Inchieste, Società
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Rewilding: il ritorno della foresta in città

Boschi che avanzano, natura selvaggia anche in città. Il rewilding è una realtà e ci dice che il futuro non sarà un deserto di cemento. Ma la nuova urgenza è imparare a convivere con l’onda verde.

Il rewilding non esiste solo sui giornali. «A Bergamo Alta il sottobosco è arrivato in città», conferma Lucia Nusiner di Arketipos, l’associazione che ogni anno organizza una tra le più importanti manifestazioni del mondo sul tema del verde, I maestri del Paesaggio.  «È incredibile il numero di rovi, edere, persino robinie pseudoacacie selvatiche che si trovano nelle vie meno frequentate e lungo i sentieri che circondano le mura». Bisogna essere agronomi come Nusiner per cogliere l’importanza di certi dettagli, segnali di un cambiamento nel paesaggio tradizionale. Ma basta una conoscenza botanica di base per notare la presenza massiccia di nuovi, giovanissimi frassini – piante pioniere per eccellenza – un po’ ovunque nelle valli orobie, a ridosso degli agglomerati urbani.

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Per gli studiosi, il rewilding, cioè l’avanzata della natura selvaggia è un argomento di scottante attualità. «Dimenticate la deforestazione. Non siamo in Amazzonia. Il ritorno del bosco e l’inselvatichimento della natura vicino ai centri abitati è, insieme al cambiamento climatico, il vero grande fenomeno paesaggistico da comprendere e fronteggiare in questo momento», dice Luigi Latini, docente di Architettura del paesaggio allo Iuav dell’università di Cà Foscari e presidente della Fondazione Benetton che a questo tema dedicherà le giornate internazionali di studio il 18 e 19 febbraio. Non è quindi un caso che al wild landscape siano anche dedicate le iniziative di Milano Green City (a maggio) e i Maestri del paesaggio di Bergamo (dal 7 al 25 settembre).

I numeri parlano chiaro. Il censimento 2015 dell’Inventario Nazionale delle Foreste ha misurato una crescita costante del bosco alla velocità dello 0,6% all’anno dal 2005 al 2015. Negli ultimi dieci anni, spiega il rapporto, 600mila ettari di terreno sono stati liberati dallo sfruttamento dell’uomo e si sono trasformati in «selva, con animali selvaggi», mentre il numero di alberi pro-capite è salito da 199 a 210, per un totale di 20 miliardi di alberi diffusi su 10,9 milioni di ettari di boschi (una curiosità: le regioni più alberate sono Emilia Romagna, Umbria, Marche e Veneto). Di pari passo cresce il numero delle enclave selvatiche nelle città, fotografate da Claudio Longo (Milano: isole di selvatico in città, ed. Archivio Dedalus) e Daniele Fazio (Giungla sull’asfalto. La flora spontanea delle nostre città, Blu Edizioni) e trasformate da paesaggisti e botanici in percorsi di bio-diversità aperti al pubblico (come quelle dell’Italian Botanical Heritage, creazione dell’agronoma e giornalista Margherita Lombardi).

Foto di Matteo Carassale

Foto di Matteo Carassale

È un mondo pieno di sorprese. Pochi sanno, infatti, che il numero delle specie di piante presenti a Roma è doppio rispetto a quelle presenti lungo la costa incontaminata tra Scopello e San Vito Lo Capo, in Sicilia. O che, secondo il censimento delle foreste, stiamo vivendo nell’era in assoluto più selvosa della storia d’Italia.

La natura si riafferma, la bio-diversità arriva nelle metropoli: stiamo finalmente riparando i paesaggi che abbiamo rovinato in passato? Quando si tratta di ecologia, purtroppo, le risposte non sono mai semplici.
La vera domanda infatti è cosa fare di questa natura, come convivere con il rewilding. Capire se sia meglio lasciare che il bosco continui ad avanzare oppure contenerlo. E se l’arrivo del selvaggio a ridosso delle abitazioni sia un evento positivo o negativo per l’ambiente.             

Una possibile risposta è giunta qualche mese fa dal neonato movimento degli EcoModernisti. Ed è sorprendente: «Rifiutiamo l’idea che  le società umane debbano armonizzarsi con la natura», si legge sul Manifesto del movimento. «Per limitare l’impronta ecologica proponiamo una separazione tra il verde incontaminato, che sta riguadagnando terreno e che rigenererà se stesso, e gli spazi abitati dall’uomo, dove le attività di sfruttamento del territorio – agricoltura, estrazioni, silvicoltura, urbanizzazione – andrebbero intensificate e industrializzate, lasciando il controllo a tecnologie green». Nessuno avrebbe preso sul serio i diciotto firmatari di questo pamphlet (che di fatto mette in discussione il concetto di sostenibilità) se tra loro non ci fossero consiglieri del Congresso Americano sul tema del riscaldamento globale, esporti di fisica e persino un premio Nobel, l’indiana Joyashree Roy (che si è aggiudicata il premio per la Pace nel 2007 insieme ad altri studiosi dell’Intergovernmental Panel on Climate Change). E così  il Manifesto EcoModernista è stato tradotto in dieci lingue, pubblicato sui giornali che contano, e sta facendo il giro del mondo.

La Queens Plaza a New York: la paesaggista Margie Ruddick l’ha progettata come un’isola di erbe selvagge

Non tutti, ovviamente, sono d’accordo con la sua tesi. È diametralmente opposta la ricetta di Luigi Latini e di altri studiosi europei come George Monbiot, che ha definito gli EcoModernisti «persone intelligenti ma ignoranti e comicamente fuori moda». «La coesistenza uomo-natura garantisce l’equilibrio idrogeologico, la salvaguardia dei suoli, la gestione delle alberature», dice Latini. «Il fenomeno di inselvatichimento del territorio e di alcune aree delle città è un’inversione di rotta rispetto al passato, che viene percepita come non traumatica dalla popolazione perché porta alla creazione di aree verdi. Ma non tutto il verde fa bene all’ambiente, e chi ha a che fare con le dinamiche del paesaggio sa che sarebbe più giudizioso gestirne l’avanzata, ridando il timone all’uomo. Il termine ingombrante di “progetto”, quindi, deve riguardare anche il bosco».

«E la città», aggiunge Margherita Lombardi, autrice de Il buon giardino selvaggio (ed. Maggioli). «Il giardino urbano sta riscoprendo una sua dimensione più selvaggia, che però può nascere solo da una progettazione attenta. È una tendenza, nata con Gilles Clément, che ora ha per capofila  garden designer come Nigel Dunnet, autore dell’Olympic Garden di Londra e del recentissimo giardino del Barbican Center. E che sta prendendo piede anche in Italia: penso al lavoro di Bruno Vaglio e Gian Marco Bernocchi, che realizzano giardini a basso impatto ambientale con minore richiesta idrica e all’impegno di alcune amministrazioni, come quella di Milano, che ora preferiscono aiuole “selvagge” a basso impatto ambientale e low cost, realizzate con erbacee perenni e prati di fiori selvatici».

Sulla stessa linea il paesaggista Antonio Perazzi, autore di giardini naturali dall’Italia all’India. Che precisa: «Sono ottimista riguardo all’arrivo di piante spontanee e della nuova sovrabbondanza di boschi, quindi  sarei per lasciare la natura a se stessa perché ritrovi il suo equilibrio con i secoli. Nel frattempo, però, abituiamoci a un monitoraggio costante e quando si creano situazioni di rischio interveniamo immediatamente». Un esempio? «L’invasione delle budleie, piante importate di origine cinese che prosperano anche sopra i 2000 metri:  creano accumuli di scarti vegetali che si trasformano in tappi e impediscono il defluire delle acque, con conseguenti dissesti idrogeologici gravissimi». Conclude Luigi Latini: «Più che a riconsiderare il concetto di sostenibilità, il ritorno del bosco dovrebbe spingere a far evolvere il nostro rapporto con la natura. Che se prima andava genericamente “difesa”, oggi richiede un atteggiamento più interattivo e responsabile, basato su un progetto consapevole. La società civile italiana, già all’avanguardia su temi come il farming e il verde condiviso, è pronta. C’è da chiedersi se lo siano anche le istituzioni».

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