Design, Opinioni
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La semplificazione dovrebbe aprire gli occhi, non chiuderli

La spinta alla semplificazione a tutti i costi, in tutti i settori, ci sta traghettando in un mondo fatto di banalità usa e getta. Ma siamo ancora in tempo per cambiare rotta e riscoprire una “semplicità” che si nutre di fattori complessi.

Bisogna aver paura della parola “semplificazione” ed è un peccato. Perché il suo significato originale era prezioso: una ricerca di essenzialità, un “cuore” pulsante delle cose da comunicare con formulazioni chiare e immediatamente percepibili come tali dalla maggior parte delle persone. Nel design, il grado di “semplificazione” ottenuto da un progetto – senza sminuirne funzioni e significato – è spesso la chiave per giudicare la sua qualità e le sue chance di esistere (continuando ad avere un senso) nel tempo.

Oggi, però, chi parla di “semplificazione” il più delle volte si riferisce alla banalizzazione di una realtà complessa, all’appiattimento di differenze e sottigliezze, alla promozione di una soluzione immediatamente pronta, misurabile e troppo, troppo facile per non avere controindicazioni.

Questa nuova interpretazione della “semplificazione” sta mettendo in discussione i fondamenti del nostro esistere così come ci è stato consegnato da chi nei cento anni che ci hanno preceduto ha lottato, lavorato e costruito gli stati sociali fondati su valori come democrazia, diversità e – mi piace anche pensare – fiducia (nella scienza, nella tecnologia, nel divenire costruito insieme). Basti pensare al successo degli slogan populisti, alla rinascita dei fascismi ritoccati da make up neanche troppo coprenti, al risorgere di promesse miracolose sulle guarigioni e dei fanatismi religiosi.

Sono arrabbiata con chi ci sta togliendo la possibilità di apprezzare il senso della parola “semplificazione”, con chi l’ha usurpata trasformandola in qualcos’altro. Riscoprirla e ridarle il suo significato originale è una delle priorità della contemporaneità ed è un compito di cui anche il design può e deve farsi carico.

Ecco perché mi ha fatto piacere incontrare Deyan Sudjic la settimana scorsa tra le mura del suo nuovo Design Museum di Londra (leggerete molto di più a proposito sul DLui in edicola il 1 ottobre). E scoprire che quello che aprirà i battenti il 24 novembre nella nuova sede in Kensington High Street, diventando il più grande museo sul design del mondo, sarà dedicato proprio a questo: a combattere la “semplificazione” nella sua accezione più banale ridandole vigore come strumento di analisi, a creare un ambiente in cui sia lecito e venga spontaneo porsi domande anche inquietanti, sul mondo che ci circonda e usare oggetti e progetti per darsi risposte anche parziali ma in ogni caso pensate, ponderate, condivise. L’idea di Sudjic è spiegare l’impatto sociale, culturale e anche economico delle soluzioni pensate da progettisti, ingegneri e aziende, a raccontare il design come un progetto ad ampio spettro, che aspira un’essenzialità che non è faciloneria ma, al contrario, sinonimo di una complessità spiegata solo dopo essere stata compresa in tutte le sue sfaccettature. «Perché le cose non esistono nel vuoto ma sono parte di una complessa coreografia di interazioni», ha detto il direttore del Design Museum di Londra. Ed è verissimo non solo per gli oggetti e per il design ma per tutta la realtà che ci circonda.

«è solo dalla complessità che può nascere la semplicità più squisita, quella che apre gli occhi invece di chiuderli»

Capire quello che sta accadendo intorno a noi in questo momento di cambiamenti così radicali, in cui sono i valori stessi con cui siamo cresciuti e ci siamo formati come persone in Europa sono messi in discussione, è difficile e richiede pazienza, spirito di osservazione e tanta umiltà (la coscienza di sapere di non sapere, unita al desiderio di informarsi, senza fermarsi alla prima spiegazione disponibile). Ma, soprattutto, richiede tempo e impegno.

Chi progetta pratica tutto ciò da sempre. Sa benissimo che la forma più lineare, più semplice, più apparentemente immediata è quella che costa più fatica. Ecco perché è ancora più importante oggi parlare di buon design e soprattutto spiegare alla gente cosa sia e su quali valori si fondi. In questo senso spero che il nuovo Design Museum dia un contributo importante. Del resto non è un caso che la sua prima, grande mostra, a cura di Justin McGuirk, si intitoli Fear & Love (sottotitolo: Reactions to a Complex World). Perché è solo dalla complessità che può nascere la semplicità più squisita, quella che apre gli occhi invece di chiuderli.

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