Digital, Imprenditori, Interviste, Interviste in primo piano
Leave a comment

Netflix: siamo a caccia di storie della porta accanto

«Più sono locali, più funzionano». Il Chief Product Officer di Netflix Greg Peters, che di mestiere seleziona le storie più belle da mandare in giro per il mondo, racconta come il colosso dello streaming trasforma vicende quasi di quartiere in successi globali. E gli algoritmi c’entrano, ma solo fino a un certo punto…sceneggiature per Netflix

         Sceneggiature per Netflix. Questo articolo è stato pubblicato su D la Repubblica 1120

READ THIS ARTICLE IN ENGLISH

C’era un tempo in cui nessuno si sarebbe sognato di proporre una serie tv italiana come Suburra a un pubblico coreano. O una tedesca come Dark in India. E quante chance avrebbe avuto di uscire dai confini della Colombia la biografia quasi agiografica di Pablo Escobar (quella della serie omonima, che ha fatto muovere perfino al figlio del narcotrafficante accuse di istigazione all’ibristofilia, l’attrazione morbosa verso i delinquenti)? Pochissime. Sceneggiature per Netflix

Perché prima che Netflix iniziasse la sua politica di produzioni di serie tv locali, in lingua originale (sembra un secolo, ma sono solo tre anni fa). ci sarebbe stato un solo modo di raccontare le vicende dei trafficanti di cocaina a un pubblico internazionale: quello a stelle e strisce. «E sarebbe stato un peccato», dice Greg Peters, chief product officer di Netflix.

LEGGI ANCHE: «BABY, LA NUOVA SERIE TV ITALIANA DI NETFLIX»

Deve essere l’auto-suggestione. Ma quando entra nella stanza (siamo al Web Summit di Lisbona, la conferenza high tech più importante del mondo) la prima cosa che viene da pensare di Greg Peters è che sembra uscito da una delle serie che manda per il mondo. Alto, capelli folti, sorriso ammiccante e fisico da runner, non è difficile immaginarselo.mentre insegue il cattivo di turno. ma trova il tempo di consolare la vittima dicendo: «Don’t worry, it’s gonna be ok, ora ci sono io…». sceneggiature per netflix

«Perché non ha importanza dove vivi o che lingua parli», continua lui.riportandoci alla realtà della sala interviste dell’Altice Arena di Lisbona, dove ogni anno si incontrano i guru dell’high tech. «Nel mondo delle belle storie non esistono confini, e la diversità dello sguardo è quello che trasforma ogni esperienza in una scoperta».

No bordersSceneggiature per Netflix

Ci tiene, Greg Peters, a rendere chiaro in un attimo che dietro il look da All American Hero c’è un cosmopolita convinto. Uno che non ne vuole sapere di confini, muri ed etichette assegnate a priori.

«Quando si parla di storie non ha senso differenziare il pubblico in base a categorie tradizionali come nazionalità, età, genere o reddito. La stessa serie può far battere il cuore a un settantenne francese e a una teenager giapponese».

A questa intuizione Peters è arrivato prima che gli algoritmi di Netflix gli dessero ragione. Per la precisione quando, da ragazzino, passava il tempo libero nell’unico cinema d’essai della cittadina del Kansas dove abitava. Spesso infuriato per la difficoltà di accedere a qualcosa che non fosse un blockbuster hollywoodiano. «Avevo una voglia insaziabile di film stranieri, di sguardi diversi, di sapori e atmosfere che non trovavo nei film americani», dice.

«Ha successo chi pensa fuori dagli schemi»

La sua, di storia, è quella di un giovanotto di provincia che – dopo una laurea in Fisica a Yale e una serie di lavori nell’high tech – è finito a lavorare nel 2008 per quella startup.che gli aveva cambiato la vita recapitandogli dvd a casa dieci anni prima: Netflix. Che secondo lui funziona innanzitutto per la capacità di pensare fuori dagli schemi, fin dagli esordi. «Come si può credere che un solo luogo abbia il monopolio sulle belle storie? Certo, Hollywood attira gli sceneggiatori da tutto il mondo. Ma centralizzare la produzione va spesso a discapito dell’autenticità delle narrazioni», dice. «Il mio compito, come chief product officer, è creare un ponte tra persone e contenuti: progettarli, impacchettarli e comunicarli perché arrivino a destinazione nel momento giusto e nel formato migliore». sceneggiature per netflix

Noi guardiamo Netflix e Netflix guarda noi

Ovviamente si tratta di un lavoro per esperti di tecnologia. L’accelerazione nel machine learning, la capacità dei computer di analizzare dati e creare connessioni, permette di personalizzare al massimo l’esperienza della visualizzazione. E chi lavora a Netflix sa tutto su come vengono guardate le sue serie tv o i suoi film. Che supporto si usa a casa e in quali ore della giornata. Se si divora The Crown in un weekend e Orange is the New Black in due settimane. Sanno quando ci si concede una pausa, quali scene si riguardano, quali trailer catturano.

Più dati, più profiling

Tutte queste operazioni di matching si potevano fare, ovviamente, anche qualche anno fa. Ma, proprio come accade per Facebook, Uber, Amazon e tutti i giganti del tech, è soltanto quando i Big Data diventano una quantità esorbitante che le proiezioni lasciano spazio a personalizzazioni sempre più raffinate. Che funzionano tanto di più quanto più se ne generano. In pratica: più serie tv divorate, più salgono le chance di trovarne presto altre che vi piaceranno ancora di più. E, di conseguenza, più tempo passerete su Netflix.

8 miliardi all’anno per nuove produzioni

È in base a questo assunto che, malgrado i 6 miliardi di debito accumulati durante la sua crescita esponenziale (dato del New York Magazine, giugno 2018). Netflix può permettersi di spenderne comunque 8 l’anno in nuove produzioni per allargare sempre di più la propria platea.
Gli investitori credono fermamente in questo modello di sviluppo: la capitalizzazione di Netflix ha infatti superato quella di Disney, raggiungendo i 150 miliardi di dollari.

La personalizzazione è chiave. C’è qualcosa per tutti

L’espansione internazionale del colosso di streaming è iniziata tre anni fa e ora la piattaforma «è in 190 paesi, e raccoglie le informazioni su 137 milioni di abbonati», dice Peters. «È una sfida tecnologica enorme, perché è necessario che i prodotti siano visibili da qualsiasi tipo di supporto, con qualsiasi tipo di connessione», continua Peters. «Il modo in cui le persone usano la rete è diversa da un paese all’altro, il numero dei congegni usati esorbitante. E il modo in cui i prodotti vengono proposti deve essere personalizzato». Che poi è la ragione per cui l’immagine che vedete come “cartellone” per una serie non è la stessa che vede il vostro vicino di casa. E il palinsesto cambia di continuo.

«Cerchiamo diversità e personalizzazione»

Ma è tutto merito degli algoritmi se le storie “nazionali”, quelle prodotte in paesi come l’Italia, ora raccolgono consensi in tutto il mondo? Peters minimizza: «Sarebbe possibile lavorare seguendo soltanto e sempre le indicazioni dei dati. Anche cambiare le storie perché calzino a pennello a chi le guarda. Ma è bene chiedersi se tutto quello che è tecnicamente possibile sia davvero preferibile in termini di creatività. E vi posso assicurare che in Netflix non sono gli algoritmi che ci spingono a credere in una sceneggiatura piuttosto che in un’altra. Perché il nostro successo si basa su quello della creatività degli autori e sull’autenticità delle loro storie. Diamo loro strumenti di produzione all’avanguardia e facilitiamo la diffusione delle loro opere (ultimamente l’azienda si affida sempre più al doppiaggio, fondamentale per mantenere il carattere autentico del personaggio e della narrazione). In cambio vogliamo diversificazione e personalizzazione».

Ascoltiamo i dati. Ma non sempre

In effetti, quando Netflix ha iniziato a distribuire nel mondo serie “locali” (la prima è stata la brasiliana 3%, seguita da Suburra). lo ha fatto a prescindere dagli input che venivano dai dati. «Tutto indicava che una storia sudamericana non avesse chance di sfondare a livello internazionale, invece è stato un boom», continua Peters. «Ci siamo fidati del nostro istinto, che ci diceva che le storie “ripulite” (versioni americanizzate di eventi avvenuti in altri continenti) non interessano più. Quello che fa battere il cuore sono le storie autentiche, il punto di vista di professionisti appassionati inseriti in una cultura locale. E capaci di toccare corde emotive universali come nessun algoritmo riuscirebbe a fare».

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *