Giovani designer, Progetti
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Se il progetto è rispetto

manoteca

In un articolo su La Repubblica di oggi, Renzo Piano parla della necessità di occuparsi – con amore, rispetto e dedizione – delle periferie per far prosperare le città. Nel suo scritto, di cui consiglio la lettura, il senatore a vita chiarifica anche in modo inequivocabile quello che intende: portare nei quartieri lontani la stessa qualità di vita che c’è in centro, renderli più belli, funzionali, puliti e umani recuperando in modo intelligente quello che già c’è ed evitando accuratamente di costruire il nuovo. ENGLISH TEXT BLOCK È una lezione importantissima. Non perché sia nuova (non lo è, Piano parla di queste cose da anni) ma perché richiede un cambio di mentalità che sempre più persone oggi sono disposte a mettere in atto (si spera che tra questi ci siano anche politici, amministratori e tutti coloro che hanno fatto del cemento il loro business). Questa mentalità nuova parte dall’amore vero e il rispetto onesto per le cose e gli ambienti in cui viviamo e sogna di creare qualcosa di sempre più bello e significativo partendo dalle ceneri di un passato spesso anche inglorioso. manoteca cavaniÈ in quest’ottica che leggo il lavoro di Elisa Cavani, 34. Nel 2010, Elisa ha creato Manoteca. un atelier che sembra uscito dalla penna di Roald Dahl. Qui, niente nasce dal nulla. Tutto, al contrario, viene restaurato e riportato a miglior vita usando solo le mani. E ogni cosa si trasforma in un racconto. Elisa raccoglie gli oggetti che le piacciono – quelli che trova o che la gente vente e che in qualche modo le “parlano” – e le trasforma in qualcos’altro: un oggetto utile (come una cucina), bello (come un soprammobile) oppure semplicemente espressivo. Le creazioni di Elisa possono piacere o no. Resta però il fatto che il suo modo di lavorare – che ricorda quello della coppia di artisti inglesi JamesPlumb – è sognificativo. Concentrando l’attenzione sulla “personalità” dell’oggetto più che sulla sua estetica o funzione, Elisa rende alle cose quella dignità che l’industria e la produzione di massa ci hanno insegnato ad abbandonare, convincendoci che è meno dispendioso sostituire piuttosto che riparare, acquistare di nuovo piuttosto che passare di mano in mano. In questo senso, più che nell’estetica e nell’uso di materiali di recupero, trovo questo tipo di design sostenibile: amare gli oggetti, rispettarli e prendersene cura (più che acquistare la sedia in cartone o il mobile in acciaio “riciclabile”) è infatti la vera chiave anti-consumistica ed ecologica che vorrei passare ai miei figli come insegnamento. Ogni oggetto è un racconto: ma il racconto viene prima o dopo l’oggetto? «Il racconto è legato alla trasformazione ma è sempre in qualche modo aggrovigliato alla storia originale. Ma soprattutto il racconto parte sempre dalla verità. Niente poesia inventata. Per ogni pezzo esiste una scheda che racconta dove è stato trovato, chi era il suo precedente proprietario e la lista di tutte le informazioni che riusciamo a reperire».

Mi racconti la storia di un oggetto che hai creato?

«Ti racconto quella del triciclo-lampada. Un giorno ho trovato un vecchio triciclo di ferro con dei residui di vernice azzurra in un mercatino dell’antiquariato. Era solido, dalla forma sobria, saldato a mano da un fabbro vero, non fatto di plastica. Me lo sono subito immaginato con un bambino molto serio e pettinato alla guida, un ragazzino vestito di bianco e nero che pedalava fiero sul suo bolide azzurro fiammante. Era un oggetto che faceva un gran simpatia già alla prima vista, anche senza bambino. Il proprietario mi ha raccontato che era un triciclo Giordani degli anni 60, recuperato da un vecchio asilo Modenese. Mancava soltanto un pedale. L’ho comprato, ripulito e ripristinato, rispettando ogni graffio, ammaccatura e cm di gomma consumata. Quando parto con un progetto non so in che cosa si trasformerà. Questo triciclo, per esempio, è diventato una lampada ma solo per un’evoluzione quasi naturale. Nel restaurarlo, infatti, abbiamo prima aggiunto un fanale tondo (quindi morbido, da bambino), poi un arco su cui attaccarlo e all’improvviso mi sono trovata davanti una specie di personaggio con un collo, una testa e una coda (il cavo elettrico). Adesso quel piccolo trabicolo azzurro fvive a Seoul e fa la lampada. Ma non essendo stato modificato nella sua struttura originale può ancora essere utilizzato. Nessun bambino è in grado di resistergli»

Che ruolo ha il gioco nel tuo modo di pensare creare oggetti?

«I bambini non hanno background e finché non li si educa la loro mente è libera. Quel tipo di libertà permette di fare associazioni non convenzionali. Se non ci avessero detto che un tavolo è formato da un piano con 4 gambe e serve per pranzare stando seduti su una sedia, è probabile che ognuno di noi sceglierebbe una personale modalità per risolvere il problema. È inoltre probabile che le soluzioni sarebbero tutte molto lontane dal concetto convenzionale di tavolo. Sarebbe fantastico ma nel momento in cui ti viene spiegato come è fatto un tavolo, il cervello non si pone più il problema e smette di cercare una soluzione. Se riuscissimo a mantenere vivo il concetto di gioco, da grandi potremmo fare associazioni più complesse  mescolandole a un senso estetico».

Le associazioni tra oggetti diversi: come nascono? quando sai che funzionano? 

«Credo che nascano da una coerenza di forme e significato e funzionano quando l’intenzione è chiara senza che nessuno te la spieghi».

Cosa rende speciale una casa e cosa la rovina? «La capacità di far sentire a proprio agio chiunque entri. Una casa deve essere come una cuccia in cui ci si sente al sicuro e al caldo. La rovina invece il tentativo di farla assomigliare alle immagini delle riviste a prescindere da chi siamo».

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