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Kjetil Thorsen: la formula Snøhetta

Secondo Kjetil Thorsen dello studio Snøhetta, l’architettura può diventare un agente di cambiamento: se è generosa, se non è un logo o la proiezione di una firma, se ha un “senso” per il territorio che occupa. Una chiacchierata con uno dei partner di uno degli studi di architettura più avanguardistici al mondo.

Craig Dykers era sotto la doccia quando è arrivata la telefonata che gli avrebbe cambiato la vita. Era il 1989 e Dykers, ventottenne neolaureato a Austin, Texas, abitava in un appartamento in affitto a Culver City, in California, con un gruppo di amici: i membri dello studio Snøhetta, che aveva appena fondato con il norvegese Kjetil  Thorsen.
«Eravamo dei benemeriti sconosciuti, giovanissimi e squattrinati. Quando mi hanno telefonato per dirci che avevamo vinto  il concorso per realizzare la biblioteca di Alessandria d’Egitto, al quale avevano partecipato in 1.400, ho avuto un tale shock che sono corso in giardino urlando. Senza rendermi conto di essere nudo e bagnato».

C’è tutto lo studio Snøhetta in questo racconto, in cui l’emozione del singolo si rafforza nella condivisione. Non è un caso che questo studio – autore dell’ampliamento del MoMA di San Francisco che si inaugura il 14 maggio e tra i candidati scelti da Obama per progettare la biblioteca di fine mandato e il Centro presidenziale alle Hawaii – non prenda il nome da un archistar, ma da un luogo che appartiene a tutti e a nessuno: una montagna in Novergia. Che non è nemmeno la più alta del paese. «Ma è la più bella», dice semplicemente Dykers. Non è infatti la grandeur che conta, per i membri di Snøhetta che oggi sono 120, ma il significato («su questa montagna si dice ci fossero gli dei del Valhalla») e il contesto («è al centro del paese, come se ne fosse il cuore»).

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La nuova ala del SF MoMA di Snohetta

E basta tradurre in architettura queste due parole per trovare le ragioni del successo di Snøhetta: il cono circolare sbieco aperto verso il Mediterraneo della biblioteca di Alessandria che diventa un invito a entrare, l’Opera di Oslo che emerge dal fiordo come un ghiacciaio con il suo tetto pedonabile da usare come una piazza, il quartier generale di Le Monde a Parigi trasformato in un ponte per dire che la stampa stabilisce relazioni. In un linguaggio comprensibile a tutte le latitudini e sempre diverso perché ispirato al territorio.

«L’architettura diventa patrimonio comune quando è in grado di creare un rapporto intimo tra persone, luoghi e spazi», dice Kjetil Thorsen con cui parliamo alla vigilia dell’apertura del SFMoMA. È un principio che vale anche nella fase di creazione e che Thorsen e Dykers hanno applicato alla lettera: nei loro otto studi sparsi per il mondo, infatti, si pensa in gruppo, non esistono uffici con porte e si pranza regolarmente tutti insieme. Come in una “comune” dell’architettura contemporanea.

«Il rapporto intimo, che tra le persone nasce con la condivisione di esperienze», continua Thorsen, «in architettura viene dalla transizione tra paesaggio e oggetto». Ecco perché gli edifici di Snøhetta sono, rispetto al territorio, talvolta parte integrante (come nel caso del rifugio Dovrefjell National Park in Norvegia), altre volte sue derivazioni (come per il King Abdulaziz Centre for World Culture a Dhahran in Arabia Saudita, che riprende le forme dei sassi del deserto) o addirittura trampolini di lancio per creare nuove relazioni tra persone e città.

È, quest’ultimo, il caso del MoMA di San Francisco, pensato come un «edificio sociale», luogo di incontro non solo in occasione di una visita al museo. A Snøhetta, che si è aggiudicato l’appalto a seguito di un concorso che ha visto come finalisti Adjaye Associates, Diller Scofidio + Renfro e Foster + Partners, era stato richiesto un ampliamento che inglobasse l’edificio originario dell’architetto svizzero Mario Botta (1995) e ne triplicasse gli ambienti espositivi (dando spazio a più di 800 nuove opere, tra cui 260 della Doris and Donald Fisher Collection, e al nuovo Pritzker Center for Photography).
Lavorando sul paesaggio prima ancora che sull’edificio, lo studio ha riprogettato l’intera area pedonale che circonda il museo, creando un secondo ingresso su Howard Street oltre a quello già presente su Third Street. Entrambe le entrate introducono a uno spazio pubblico, una specie di assaggio gratuito al museo: l’atrio, con una scalinata monumentale, allestito con opere di Sol LeWitt, e la Howard gallery, dove ci si può accomodare sulle gradinate di legno di un anfiteatro per chiacchierare o ammirare le gigantesche opere di Richard Serra.
L’ampliamento, un edificio bianco lungo e stretto, si ispira alla baia che lo accoglie, pur inglobando (senza occultarla) la costruzione in laterizio di Botta. La nuova facciata realizzata con pannelli con polimeri in fibra di vetro rinforzata, ha al suo interno cristalli silicati raccolti sulla spiaggia di Monterey che riflettono la luce: il risultato è una superficie increspata (ispirata alle nebbie sull’acqua del mare) che cambia colore, sfumando dal giallo al rosato al grigio a seconda dell’ora del giorno e delle condizioni meteorologiche.

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«Tutto ciò che è tangibile e ha un accesso immediato ai nostri sensi crea un avvicinamento che si traduce in un sentimento di comproprietà nei confronti dell’architettura», dice  Thorsen. «E quando i progetti sono più generosi del dovuto nella loro offerta – come in questo caso, con gli spazi accessibili a tutti – il pubblico si sente naturalmente parte integrante».
Non deve essere facile tradurre concetti che suonano quasi utopici come la generosità, in edifici progettati con le istituzioni e quindi soggetti a varie restrizioni, soprattutto di budget. «Vero», ammette Thorsen. «Noi ci proviamo mettendo a frutto un’intelligenza collettiva che incanali diversi livelli di complessità verso forme e funzioni chiare. Chiamiamo questo modo di lavorare transpositioning, trasposizione. Pensiamo in tanti, secondo il principio che uno vale uno, mettendo insieme professionalità diverse: architetti e progettisti di interni, ma anche paesaggisti, artisti, filosofi, sociologi, grafici. E incoraggiamo i clienti  a mettersi nei panni degli architetti, mentre noi ci infiliamo nei loro. È come un gioco dei ruoli per uscire dalla propria comfort zone, bandire la ristrettezza mentale e cercare un approccio olistico».

Visto l’oggettivo successo internazionale dello studio (che a breve inaugurerà anche la seconda fase del rifacimento di Times Square e si è appena aggiudicato a Bolzano il concorso per la costruzione di una nuova funivia completamente inserita nel paesaggio montano) viene spontaneo domandarsi cosa pensi uno come Thorsen di tanta architettura contemporanea. «Ci vedo troppo e troppo poco. Troppo commerciale a fronte di uno scarso valore. Troppo di massa ma allo stesso tempo chiusa. Troppo forzata, senza però essere davvero innovativa. Troppo dispendiosa e poco produttiva di energia. Molto vanesia ma purtroppo spesso brutta». Lapidario. «In realtà per cogliere la qualità di un’architettura bisogna porsi almeno tre domande. È funzionale? È stata costruita con una maestria precisa e adeguata che le permetterà di durare nel tempo? Ha un impatto positivo sul territorio e sulla società che la ospitano? E a me piace anche aggiungere: in che modo contribuisce concretamente allo sviluppo di nuove relazioni tra le persone?» Ecco perché per giudicare il lavoro di Snøhetta, più che un’immagine, serve un’esperienza in prima persona. E in un mondo in cui i progetti sono belli soprattutto sulla carta, anche questa è una novità.

 

Questo articolo è stato pubblicato il 14 maggio su DlaRepubblica. Puoi scaricare qui il PDF.

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