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Philippe Moati: sharing economy e iperconsumo

Noleggio, acquisti di gruppo, condivisione. Secondo l’economista Philippe Moati la sharing economy è solo un’altra faccia dell’iperconsumo. «Il buon consumo? Porta a fare più che ad avere»

Acquistare in gruppo, noleggiare per poi utilizzare in condivisione, raccogliere fondi in rete per permettere alle piccole produzioni di esistere. È all’insegna del decluttering l’economia collaborativa, che trasferisce il valore dal possesso all’esperienza dell’uso. Ma secondo Philippe Moati, professore di Economia all’Université Paris-Diderot e autore di La société malade de l’hyperconsommation, si tratta di uno specchio per le allodole. «Non è che un’altra faccia del consumismo sfrenato», dice.
L’economia della condivisione non ci libera dall’ansia del possesso?
«Sì. Ma non dalla spinta all’iperconsumo. In Francia, il 5% della popolazione spende il 50% delle entrate in economia collaborativa. Ma non per questo risparmia o investe in attività sociali, educative o votate alla crescita personale. Al consumo finalizzato al possesso è stato aggiunto quello “alternativo”, basato sull’uso».
Eppure i giovani sembrano sempre meno interessati al possesso.
«Vero. Ma questo non significa che siano critici nei confronti del sistema. Anzi. Il Millennial fa zapping: sceglie il noleggio per passare da un prodotto all’altro, è immerso nell’economia della condivisione per avere di più, più in fretta e per meno soldi. Più consumista di così…».
Però l’economia della condivisione porta a possedere meno cose, quindi a produrre meno e forse meglio.
«In teoria sì. La tendenza alla frugalità, figlia anche della crisi, ha insegnato a consumare diversamente. Guardiamo però alla massa: in una società in cui l’individuo si assoggetta alle leggi del marketing (penso al personal branding, alla self promotion sui social media), l’identità si costruisce sul consumo, anche quando parliamo di esperienze e non oggetti. E chi è escluso da questo circolo di tentazioni infinite e apparentemente alla portata di tutti, è vittima di una frustrazione intensa. Penso che tanti degli estremismi oggi siano dovuti a questa impossibilità di costruirsi un’identità, in un sistema dove ciò che conta è il potere d’acquisto».
Il decluttering quindi non è un segnale di critica all’iperconsumo?
«In alcuni casi sì. Ma stiamo parlando di nicchie. Il fenomeno non ha riscontri numerici importanti. Ed è probabile che se diventasse mainstream si trasformerebbe in altro (come è accaduto con realtà nate da un pensiero rivoluzionario, come Airbnb o Uber, ma in realtà assolutamente in linea con il mercato). Serve invece un ripensamento da parte delle istituzioni, delle grandi aziende, della società civile sul tema del consumo. Il marketing che un tempo necessitava di unità tra i consumatori per avere massa critica, ora, grazie alle nuove tecnologie, è sempre più suadente, sofisticato e personalizzato: divide e crea tribù omogenee. Una prospettiva che nell’attuale clima politico fa paura».
Cosa suggerisce?
«Di cambiare il modello di consumo. Spostare l’asse del valore e dell’identità sul fare, rivalutando la fatica come strumento per ottenere qualcosa di unico perché realizzato da noi, attraverso sforzo, abilità e ingegno. I più recenti studi dimostrano che la felicità viene dalla capacità di mettere a frutto talenti. Penso allo sport, all’arte, a tutto ciò che viene chiamato hobby. E al lavoro, per chi ha la fortuna di averne uno che lo soddisfa. Non sono contrario a un’economia di mercato, ma all’iperconsumismo che porta all’ozio, al piacere facile. Ci sono enormi potenzialità di mercato in un’economia del fare: chi ha una passione sarà felice di spendere per corsi di formazione e strumenti che lo aiuteranno a migliorarsi».[:en]Un pensiero prima di riempirsi la casa di cose inutili (o di riempire quella di altri), usando il Natale come ennesima scusa…

 

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