai cittadini prima che ai turisti. E che la misurazione del suo successo non sia solo legata all’entrata economica ma al “social return on investments”, cioè all’impatto delle relazioni che riesce a creare sul territorio». A parlare è Antonio Lampis, neo direttore generale per i musei del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, uno che – nei suoi 20 anni come dirigente della provincia autonoma di Bolzano – ha raddoppiato la partecipazione culturale rispetto alla media europea coinvolgendo anche chi era solitamente escluso dai consumi culturali e provando, dati alla mano, che «con la cultura cresce il benessere e la salute dei cittadini». Operazioni come le domeniche gratuite, le iniziative musicali e presentazioni di libri (le propongono tantissimi musei, da quelli di Mantova a Capodimonte a Brera) fino agli eventi immersi nella storia (come l’aperitivo archeologico etrusco a Villa Giulia a Roma o la caccia alla soluzione del mistero attraverso i musei della città, come avviene con Mysterion a Firenze) sono «perfette per rivolgersi alla fascia urbana».

Tutto questo è solo il primo capitolo della storia dei musei italiani che verranno. «Ci siamo sempre crucciati di non avere un Louvre o un Prado ma il nostro punto di forza è la presenza di 5mila musei distribuiti in modo capillare sul territorio, 5mila istituzioni che possono – all’interno di scelte strategiche come quelle proposte dalla UE in occasione dell’anno del patrimonio 2018 – svolgere un ruolo chiave nella creazione di valore, competenze, occupazione e qualità della vita. Collegarli in un “sistema” nazionale è uno dei principali obiettivi della nostra direzione». L’idea di Lampis è «un sistema di musei connessi come i neuroni del cervello»: «penso a un sistema orizzontale, che funzioni su una logica aperta di collegamento, senza divisione tra realtà statali, regionali, pubbliche e private, e a una cooperazione intersettoriale rinforzata. Da un punto di vista pratico, a un collegamento digitale che faciliti le attività pratiche e la condivisione dei dati – per la bigliettazione, per lo scambio di buone pratiche, la connessione tra le piattaforme social – ma anche la ricerca. E a momenti di incontro fisico per i direttori».
La rinascita alla quale stiamo assistendo, insomma, potrebbe essere solo un inizio.

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