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Musei e tecnologie digitali: un nuovo modo di vivere l’arte

Dal MoMa di New York alla Tate di Londra, dal Muse di Trento al Convento di San Domenico a Napoli, i musei e tecnologie digitali crescono insieme. Cambiando il nostro modo di vivere l’arte.

Se qualcuno avesse dubbi sul nuovo rapporto tra musei e tecnologie digitali, basterebbe osservare quanto sta facendo il MoMA per promuovere la mostra sull’architettura latino-americana che inaugurerà il 29 marzo per dissiparli. La prima mossa del museo newyorkese, infatti, è stata quella di creare un hashtag e di organizzare degli instameet a Rio, Caracas e Guatemala City. Non si tratta, però, solo di comunicazione ma di un’iniziativa di crowd-sourcing, che permette a più persone fisicamente distanti di collaborare a uno stesso progetto: le immagini più belle, taggate #arquimoma, saranno esposte alla mostra.

«La dimensione virtuale e quella fisica del museo si stanno avvicinando», dice Fiona Romeo, Director of Digital Content del MoMA. «Da quando direttori e curatori si sono resi conto che la presenza digitale non è un concorrente sleale dell’esperienza reale ma un mezzo per intensificarla, siamo entrati in una nuova era: quella del museo partecipativo». «Rispetto al museo tradizionale», spiega Caterina Pisu, coordinatore Ricerca e Comunicazione dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei (APM) e animatrice del MuseumNewspaper, «il museo partecipativo è un’istituzione in cui le comunicazioni si diffondono in tutte le direzioni, con i visitatori che diventano creatori e distributori di contenuti, consumatori, critici e collaboratori».

La Immersion Room del Cooper Hewitt Design Museum di New York

Cosa significa, concretamente? Per capirlo, basta una visita al Cooper-Hewitt Design Museum di New York, riaperto lo scorso dicembre dopo una ristrutturazione durata 3 anni e costata 91 milioni di dollari. Autore della trasformazione è Seb Chan, Direc-tor of Digital and Emerging Media. «Il cuore del cambiamento è la nostra API (application programming interface), una super-rete che connette i dati relativi alle collezioni e i visitatori», spiega. «Questo significa che non solo gli oggetti “parlano” ai visitatori ma anche li “ascoltano”: il pubblico può scaricare contenuti aggiuntivi (video, immagini, testi) su una speciale penna che viene data all’ingresso, e può anche commentare quello che vede usando degli schermi tattili». Il rapporto con il visitatore è dunque sempre attivo: gli viene chiesto, per esempio, di riprogettare capi di abbiglia-mento, posizionando tasche o cuciture con un programma di visual design, di stampare in 3D elementi della collezione fotografati al momento, di scattarsi un selfieper vederlo poi trasformato in un disegno eseguito da un braccio mec-canico sulla sabbia. L’attrazione maggiore è l’Immersion Room, dove le gigantografie delle tappezzerie del museo possono essere accostate a piacere usan-do la penna digitale come su un enorme impaginato 3D.

Tutto questo al pubblico italiano potrebbe sembrare lontano, e invece anche i nostri musei si stanno già muovendo nella stessa direzione. Le iscrizioni alla seconda edizione della #MuseumWeek 2015 si sono appena aperte (7 giorni per 7 temi da condividere su Twitter, dal 23 al 29 marzo) ma l’anno scorso 74 musei su 650 erano ita-liani. E italiano è anche il vincitore dell’ultimo Innovation Award di MuseumNext, la conferenza mondiale di settore: il Museo Nazionale del Cinema di Torino se lo è aggiudicato per il servizio di mobile tagging (che permette a chi scarica un’App di accedere a informazioni, curiosità e aneddoti) e per l’installazione del panorama di Torino visto dal Tempietto della Mole Antonelliana su uno schermo circolare a 270° dove immagini, sonoro e filmati sono attivati sfiorando una superficie tattile per un effetto immersivo totale. Mentre alla Triennale di Milano, durante il prossimo Fuori Salone, Tim presenterà un oggetto tascabile molto simile alla penna del Cooper Hewitt, che permette ai visitatori di orientarsi negli spazi museali, creare connessioni tra le opere, scaricare informazioni e portarle con sé. «Funziona tramite Bluetooth collegato ad antenne: è quindi decisamente economico e alla portata di qualsiasi istituzione culturale», dice Marco Zavagno di Zaven, lo studio autore del progetto curato da Marco Sammicheli. L’Italia è anche all’avanguardia nella creazione di percorsi artistici senza opere. Non spazi vir-tuali (come il Google Art Project) ma fisici, pensati per coinvolgere il visitatore in prima persona. Come la Mostra Impossibile al Convento di San Domenico Maggiore di Napoli: 117 capolavori di Leonardo, Raffaello e Caravaggio spiegati con presentazioni multimediali e gigantografie. Il successo è stato tale che l’esposizione è diventata itinerante (al momento è al Centro Nacional de las Artes di Città del Messico).

«Il museo del futuro sarà un acceleratore di relazioni culturali ma anche sociali»

«La partecipazione attiva del pubblico serve anche a far sopravvivere i musei», dice Nancy Proctor, deputy director digital experience del Baltimora Museum of Art e co-autrice delle guide interattive della Tate di Londra. «Le interazioni digitali permettono di misurare qualitativamente l’impatto di collezioni e mostre su una comunità reale (gli abitanti della città, per esempio) e virtuale (quella della rete). Sono dati fondamentali per la nuova generazione di filantropi, che in-veste solo in istituzioni che hanno un pubblico misurabile».

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino

Come sarà, allora, il museo del futuro? «Lo penso come un acceleratore di relazioni sociali e culturali», dice Fiona Romeo. «E vedo un’espansione, su scala globale, dei “salotti” di ricerca come quelli del MoMA, incontri con il pubblico su argomenti in cui le arti si mescolano al quoti-diano: i nuovi tabù, attenzione e distrazione nell’era digitale, l’internet delle cose…». «Vedremo interfacce sempre più integrate», aggiunge Chen, «stanze dotate di dispositivi per la realtà aumentata sensoriale che ci condurranno in mondi lontani nel tempo e nello spazio. E visite costruite da tutor robot sui desideri e sul livello culturale dei singolo, dedotti dalle informazioni dei social». Cambierà anche il ruolo del museo: «Non sarà più solo un luogo di educazione, ma di ispirazione. Non si entrerà per imparare quando Picasso ha dipinto un quadro ma per assorbire intelligenze di tempi storici diversi da quello in cui viviamo».

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