Comunicazione, Progetti
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People Are Media

People are Media, un libro di Silvio Meazza e Aldo Agostinelli, è un ritratto di noi, oggi. Con lo smartphone sotto gli occhi, impegnati a condividere e likkare, uomini e donne-sandwich nostro malgrado eppure anche più liberi di scegliere e di essere. Un libro sul web 3.0 per chi non sa cosa sia, scritto da chi l’ha visto nascere e crescere.

La frase che chiarisce meglio perché valga la pena leggere People Are Media (di Silvio Meazza – co-fondatore di M&C Saatchi, su di lui abbiamo scritto anche qui – e Aldo Agostinelli – chief digital officer di Sky Italia, ed. Mondadori) l’ha pronunciata una signora durante la presentazione del libro lo scorso dicembre. «Grazie», ha detto sventolando lo smartphone, «finalmente tutto questo ha più senso». La signora non era certo una sprovveduta. Ma per la maggior parte della gente, seppur sempre connessa, è innegabile che il mondo della rete si sia evoluto troppo velocemente e in modo troppo capillare per riuscire a tenerne le fila e soprattutto per coglierne le future conseguenze per il nostro quotidiano a venire. E che una spiegazione semplice ma non semplicistica di cosa si muova dietro la facciata di questo mondo sia un dono da considerarsi prezioso.

People Are Media propone un discorso compiuto su cosa siamo diventati da quando esiste il web 3.0 – da quando internet si è trasformata in un luogo di discussione collettivo attraverso i social media, accessibile 24/7 grazie agli smartphone, nonché un terreno enorme di raccolta dati a uso del marketing e della realizzazione di algoritmi sempre più sofisticati perché l’intelligenza artificiale ci somigli sempre di più (su questo tema, abbiamo scritto già qui). E lo fa con la precisione di un saggio – perché le informazioni e le analisi che contiene sono serie, supportate dai fatti e proposte da due professionisti della comunicazione che in questo mondo si muovono da sempre – ma con un linguaggio che assomiglia a quello di un racconto.

Un libro che dà alla gente coscienza del suo potere pur non illudendola: possiamo decidere noi su tante cose, è vero, ma soprattutto quando si tratta di bazzeccole.

E proprio come in un racconto, l’attenzione non è tanto sugli strumenti – i media – quanto sulla gente – people. Perché  “people are media”  significa che i veri protagonisti di questa trasformazione tecnologica siamo noi, le persone, che attraverso la nostra compartecipazione totale (spesso ignara) al divenire del digitale e alla costruzione dell’intelligenza artificiale, siamo diventati strumenti di comunicazione o creatori di dati. Cioè noi stessi media.

In questo senso People Are Media dà alla gente coscienza del proprio potere pur non illudendola. Possiamo decidere noi, è vero, su tante cose, ma si tratta sostanzialmente di bazzeccole: cosa comprare, come farlo in modo vantaggioso, dire cosa pensiamo come se avessimo un megafono davanti alla bocca, sentirci protagonisti, giornalisti, registi, fotografi osannati dai nostri follower. Siamo padroni del nostro entertainment. Le vere decisioni, però, quelle che stanno traghettando il mondo altrove, si prendono molto lontano da noi. E anche dalle aziende che troveranno questo libro utilissimo – visto che alla parte sociologica si accompagna una sezione più “di marketing”, che illustra come se people are media chi non saprà comunicare con quei media tanto vale si consideri già in fin di vita. Perché il web 3.0 – proprio come il capitalismo tradizionale se non forse di più – dà più spazio a tutti ma in cima alla piramide c’è spazio solo per pochissimi (e basta guardare la lista delle aziende che guadagnano di più al mondo per sapere chi sono).

In questo senso, People Are Media è un libro ottimista ma anche realista, uno strumento accessibile a tutti per navigare nel contemporaneo con più coscienza, per sfruttare appieno le potenzialità che la tecnologia mette a nostra disposizione, per non avere paura di fenomeni come Industria 4.0, come l’intelligenza artificiale o la BlockChain senza vederne anche le opportunità (su questo, leggi anche qui). Perché, come scrivono gli autori, «il digitale è, tra le altre cose, anche un rischio che dobbiamo correre» e «tutto questo finirà, ovviamente. E quando ricominceremo a non sentirci particolarmente in colpa ad annoiarci, o deluderci, o sentirci per un minuto mediocri potremo finalmente usare la tecnologia per migliorare, e per migliorarci». Come people, più che come media.

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