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Quando Robert Wilson mi ha abbaiato addosso

In occasione del prolungamento della mostra Tales di Robert Wilson a Villa Panza (fino al 4 marzo 2018), ripubblichiamo l’intervista all’artista-drammaturgo americano realizzata poco dopo la creazione dei video-ritratti esposti a Varese e apparsa su D la  Repubblica.

Per Robert Wilson, ambientare l’Amleto in un supermercato non vuol dire riscoprire i classici ma capire cosa lega Mozart a Donald Judd o George Balanchine ai Rolling Stones sì. Una chiacchierata sul bello immortale con l’artista e regista teatrale che ha ritratto Lady Gaga e Brad Pitt in video e che sogna di costruire una “biblioteca dell’intuizione” che potrebbe “assomigliare a uno stadio”.

La cosa più strana è successa mentre parlavo con Bob Wilson – regista, drammaturgo, lighting designer e coreografo avanguardista – è che si è messo ad abbaiare. È successo all’improvviso, dopo un minuto di silenzio. Sicuramente state pensando che quei 60 secondi siano stati lunghissimi, difficili da gestire, inquietanti come il presagio di un flop a un incontro romantico. Già, perché Wilson non è uno qualunque ma l’artista-coreografo e regista che ha trasformato il teatro contemporaneo, l’uomo della multi-disciplinarità spinta e dei celeberrimi video-ritratti di VIP, da Johnny Depp a William Dafoe, da Brad Pitt a Lady Gaga, questi ultimi a Villa Panza di Varese in occasione Tales, la mostra prolungata fino al 4 marzo 2018.

Quel minuto, in effetti, avrebbe potuto essere angosciante. Invece no. Perché Bob Wilson è un mago nel catturare l’attenzione e riempire i vuoti, nell’arte come nella vita. Ti aggancia con un piccolo gesto lentissimo, inaspettato (nel mio caso, ha smesso di parlare, alzato la mano e girato le dita davanti a sé, come se stesse disegnando); poi, quando capisce di averti catturata, fa finire l’incantesimo così come era iniziato, in modo quasi brutale (abbaiando, appunto). Quando è successo, non ho fatto alcun sussulto, né mi sono spaventata (malgrado la cosa fosse, francamente, alquanto bizzarra). Al contrario, mi sono sentita bene, come risvegliata da un sogno ipnotico. «La gente dice che nel mio teatro gli attori si muovono lentamente», aveva detto Wilson prima che la sua mano iniziasse a vivere di vita propria. «Non è propriamente esatto. Se un performer pensa di doversi muovere al rallentatore, il risultato sarà un’azione che dura più del previsto. Se invece vive l’atto intimamente, usando tutto il tempo che serve per assorbirlo senza considerarlo a priori “lento”, il suo gesto si carica di un’energia che cresce con la durata dell’atto stesso. E che l’artista può riversare sul pubblico, trasformandolo, coinvolgendolo». Per ottenere questo effetto e catturare emozionalmente e intellettualmente gli altri, tutto è lecito. Anche abbaiare. O posare seminudo sotto un doccia con una pistola in mano per poi colpire lo spettatore, spruzzando acqua (come fa Brad Pitt nel suo ritratto a Villa Panza). Quello che conta, infatti, non è tanto quello che accade davanti allo spettatore ma come egli lo vive sulla propria pelle. «L’interpretazione non è compito dell’artista ma del pubblico».

Come si affronta una sua opera?

«Dimenticando l’idea che ci sia un messaggio da parte dell’artista. Considero infatti che il mio ruolo come artista sia quello di far sì che la gente si ponga delle domande: cos’è, cosa fa, perché lo fa? L’opera è grande se ogni risposta viene immediatamente scalzata da un’altra perché tutte sono ugualmente valide. Se, al contrario, racconta una storia preconfezionata, è una creazione limitata. Un buon lavoro non è mai finito. Nulla inizia o finisce mai davvero: tutto, invece, partecipa in un moto continuo».

Sta dicendo che non esiste il nuovo ma solo ripetizioni formulate in modo diverso di una stessa sostanza?

«Un tramonto non sarà mai uguale a un altro. E la sequenza di suoni che sentiamo in questa stanza: non si ripeterà mai tale e quale. L’unica costante dell’esistenza è il cambiamento continuo. Non parlerei quindi di ripetizioni formali, di multipli di esperienze. Dall’altro lato, però, le manifestazioni ed espressioni artistiche più diverse, quando hanno un valore che le eleva al di là del proprio tempo, sembrano essere collegate da un filo sottile, dalla ricerca di un sapere e di una sensibilità primordiale che, secondo Socrate, ogni bambino possiede dalla nascita ma perde crescendo. La vita, guardandola da questo punto di vista, è un viaggio dentro di noi alla ricerca di una conoscenza perduta. È il motivo per cui quando un reporter ha chiesto a Einstein di ripetere quello che aveva appena detto, lui ha risposto: non c’è bisogno perché ogni cosa che dico è sempre la stessa. E per cui Marcel Proust diceva spesso di lavorare sempre allo stesso romanzo: non riscriveva le stesse parole ma quello che lo animava era la stessa sostanza».

Come definirebbe l’avanguardia artistica, oggi?

«Riscoprire i classici. Cogliere quel filo rosso che collega culture che non si sono mai incontrate: egiziani, maya, romani, assiri. Questo non vuol dire ripetere linguaggi già usati ma ritrovare geometrie universali, rimandi che ci toccano nel profondo. Mozart, per esempio, è un classico. Ma lo è anche George Balanchine (infatti se qualcosa mai rimarrà ai posteri della danza del XX secolo saranno le sue coreografie). E lo è anche Donald Judd (tra 500 anni guarderemo ancora i suoi 100 cubi perché la loro armonia è immortale quanto un tempio greco)».

Foto Sergio Tenderini per Villa Panza

C’è un modo più avanguardistico di un altro di riscoprire il classico?

«Non mi piacciono le ricette. Posso dirle però cosa non funziona: l’”aggiornamento”. Come se ambientare l’Amleto in un supermercato di Los Angeles potesse renderlo più interessante. Al contrario, dare una lettura specifica di un’opera così complessa la limiterebbe irreparabilmente. Pensa che Shakespeare abbia colto tutte le sfumature di ogni sua frase? Ovviamente no. Il vero artista produce seguendo un istinto primordiale e la sua opera sarà riuscita se il pubblico continuerà, anche dopo secoli, a viverla come un’esperienza unica e rilevante».

Da 40 anni lei è considerato il più grande artista teatrale contemporaneo. C’è qualcosa che la rende particolarmente orgoglioso nel mondo in cui vive oggi rispetto a quando ha iniziato la sua carriera?

«I passi da giganti fatti nei diritti umani. Sono cresciuto a Waco, nel Texas, una cittadina particolarmente chiusa, dove era peccato indossare i pantaloni se eri donna, avere un amico di colore se eri bianco, andare a teatro o a ballare. Gli afroamericani non potevano sedersi in autobus con i bianchi o usare i nostri bagni. Quando i filantropi John e Dominique de Menil hanno deciso di dedicare uno dei Broken Obelisks di Barnett Newmann a Martin Luther King il Sindaco di Houston si è rifiutato. Era un luogo di estremismi, che incitava alla divisione: a scuola eravamo incoraggiati a denunciare chi aveva peccato per poi pregare per loro pubblicamente. Nel mondo ci sono ancora posti così. Ma io non posso fare altro che rallegrarmi quando vedo che il nuovo sindaco di Houston è una lesbica e che il Texas ha appena eletto il suo primo senatore di colore.

Allo stesso modo apprezzo quello che ha fatto il Presidente Obama. Quello che i suoi gesti in tema di giustizia sociale, salute pubblica, educazione siano stati davvero rivoluzionari e che la storia gli renderà giustizia».

C’è qualcosa invece che la indigna?

«Sono appena rientrato da un paese dove si tagliano le foreste. Vedere quei grandi alberi che cadevano mi ha fatto stare fisicamente male».

Ha un sogno nel cassetto?

«Vorrei creare una biblioteca dedicata all’ispirazione per favorire la nascita di nuove intuizioni. Che poi sono l’unica cosa in cui i computer non sono in grado di sostituirci. Potrebbe essere un luogo meditativo, come la King’s Library di Londra. Oppure uno stadio perché le vere grandi opere del XX secolo non sono quelle della Scala o dell’Opéra ma quegli eventi capaci di sprigionare un’energia comune tra migliaia di individui diversissimi: penso a performance di artisti come i Rolling Stones o Bruce Springsteen. Nella mia biblioteca vorrei creare delle atmosfere simili, far convergere individui provenienti da mondi diversi per vedere cosa succede».

È stato in italia tante volte. Come è cambiata?

«Gli italiani sono sempre gli stessi: vicini alla terra. Un tecnico del Piccolo Teatro e della Scala di Milano non è come uno della Metropolitan Opera House: ha un feeling particolare per il colore, lo spazio, il movimento e capisce subito perché chiedo di spostare un oggetto dieci centimetri più a destra. Quello che amo degli italiani è la loro capacità – in tema di cultura – di vedere le cose secondo una prospettiva più ampia. Quando è morto Donald Judd, per esempio, a New York le riviste lo chiamavano “scultore”, in Italia invece veniva sottolineato il suo essere un artista rinascimentale, creatore di mondi. Del resto, da voi queste figure sono sempre esistite, da Leonardo a Gio Ponti. È forse per questo che l’Italia non ha mai ceduto a quel disastro che è la cultura compartimentale e iper specializzata…»

Lei ha collaborato più volte con grandi aziende. Qual è il ruolo dei marchi nella cultura oggi e quale potrebbe essere in futuro?

«È straordinario che le aziende capiscano l’importanza di sostenere l’arte. Se nessuno lo fa, smetteranno di esistere. Ma è grazie ai manufatti artistici che sappiamo come eravamo 5000 anni fa. E tra 5000 anni osserveremo l’arte di oggi per leggerla come un diario del nostro tempo. Nulla resterà del pensiero negativo che ha portato ai conflitti religiosi e politici che oggi riempiono le prime pagine dei giornali. La cultura, invece, continuerà a esistere. Perderla significherebbe rinunciare alla nostra memoria. E quindi a noi stessi».

Ringrazio IllyCaffé per l’opportunità di incontrare Robert Wilson.

 

 

 

0 Comments

  1. Stefano Marzano says

    cara Laura una bella fortuna quella di assistere ad un unicum come l’abbaiare di BW !
    Bella intervista per molti aspetti mi sento molto vicino al vostro dialogo …….mentre il treno della vita continua nella sua corsa rumorosa.
    Un abbraccio stefano

  2. designlarge-d says

    Sapevo che avresti apprezzato… Fin da quando l’ho incontrato 😉 ciao x

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