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Avanti popolo (del web)

Sharing economy. Si può progettare un paesaggio lavorativo più equo con le piattaforme collaborative? In molti ci stanno provando. Ma serve un cambio di passo (e di mentalità)

C’è un inganno di fondo nella Sharing Economy, quella di Uber, Upwork o di tutte le alte piattaforme che connettono chi offre servizi a chi li cerca: la condivisione riguarda tutto eccetto l’equo guadagno. Certo, c’è chi giura di mettersi in tasca fino a 2000 dollari al mese con TaskRabbit, e chi dice di potersi concedere una vacanza perenne grazie all’affitto percepito dalla sua casa su Airbnb. Ma i numeri raccontano una realtà meno glamour.

Per esempio quelli forniti dall’agenzia di prestito online Earnest che ha calcolato i guadagni mensili medi di chi lavora usando Airbnb (440 dollari), Uber (155), TaskRabbit (110). Secondo la sua ricerca, chi fa consegne a domicilio per Postmates percepisce un salario medio mensile di 70 dollari, che suona misero ma è meglio di quello intascato dai freelance ingaggiati su Fiverr: 60.

Un paesaggio in cui vince il più forte

Non specificando il numero di ore lavorate (è impossibile avere una fotografia reale di una situazione così parcellizzata e in perenne mutazione), lo studio di Earnest non può fornire un’informativa completa. Ma riesce a chiarire molto bene che esiste certamente chi riesce a vivere decentemente con l’“economia dei lavoretti”, ma non si tratta della maggioranza. Altre voci, poi, descrivono il paesaggio umano di un universo ancora percepito come giovane, dinamico, egalitario e anti-sistema: in cui, invece, chi vince è il più forte. Lo dice senza mezzi termini Harry Campbell, autista Uber e blogger di TheRideShareGuy: ha intervistato più di 1000 driver per concludere che i 18-30enni che lavorano per Uber intascano fino 17,98 dollari l’ora, mentre la paga scende man mano che sale l’età dei conducenti, e tocca il fondo per quelli che hanno più di 61 anni (14,57). Ma l’età non è l’unica discriminante. Uno studio recente della Harvard Business Review dimostra che le abitazioni di proprietà di afro-americani muovono su Airbnb (a parità di offerta, prezzo, location) il 16% in meno di affari.

Lavoratori di Go Jek di Jakarta in piazza, foto New York Times

Il lavoro parcellizzato cresce. Per produrre dati per l’intelligenza artificiale

Gli unici veri ricchi, in quest’economia, che più che di condivisione è di “estrazione del valore” (del lavoro), sono ovviamente i proprietari delle piattaforme. Che guadagnano dalle commissioni sulle prestazioni (in media 25% per Uber, 3% per Airbnb e 20% per le AirbnbExperiences, 30% per TaskRabbit) ma anche, ed enormemente, dalla vendita o dall’uso dei dati raccolti attraverso ogni singola interazione. I quali dati valgono oro per chi vuole pubblicizzare prodotti, personalizzare i prezzi di polizze assicurative e geo-localizzare potenziali clienti. Ed è proprio per aumentare la produzione di dati che l’economia del lavoro parcellizzato è cresciuta a dismisura in Cina, India, Bangladesh e Indonesia. Dove un esercito di “operai digitali” passa la giornata dentro stanzini insalubri, detti click farms, allestiti con centinaia di smartphone, a cliccare immagini di animali, cartelli stradali, a riconoscere testi e a decifrare i ghirigori dei test re-Captcha (misure di sicurezza per distinguere gli umani dai robot).

Ogni nostro gesto digitale allena i computer a fare il nostro lavoro

«Prima che le macchine sostituiscano gli uomini è necessario insegnare alle macchine a fare le cose che gli uomini sanno fare. E per questo vanno “allenate”, nutrite con un flusso di informazioni continuo, originato dagli umani», spiega Antonio Casilli, docente di Digital Humanities al Telecommunication College of the Paris Institute of Technology (Télécom ParisTech), che alla Fondazione Feltrinelli di Milano ha commentato qualche mese fa questi sweatshop di nuova generazione, veri campi di lavoro 2.0. A dire il vero, all’addestramento globale delle intelligenze artificiali e al miglioramento degli algoritmi che ormai governano qualsiasi attività, partecipiamo, volenti o nolenti, un po’ tutti.

Creano informazioni che valgono oro per l’intelligenza artificiale non solo gli operai di Amazon (se si arrivasse davvero all’uso dei famigerati braccialetti che monitorano spostamenti, comportamenti e stili lavorativi) ma anche chi perfeziona i testi tradotti automaticamente dai motori di ricerca, o condivide le proprie performance sportive, preferenze e geo-localizzazioni. «C’è però chi queste cose le fa per guadagnare», dice Casilli. «E le fa attraverso piattaforme come Amazon Mechanical Turk (un servizio internet di crowdworking) o mille altre in cui si è tutti contro tutti. Il lavoratore che ha il rating più alto (perché è più veloce, più a buon mercato, più “sempre disponibile”) vince la human intelligence task, cioè il lavoro». Che, paradossalmente, una volta compiuto, renderà obsoleto l’operaio, poiché nel contempo lui avrà allenato l’intelligenza artificiale a portarlo a termine al suo posto.

L’alternativa: le piattaforme collaborative

Secondo Trebor Scholz, autore del saggio Uberworked and Underpaid, studioso-attivista e docente di Culture & Media alla The New School di New York, è arrivato il momento di risolvere le contraddizioni di fondo della Sharing Economy, perché è già in atto un processo di monopolizzazione dal quale sarà poi difficile liberarsi. «L’economia delle piattaforme offre convenienze tangibili e immediate ai lavoratori (salario accessibile, flessibilità, comodità d’uso) e ai consumatori/datori di lavoro (prezzi bassi, agilità nella selezione ed erogazione dei servizi). Ma questa convenienza durerà poco. Perché i prezzi dei servizi offerti sono calmierati artificialmente, sfruttando i miliardi forniti dalle banche di investimento. Lo scopo delle piattaforme, infatti, è quello di arrivare al monopolio per poi dettare le proprie regole: Uber, per esempio, può far leva su 70 miliardi di dollari per fare lobby con le autorità di tutto il mondo e ottenere regolamentazioni favorevoli all’ingresso nel suo sistema di trasporti. E quando la concorrenza scomparirà, non penso proprio che continuerà a essere consumer-friendly».

Un sistema da riprogettare

La soluzione, secondo Scholz, non è un tuffo nel passato ma una riprogettazione del sistema. «Vanno create piattaforme cooperative, di proprietà della collettività, in cui gli individui si conoscono personalmente e rispondono in prima persona della qualità del servizio offerto in nome della collettività che rappresentano. Come in un rapporto di lavoro tradizionale. Il principio rimane la possibilità di entrare in contatto con lavoratori a ore, senza però giochi al ribasso sulle tariffe, eliminando il tutti-contro-tutti e lasciando a chi fornisce la prestazione il 95% del prezzo pagato dal consumatore».

Come fa Up&Go, che a New York ha messo sotto un unico ombrello digitale realtà di lavoratori associati in cooperative come EcoMundo, Brightly Cleaning Cooperative e Cooperative cleaning. «Bisogna trovare modi per conferire potere e dignità a questi lavoratori, perché i sindacati sono fossilizzati sulla rappresentazione di un gran numero di lavoratori contrapposti a un solo datore di lavoro. E questo modello non ha senso quando si hanno 20 o 30 capi diversi ogni anno».

Le piattaforme esistono anche in Italia

Alcuni progetti sono già attivi, anche in Italia, dov’è appena approdata la piattaforma collaborativa per freelance Smart-it.org, che tutela i guadagni dei liberi professionisti e si occupa del recupero dei pagamenti, assicurando i compensi agli iscritti come a dei salariati, e fornendo loro consulenze fiscali e organizzative. «Nel nostro Paese l’interesse per queste esperienze è forte perché esiste un tessuto cooperativo ben radicato», spiega Elena Como, ricercatrice di Lama Development and Cooperation Agency di Firenze. «Da noi ha più senso sfruttare questo patrimonio storico e digitalizzarlo, piuttosto che creare qualcosa ex novo. Il paradosso è che se da un punto di vista sociale le cooperative sono le realtà più preparate per creare una sharing economy degna di questo nome, dall’altro sono anche molto più immature, dal punto di vista digitale, rispetto alle aziende».

Le cooperative possono fare la differenza

Spiegare la natura e i potenziali vantaggi di una sharing economy che metta l’individuo e la dignità del lavoro al centro, è l’attività che Lama porta avanti in collaborazione con altre realtà europee (lo scorso novembre ha presentato al Parlamento Europeo il vision paper di Cooperatives Europe, e partecipato alla Conferenza sulle Platform Cooperatives di New York, promossa da Trebor Scholz). Al momento Lama sta effettuando uno studio, per conto del Ministero dello Sviluppo Economico, sulla fattibilità tecnica, organizzativa e legale della creazione di una piattaforma collaborativa per la mobilità urbana a Milano e Bologna. «Non basta l’intento etico: bisogna mettersi dalla parte del consumatore. Serve un cambio di mentalità sia da parte delle istituzioni che delle cooperative». Il che, in Italia, suona come una battaglia persa in partenza. «Non è una passeggiata», ammette Como. «Ma lo sfruttamento esiste anche da noi, là dove sono già attive TaskRabbit, Mechanical Turk e decine di piattaforme private che coprono il vuoto che nessuno ha mai affrontato (quello tradizionalmente dominato dal “nero”, dalle baby sitter alle badanti). Le cooperative che sapranno muoversi assorbendo quanto c’è di buono della digitalizzazione ma mantenendo fermi i loro valori, sopravviveranno. Le altre saranno obsolete prima di quanto pensino. E a rimetterci sarà la dignità del lavoro di tutti».

Foto di copertina, Fastcodesign.

Questo articolo è stato pubblicato su D la Repubblica 1077, scarica qui il PDF

Grazie per l’aiuto ad Aldo Nicotra

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