Fuorisalone
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Salone e Fuorisalone: ciò che resta (a puntate)

Come si misura il valore di un evento culturale o di una visita museale? Ognuno ha il suo metro e il mio è cercare di capire quanto ha cambiato il mio sguardo sul mondo.

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Il Salone del Mobile di Milano e il Fuorisalone mi lasciano sempre qualcosa dentro. Per questo – al di là dell’evidente valore economico e commerciale delle due manifestazioni – li considero momenti di cultura, esperienze a tutto tondo da cui è possibile uscire in qualche modo arricchiti: con idee pratiche ma anche e soprattutto stimoli, riflessioni e ispirazioni…

E così, proprio come faccio dopo una visita in un museo o a una mostra, quando il Salone e il Fuorisalone chiudono finalmente i battenti mi viene naturale riguardare le centinaia di scatti che ho realizzato e tirare le fila. Chiedendomi cosa mi è rimasto nel cuore e perché… Ecco le risposte, che pubblico a puntate…

 

Eecal-selfie-laura-traldical: un nuovo sguardo sul quotidiano

La ricerca dell’Ecal mi ha affascinata. La scuola svizzera ha analizzato – attraverso una serie di progetti che hanno impegnato studenti e docenti nei dipartimenti di product design, comunicazione e fotografia – il senso dell’autoscatto nel nostro quotidiano e cercando di dare un senso diverso al famigerato “selfie”. Grazie al mix tra tecnologia e design, le installazioni portavano il visitatore a considerare l’ossessione per l’autoscatto in un’ottica più creativa e meno meccanica, avvicinandolo all’antica arte del ritratto. È il design usato come mezzo per definire esperienze interattive open source. Che sono tali non tanto in virtù del loro essere high tech quanto, piuttosto, perché non si esauriscono nella pura fruizione e richiedono una partecipazione attiva e spontanea da parte del pubblico per completarsi.

grandi lowIl Lazzaretto: a stomaco vuoto

La seconda mostra milanese (dopo Razione K alla Triennale) che interpreta il tema del food riflettendo sulla mancanza dello stesso. Davvero uno sguardo sul “digiuno” era necessario nel Fuorisalone che accompagna di fatto Expo2015 e per fortuna non è mancato. I progetti in mostra, alcuni dei quali davvero molto belli e poetici, usavano però il design come forma d’arte, per costruire metafore sul tema. È un approccio ovviamente lecito ma a mio avviso è anche un peccato che nessuno abbia pensato al design di sistemi, cioè a progettare strategie (anche visionarie ovviamente) per ipotizzare possibili soluzioni, anche temporanee, al tema della fame.

studio klass lowDaa: i gioielli dall’altro made in Italy

Mi è piaciuto moltissimo il progetto Daa all’Erastudio in via Palermo che ha visto un gruppo di designer impegnati nella progettazione di oggetti d’arredo da realizzare con macchinari e stampi già esistenti e impiegati per l’industria pesante. Dietro l’operazione c’è la Alcar, un’azienda che produce ed esporta benne in tutto il mondo. Non è un’operazione nuova (l’ha già realizzata per esempio da Altreforme, spin off del FontanaGroup attivo nel settore delle carrozzerie in lamiera per l’industria automobilistica) ma i risultati di Daa sono davvero notevoli, anche grazie al team di designer selezionati tutti impegnati soprattutto sul fronte dell’industrial design piuttosto che sul quello del design art. Gli oggetti sono belli, leggeri, pensati per l’industria dei grandi numeri e quindi potenzialmente poco costosi. ca studio 1 lowUn bell’esempio di buon design e anche un’operazione che serve a rivitalizzare il rapporto tra gli operai (coinvolti in prima persona in tutte le fasi del progetto) e l’azienda.

…. continua sul prossimo post……

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