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Il cibo è potere. Roger Doiron e la rivoluzione verde

Roger Doiron racconta il potere sociale e politico degli orti a I maestri del paesaggio a Bergamo

«Un orto è un gesto politico», dice Roger Doiron di Kitchen Gardeners International, l’”evangelista” degli ortaggi fai-da-te, l’uomo che ha ispirato Michelle Obama nella creazione del vegetable garden della Casa Bianca e che ieri è stato ospite dell’International Meeting de I Maestri del Paesaggio di Bergamo.

Perché il cibo – come non pensarci ogni giorno quando vediamo le immagini dei migranti che affollano i nostri confini? – non è soltanto una forma di energia ma anche e soprattutto una forma di potere. E incoraggiare le persone a riprendere possesso del mezzo (la terra) che permetterà loro di nutrirsi, significa permettere loro di riprendere il potere nelle proprie mani. E sottrarlo a chi lo detiene da quando è iniziata l’urbanizzazione e la gente ha dimenticato come creare il cibo per nutrirsi.

Roger Doiron è un rivoluzionario. Un sovversivo. Non imbraccia armi e non ha un partito politico. È simpatico e “buono”: chi avrebbe mai paura di uno che passa il suo tempo a piantare carote con la famiglia? Eppure Roger Doiron è uno che sta cambiando il mondo – in modi che forse a qualcuno (chi detiene il “potere” che viene dalla produzione e dalla distribuzione dell’alimentazione) potrebbe e dovrebbe fare paura. Il fatto è che Doiron non è solo e sta creando un suo esercito usando una strategia di comunicazione impeccabile e soprattutto il suo buon esempio. Un po’ come ha fatto Carlo Petrini con Slow Food. Il suo scopo? Mobilitare quanta più gente possibile nel mondo perché si riappropri della terra coltivabile disponibile nelle città per produrre cibo. La quantità di suolo agricolo destinato alla produzione del cibo sarà sempre meno capace di rispondere alle esigenze della popolazione (si calcola che entro fine secolo avremo bisogno del 53% di terra in più per rispondere alla crescita demografica). Ecco perché è importante lavorare sulle zone urbanizzate. È un messaggio la cui peso cresce esponenzialmente con la povertà del luogo in cui viene accolto. Un orto in una città ricca ha valore se è “sociale”, aperto a tutti, e in quanto può migliorare la qualità del cibo dei cittadini («il buon cibo è un diritto, non un privilegio»). Mentre in uno slum africano, brasiliano, indiano o cinese può diventare un salva-vita per decine di famiglie.

L’esercito dei seguaci di Doiron è enorme. E continuerà a crescere. Perché mentre quando ha iniziato con il suo Kitchen Gardeners International una decina di anni fa era lui che, in prima persona, andava ad aiutare chi si stava faticosamente riavvicinando all’agricoltura (chi coltivando il proprio giardino, chi occupando un lembo abbandonato di terra). Mentre ora promuove – distribuendo aiuti finanziari e manodopera – progetti in tutto il mondo. E chi lo segue, a sua volta, diventa un testimonial della sua causa.

Cos’ha a che fare tutto questo con il design? Secondo me tantissimo. Perché quello di Doiron è prima di tutto un progetto – di comunicazione, di sviluppo, di realizzazione – che ha come scopo migliorare la qualità della vita: in modo pragmatico e immediato, ma anche con un occhio di riguardo verso la creazione del “bello”. Il paesaggio, sempre di più, va progettato, non lasciato a se stesso in nome di una natura incontaminata che non esiste più. Riappropriarsi degli spazi verdi o trasformare il proprio piccolo fazzoletto di terra in un orto significa regalargli non solo un significato importante, ma anche una bellezza che conta tanto di più proprio per il suo ruolo sociale e politico.

Quando gli organizzatori de I Maestri del Paesaggio mi hanno chiesto di suggerire il nome di uno speaker che parlasse sul tema di landscape e agricoltura, ho pensato a Roger Doiron è perché sono convinta che l’Italia sia un terreno davvero fertile per il suo messaggio. Quando, la mattina, passo davanti agli orti pubblico di Via De Castillia e vedo bambini, signore e anziani che curano zucchine, pomodori e melanzane, penso che è questa la città che amo: dove, di fianco ai grattacieli ultramoderni, si lavora perché i nostri figli si riapproprino di un saper fare che la mia generazione ha dimenticato. Ma Milano, si sa, è la più europea e cosmopolita delle città italiane; e negli ultimi anni si è ha davvero fatto molto per dare voce e spazio alle persone che, sempre più numerose, sentono il desiderio di tornare a coltivare, pur senza rinunciare alla vita urbana. Mi sembrava quindi importante che la platea de I Maestri del Paesaggio potesse fungere da cassa di risonanza su tutta l’Italia per la storia e la missione di Roger Doiron, spiegando a tutti, e a poche settimane dalla chiusura di Expo, come sia possibile cambiare le carte in tavola in tema di food, un passo dopo l’altro, con dolcezza ma anche tanta determinazione.

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