Fuorisalone 2018
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#sendmethefuture da Subalterno1 è da vedere. Ecco perché

Pensare al futuro dell’uomo, non della tecnologia. #sendmethefuture da Subalterno1: il futuro raccontato su un A4 da (quasi) cento designer italiani. Da vedere al Fuorisalone.

#sendmethefuture da Subalterno1 è una piccola mostra su un grande tema: il futuro. Ed è stata realizzata da un numero elevato di persone: quasi 100. Sembrerebbe la ricetta perfetta per il disastro. E se a queste considerazioni si aggiunge il fatto che le opere che vedremo in via Conte Rosso 22 durante il Fuorisalone sono state realizzate su un foglio A4 e poi spedite per posta, l’operazione (a cura di Stefano Maffei e Marcello Pirovano) assume contorni quasi surreali. Che senso ha parlare di futuro usando mezzi non solo analogici ma decisamente passé?

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Il futuro non è solo tecnologia

Eppure #sendmethefuture è un evento da non perdere proprio in virtù di queste contraddizioni: tutte ovviamente volute e cercate. La loro essenza viene spiegata infatti da una frase di Stefano Maffei, inserita nella lettera inviata ai designer come brief: «Non ci interroghiamo sul futuro. Solo la tecnologia lo fa. E più che parlare di lui parliamo di lei». Invece sarebbe utile fare il contrario.

È una frase importante perché riassume l’errore che il mondo ha commesso quando ha abbracciato il digitale senza se né ma. Quando ha deciso che l’high tech – come il mercato – si sarebbe autoregolato al meglio. Sbagliando.

Il futuro ha bisogno di etica

Infatti solo ora ci stiamo accorgendo che sarà difficile rimediare ai danni fatti: allo strapotere dei Big Tech, al loro monopolio sull’Intelligenza Artificiale, alle problematiche su Big Data, privacy e social. Un grande pensatore – il prof Luciano Floridi dell’Università di Oxford– mi ha detto recentemente che è il domani non ha bisogno di più tecnologia o di una tecnologia migliore ma di una pausa di riflessione: che rimetta l’uomo e la sua etica al centro, chiedendosi perché piuttosto che come.

E non è questo, da sempre, il ruolo del design? Quello che #sendmethefuture gli ha reso, scegliendo di proposito l’analogico sul digitale. Che è come dire: pensiamo a un domani che sia per noi, per gli uomini. Un futuro anche high tech ma il cui scopo sia far star bene noi, i cittadini, i popoli.

Ne abbiamo parlato con Marcello Pirovano, co-curatore di #sendmethefuture.

Qual è il senso di #sendmethefuture ?

«#sendmethefuture è nato come un dialogo. Insieme a Stefano Maffei, responsabile scientifico di Subalterno1, e Andrea Gianni, direttore dello spazio (su di lui anche qui), abbiamo semplicemente dato inizio a una corrispondenza con 100 progettisti italiani. Volevamo innescare una reazione a catena, stimolando una riflessione sull’unica cosa di cui l’uomo non ha mai saputo abbastanza. Il futuro».

Cosa avete chiesto ai designer di fare?

«Come ha scritto Stefano Maffei nel suo testo di accompagnamento, ci immaginiamo sempre il futuro come qualcosa di veloce. Ma per guardare nello specchio scuro abbiamo bisogno di fermarci. Di riflettere. Di lanciare un segno nel mondo che ci aiuti a costruire un senso . Ecco perché abbiamo deciso di far viaggiare le visioni dei progettisti con un mezzo anacronistico e imprevedibile come una busta. Al suo interno, in un secondo involucro preaffrancato che sarebbe servito per la spedizione di ritorno, abbiamo riposto sia le istruzioni che il kit di fogli A4 necessari alla creazione dell’elaborato finale. Ogni designer doveva raccontarci la propria idea di futuro attraverso una tecnica a piacimento in una sfida solo in apparenza semplice e banale, a causa dell’horror vacui che può generare un semplice foglio bianco. Proprio come accade quando si guarda il futuro».

Come avete selezionato i designer?

«Dal 2011, anno di fondazione di Subalterno1, abbiamo collaborato con molti protagonisti del design indipendente italiano. Siamo quindi partiti da questa base per estendere poi l’invito ad altri designer italiani, sia emergenti che affermati: per farlo ci siamo posti il vincolo del numero 100, che conciliava un’esigenza simbolica con i limiti di budget e di spazio espositivo. Purtroppo non tutti i progettisti che abbiamo contattato hanno risposto positivamente all’appello, ma ci piacerebbe che questo scambio epistolare non si esaurisse nella durata di un Fuorisalone».

Come si affronta una mostra del genere, in quanto visitatore?

«#sendmethefuture va letta come una raccolta “non ragionata” di visioni disomogenee. Secondo il bispensiero di George Orwell “chi controlla il passato, controlla il futuro”: tutti i partecipanti hanno fatto i conti con il loro vissuto per tratteggiare nel poco spazio concesso la propria idea distopica o rassicurante di un futuro possibile. Chi visiterà la mostra durante il Fuorisalone si troverà di fronte a una realtà frammentata composta da tante sensibilità diverse. Che poi è una metafora per quello che verrà».

#sendmethefuture deve qualcosa alle 999 domande sull’abitare che si è appena conclusa alla Triennale?

«Entrambe sono esempi di esposizioni stratificate (su 999 Domande Sull’Abitare Contemporaneo leggi anche qui). Perché le polifonie progettuali sono lo specchi di un mondo che ha capito che il domani non si costruisce dalle torri d’avorio ma insieme. #sendmethefuture, però, ha un unico tema e ha limitato il formato dell’elaborato finale al singolo foglio A4. Tra le ispirazioni che ci hanno guidato nell’ideare la mostra, poi, ci sono principalmente le operazioni di mail art di tradizione dadaista e futurista».

Design e ricerca: dove sta andando oggi, in Italia?

«Il panorama italiano del progetto è ancora fortemente legato al mondo della produzione e della manifattura. Sono luoghi che storicamente rappresentano il principale interlocutore per i designer, ma stanno subendo delle forti evoluzioni grazie alle tecnologie di fabbricazione digitale. E alla progressiva contaminazione con altre aree del progetto: biotecnologie, robotica, arti visve, solo per citarne alcuni (leggi anche sul biodesign qui e su design e biomimetismo qui). Un segnale certamente positivo che va in questa direzione è la nomina di Paola Antonelli come curatrice della XXII Triennale di Milano. Il suo discorso inaugurale e il titolo dell’esposizione non lasciano spazio a dubbi: non è un caso che l’ultimo dei 100 aggettivi che abbiamo scelto per descrivere il futuro nell’invito alla mostra sia “rotto”, come richiamo al titolo “Broken Nature”. Ripensare in modo radicale il presente in cui viviamo è ormai una questione di sopravvivenza».

#sendmethefuture Subalterno1, via Conte Rosso 22, Milano. MM Lambrate

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