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Olivier Bleys: camminare è un atto di ribellione

 

Lo scrittore Olivier Bleys ha un sogno: fare il giro del mondo con lentezza, a piedi. per riscoprire la natura umana. E il senso della ribellione

Olivier Bleys ama le contraddizioni, e forse per questo ci vive immerso. Un esempio: fa fatica a considerarsi uno scrittore, malgrado abbia pubblicato 30 libri (tra romanzi, saggi e graphic novel), sia stato nominato Chevalier des Arts et des Lettres e abbia vinto 16 premi letterari («rappresentano i due terzi delle mie entrate totali annuali», dice il 46enne francese, «il che mi rende un precario al 100%»). E si è sempre considerato «un viaggiatore», anche se fino a sei anni fa esplorava il mondo soprattutto con l’immaginario, dal proprio letto («scrivo sdraiato»). Lo si vede dai suoi libri, dalle ambientazioni lontane nel tempo e nello spazio: Il mercante di tulipani è ambientato nell’Olanda del 1600, Concerto pour la main morte in Siberia, Le maître de café nella Roma del dopoguerra.

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Da una contraddizione, tra un progresso che fa bene ad alcuni e molto male ad altri, è nato anche l’ultimo romanzo, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini (ed. Clichy), una novella piena di poesia. Ideato a partire da un’immagine (la “casa della resistenza” dello Zhejiang, Cina, che i proprietari non volevano lasciare per fare posto a un’autostrada, finendo accerchiati), narra di una famiglia che lotta per salvare l’abitazione dall’avanzata di una miniera.

Perché i contrasti la affascinano?
«Perché sono l’essenza del contemporaneo, un’epoca di caos in cui è difficile capire la differenza tra cosa vale e cosa no. La sensazione esiste da tempo. Einstein diceva: “Viviamo nella molteplicità dei mezzi e nella confusione delle intenzioni”, e io sono d’accordo, ma si sta acutizzando con l’accelerazione tecnologica. Faccio enorme fatica, per esempio, a non avere una posizione critica su un certo tipo di “progresso”, come quello di cui parlo nel libro. Ho una passione per la rete e totale indifferenza alle problematiche legate alla privacy. E se nutro un’istintiva antipatia per chi ha un lavoro sicuro e combatte per mantenere i propri privilegi sotto l’egida di una certa sinistra, provo una forte empatia nei confronti dei dimenticati di tutto il mondo, o i precari dell’Occidente».

La pensano come lei anche molti trentenni. Per uno nato nel 1970 non è male…
«Sono esposto quanto loro. Ho vissuto il periodo in cui essere scrittore ancora contava qualcosa. E sono stato riconosciuto dagli editori senza alcun appoggio: da ragazzino mandavo i manoscritti via posta e loro mi hanno risposto, incoraggiato, aiutato. Ma ora c’è spazio solo per i bestseller, i libri che fanno grandi numeri. Non è facile sopravvivere per chi scrive, neanche quando ha successo. E allo stesso modo non è facile per i giovanissimi, che vagano da uno stage all’altro, senza prospettive. L’assunto che chi lavora e ha talento prima o poi ce la fa non funziona più; loro lo sanno, e anch’io. E sento un profondo senso di ingiustizia, perché il luogo da dove si proviene conta ancora. In Francia abbiamo fatto una rivoluzione, ma l’abbiamo lasciata a metà. L’aristocrazia esiste ancora, con un altro volto. Io non sono un rivoluzionario, un violento né un écrivain engagé come quelli della tradizione del mio paese. Piuttosto, a questa precarietà rispondo con il viaggio: quello dell’immaginario e ora anche quello reale, con il mio cammino».

Lei ha deciso, a 40 anni, di girare il mondo a piedi. E di farlo un poco alla volta. Come mai?
«L’idea mi è venuta conoscendo Bernard Ollivier a una conferenza. Ex giornalista, una volta raggiunta l’età pensionabile ha deciso di percorrere a piedi 12mila chilometri, da Istanbul a Xi’an, per poi raccontarli in un libro (Una strada per ricominciare, Terre di Mezzo, 2014, ndr). E ho pensato, se può farlo lui a 60 anni, perché io no? Quanto alla modalità, non avevo molta scelta: avendo due figli e dovendo mantenere loro e me, non potevo certo abbandonare lavoro e famiglia. Allora cammino quattro settimane ogni anno e riprendo il viaggio ogni volta da dove l’ho lasciato. Senza stress, itinerari né tabelle di marcia».

Dov’è arrivato, in sei anni?
«In Ucraina. Ho percorso 850 chilometri, una media di 27 al giorno. Fattibilissimo. Ovviamente dovrò aumentare il chilometraggio, se voglio girare tutto il mondo prima di morire. Lo farò quando i miei figli saranno grandi».

Niente tempi da record né competizione, quindi.
«Né con altri né con me stesso. Non cerco adrenalina, tutt’altro: quando ho iniziato, temevo di annoiarmi. Invece no. Perché quando si viaggia in questo modo, con zaino e tenda, senza legami né piani, riaffiorano domande ancestrali, i sensi si acutizzano, torniamo preistorici: dove dormo, cosa mangio, posso fidarmi di questa persona, di questo terreno, di questa situazione meteorologica? È un sentimento straordinario: mi ha convinto che la marcia non sia uno sport ma la vera condizione dell’uomo, l’attività che ci ha resi quello che siamo e che il nostro corpo ricorda».

Forse è anche una forma di meditazione?
«Non nel senso attivo. Quando cammino non penso a nulla, non lavoro, non costruisco storie. Non vado “oltre”. Al contrario, mi sento, totalmente parte del presente e del mondo che mi circonda, con il corpo e con la mente».

Dovremmo tutti camminare di più?
«Camminare è una forma di resistenza. Non solo fisica, ma anche nei confronti del mondo. È un elogio alla perseveranza, alla lentezza, allo sforzo che, in una società ossessionata dai risultati, è decisamente controcorrente. Farlo in questo modo, un mese all’anno, è l’equivalente contemporaneo della cattedrale medievale: un progetto a lunghissimo termine, da tramandare eventualmente di padre in figlio. È la generosità di creare qualcosa che vada oltre la nostra esistenza. Il concetto oggi manca totalmente: agli individui, perché non credono che la vita continui dopo la morte, quindi se ne fregano; ai politici che annaspano in un sistema morente, perché non lavorano per la nazione ma per il proprio mandato. Nel suo essere ancestrale, la marcia è un’attività super contemporanea, perché risponde ai bisogni di chi soffre per la folle velocità che ci impone il quotidiano».

Quanti, secondo lei, soffrono a causa della velocità?
«Tutti. I giovani, per esempio, seppure sempre connessi: tra vita e lavoro, quando possono, scelgono la prima. Lo si vede nei settori che ancora offrono possibilità di impiego, come lo sviluppo di software: le aziende fanno fatica a trovare ragazzi disponibili a lavorare giorno e notte in nome della carriera. Ai soldi preferiscono il tempo libero».

 

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