Design, Progetti
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Fame e design: Giulio Iacchetti e la Razione K

Alla Triennale di Milano, una mostra di Giulio Iacchetti sulla Razione K – la scorta alimentare dei soldati – insegna a guardare il food design come una soluzione intelligente al problema della fame.

Nessuno, arrivando un martedì di prima mattina alla Triennale di Milano, si aspetterebbe un pienone. Invece erano proprio tante le persone chine sui tavoli dove Giulio Iacchetti, con la sua mostra Razione K, ha posizionato le razioni di cibo giornaliere dei soldati di 23 paesi del mondo. A guardare questa mostra strana, che apparentemente con il design non ha nulla a che vedere, c’erano signore vestite di tutto punto, bambini pieni di entusiasmo, giovani attenti e curiosi: e tutti osservavano, si ponevano domande, si scambiavano opinioni e commenti sugli oggetti che avevano davanti agli occhi…Nella mia modesta opinione, non c’è prova migliore del successo di una mostra…

Le razioni alimentari dei soldati. Non è un soggetto “popolare”. Né, almeno a prima vista, legato al design così come lo concepiamo tradizionalmente. Come ti spieghi questa attenzione da parte del pubblico della Triennale?

«Razione K è una mostra immediata, che si esaurisce nella sua enunciazione: mostrare come gli eserciti di tutto il mondo affrontano la sfida della razione alimentare dei soldati. E poi c’è un fattore che spesso i designer dimenticano: e cioè che le persone hanno bisogno di un legame affettivo con le cose per apprezzarle. E qui ci sono tutti gli elementi per crearlo: c’è il cibo inteso come nutrimento vitale, c’è il concetto di protezione, di sopravvivenza, c’è anche il meccanismo da Giochi senza Frontiere: sai quanta gente si mette a paragonare gli inglesi con gli italiani, con i peruviani… Essere popolari – nel senso si pensare al pubblico – nelle proprie scelte curatoriali non significa abbassare la qualità del discorso ma aiutare le persone a percepire il valore delle cose…Che dovrebbe anche essere lo scopo del design»

Perché hai voluto organizzare questa mostra?

«Perché osservare il mondo militare – e lo dico in modo laico, senza giudizi etici – aiuta a cogliere intelligenze diverse rispetto a quelle cui siamo abituati. Nei settori impegnati a proteggere le persone (come fa un esercito nei confronti dei suoi soldati), tutto è studiato in maniera super funzionale e nulla è soggetto ai diktat del glamour, della moda, del marketing. È un altro mondo, da cui è possibile imparare moltissimo».

Cosa c’entra la Razione K col design?

«La Razione K ha a che fare con il design perché è un progetto. Ed è un progetto importante, dedicato al mantenimento in vita di persone vere, in cui tutto deve rispondere a criteri di leggerezza, funzionalità, frugalità, compattezza, mobilità. Certo, non è stato firmato da nessuno, ed è nato da un pensiero collettivo. Nel mondo militare, in quello delle attrezzature chirurgiche o degli sport estremi – tre situazioni che giocano con la sopravvivenza – il design non ha ufficialmente alcun ruolo eppure entra in maniera totale nella sua accezione più pura e originaria. In questi settori, infatti, dove lo scopo è ottenere 100% di funzionalità, la progettazione è così affinata che gli oggetti trasformano il principio funzionale in pura, spontanea bellezza».

Cos’ha il design da imparare dalla Razione K?

«Il concetto di frugalità, di compattezza. Anche nell’estetica. Ci sono progetti sorprendentemente belli, come quello neo-zelandese, dove non solo la palette di colori è azzeccatissima ma anche la grafica è essenziale e funzionalissima: enuncia il contenuto e nulla di più».

Cosa ti ha colpito, osservando le Razioni che hai raccolto?

«Il rispetto di alcuni paesi, come gli Stati Uniti, di cui abbiamo esposto la razione vegetariana. Ne hanno una per ogni religione. L’attenzione all’igiene: spessissimo le razioni sono complete di spazzolini da denti. E poi le situazioni inaspettate: nessuno si immaginava che gli olandesi mangiassero il doppio degli altri. Né che agli sloveni venga servito del tonno italiano di marca, che si trova anche nei supermercati. Mi ha anche stupito la razione giapponese: mi aspettavo qualcosa di molto meno anonimo di tre buste e una ciotola in plastica. Mentre dalla Nuova Zelanda mai mi sarei immaginato una tale maestria grafica…La razione italiana è anche molto piacevole, con i barattoli dalla grafica azzerata (un colore e la scritta “ravioli”), come una glorificazione del discount. Ma soprattutto, nel pacchetto dei nostri soldati è inclusa una stagnola per proteggere il cibo, sacchetti per buttare via i resti, tre spazzolini da denti e un mini-fornello di 2 centimetri quadrati da accendere con la diavolina».

Possiamo leggere questa mostra come un esercizio pre-Expo, visto che il tema dell’esposizione universale di Milano sarà il cibo?

«Sì e no. Nel senso che nell’anno in cui si parlerà a dismisura del food design questa mostra parla di cibo riferendolo al tema della fame. Io non ne posso più del food design inteso come atteggiamento bohémien. C’è una dicotomia pericolosissima nello storpiare un’attività basica per la vita come nutrirsi per farla diventare una moda. Ed è anche un anacronismo rispetto al quotidiano della maggior parte di noi. Parlare di food design in termini estetizzanti vuol dire tradurre tutta quella pseudo-progettazione in spreco. È una distrazione e un uso improprio di belle forze progettuali che potrebbero essere impiegate per lavorare sul cibo in relazione alla fame: creando alimenti, packaging, procedure, processi di coltivazione…Pochi però vogliono ancora considerare il design come uno strumento al servizio della comunità perché le sirene del glamour e dell’estetica sono troppo forti…»

Cosa potrebbe fare il design in relazione al cibo inteso come fame?

«Non ho una risposta a questa domanda. È un settore di ricerca quasi inesplorato. Ma sono certo di una cosa. Quando si pensa “cosa c’entra lì il design?”, è proprio in quel luogo che si celano opportunità di crescita. Per il design e per le persone che esso serve».

Razione K, Triennale di Milano, fino al 22 febbraio, entrata libera.

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