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Top manager e sport estremi: le ragioni di una passione

Maratone, scalate, triathlon, volo a vela: gli sport estremi sono diventati di rigore per i top manager. Perché allenano al rischio. E all’umiltà

Lorenzo Porro scruta il cielo dalla finestra del suo ufficio in Brianza. «Se è blu e le correnti sono giuste, capita che non riesca a resistere: lascio tutto e vado a volare». Imprenditore dell’arredo, Porro ha passato gran parte dei suoi 55 anni sulle montagne, scalando i quattromila sulle Alpi. Ora, però, guarda le cime dall’alto. Dall’aliante. «L’anno scorso mi sono classificato secondo in Italia», dice, «ma sono primo nella classifica provvisoria 2016 con 3 voli da 700 chilometri a una media di 90-100 chilometri all’ora».

Porro non è l’unico amministratore delegato che si entusiasmi quando le cifre raccontano non soltanto fatturati ma performance sportive stellari, meglio se personali (lui, per farlo, ha aperto un canaleYouTube). E sono sempre di più i top manager che ai pomeriggi sul campo da golf preferiscono levatacce per correre una ventina di chilometri sognando Ironman.

Gli sport estremi (o action sport) sono la nuova passione dei top manager. Che siano adrenalinici specialità dove un cedimento può costare la vita come praticando parapendio, immersioni, kitesurfing, arrampicata, freeride oppure di resistenza (in primis maratone e triathlon) poco importa: quello che conta è che le attività richiedano impegno e fatica e soprattutto spingano verso il limite. Del resto exercise furiously (fare sport “furiosamente”) è al secondo posto (dopo lo scontato “svegliarsi prima che il gallo canti”) tra le «14 attività che la persona di successo fa prima di colazione» secondo il World Economic Forum.

Di questo parterre di maschi alfa fanno parte la parte del leone gli statunitensi: come David Cush, amministratore delegato di Virgin America (sveglia alle 4:15 e un’ora e mezza di bicicletta), RichWilliams di Groupon (più dormiglione, inforca la bici alle 4:30 e partecipa al Leadville Trail, 80 chilometri tra i canyon del Colorado fino ai 3.850 metri di altezza) o Michael Johnson di Herbalife, fanatico di triathlon. Ma non è una passione solo stelle e strisce. Francesco Casoli, presidente di Elica (multinazionale leader mondiale nel settore delle cappe da cucina) è orgogliosissimo, per esempio, delle sue «quattro uscite settimanali in bicicletta di un centinaio di chilometri l’una, con picchi fino a 210 il weekend, per esser pronto per l’annuale maratona delle Dolomiti, 138 chilometri e 4230 metri di dislivello». Più tachicardiache le passioni di Carlo Ratti, «cresciuto a fontina e adrenalina in Piemonte con i ragazzi del Cai» e ora direttore del Media Lab dell’MIT di Boston: va sulle cime innevate dell’Alaska in elicottero per lanciarsi con gli sci e pianifica vacanze sulle vette da scalare con le pelli di foca. Anche Alessandro Benetton è sciatore provetto: scontato, vista la consorte Deborah Compagnoni. Ma lui, non pago, è anche fanatico di kitesurfing (e, come Porro, ha un canaleYouTube).

Perché questi sport che chiedono il massimo alla mente ma soprattutto al corpo hanno fatto breccia nelle boardrooms? La risposta più ovvia è che competizione e gusto del rischio portino chi ha posizioni di responsabilità a mettersi in gioco anche nel (poco) tempo libero. Ma secondo gli esperti ci sono fattori più complessi in gioco. Per Giuseppe Vercelli (psicologo della prestazione, 3 Olimpiadi alle spalle, responsabile area psicologica della Federazione italiana sport invernali e canoa kayak nonché consulente Juventus) «questo tipo di attività è spesso un pretesto per allenare meccanismi comportamentali manageriali, in primis il controllo emotivo e l’uso delle emozioni. Nel kitesurf, per esempio, creatività, calcolo del rischio e capacità di prendere decisioni ad alta velocità sono fattori chiave, come nella gestione di un business. Ma mentre un tempo erano soprattutto i 30-40enni a praticare questi sport, ora è boom tra i 40-60enni, per i quali entrano in gioco altri fattori.

«Solo per un decimo dei membri vincere è importante. Per gli altri, gare e training sono occasioni per incontrare persone con cui hanno almeno due cose in comune: lavoro stressante e passione per lo sport all’aperto»

Chi inizia ad allenarsi dopo i 45, infatti, è spesso meno interessato alla ricaduta di performance sul suo curriculum manageriale che a rispondere a motivazioni psicologiche cognitive e motivazionali. Come riscattarsi da una realtà che spesso più nella mente che nella realtà non è allineata con i propri desideri. Oppure vuol dimostrare di migliorare invecchiando». La competizione, in questo caso, è più con se stessi e con il tempo che con gli altri. La tendenza evidenziata da Vercelli trova riscontro nell’ultimo rapporto Istat sulla pratica sportiva (febbraio 2016) che registra, a fronte di un generale aumento nel numero degli sportivi nel nostro paese (+2,7%), una crescita del 10% nella fascia 45-65 anni.

«Maschio, dai 45 anni in su, lavoro di successo, figli grandi e soldi da spendere», conferma da Boulder, Colorado, il presidente di CEO Challenges Ted Kennedy, descrivendo il profilo-tipo dei 1800 iscritti al suo club di action sport, dove per essere ammessi servono fisico, CV e portafoglio al top (la tessera costa dai 3000 ai 10mila dollari). Anche secondo Kennedy ai CEO importa meno di quanto si creda la competizione in sé. «Solo per un decimo dei membri vincere è importante. Per gli altri, gare e training sono occasioni per incontrare persone con cui hanno almeno due cose in comune: lavoro stressante e passione per lo sport all’aperto». Concorda Jacopo Vigna, CEO del produttore-eshop di attrezzature per biking MilkyWay (e campione di triathlon): «Gli action sport sono uno stile di vita: attivo, all’aperto, salutare, elitario ma autentico. Che si sceglie per sentirsi e essere diversi, ritrovare un legame con la natura e persone affini: non a caso l’esplosione di questo fenomeno è avvenuta con i social».

«Gli sport d’avventura (non li chiamo “estremi” perché fa sembrare chi li pratica un folle) fanno anche benissimo alla salute, soprattutto mentale», dice Eric Brymer, docente all’Università di Manchester, autore di studi fondamentali sugli effetti di queste attività sulla psiche. «Sono l’equivalente attivo della meditazione perché costringono l’individuo a immergersi nel presente e relazionarsi con l’ambiente circostante. Chi li pratica arriva spesso a una specie di “consapevolezza senza pensieri”, andando a toccare immergendosi nella natura ruvida, contando solo sulle proprie forze e abilità mentali, tecniche e fisiche il fondamento dell’essere umano».

«Correre mi ha insegnato a far fronte alle avversità focalizzandomi su quanto c’è di positivo», aggiunge Anders Byriel, CEO del gigante del tessile danese Kvadrat (su di lui leggi anche qui), 10 chilometri di corsa 4 volte alla settimana che diventano 20 quando si avvicina la maratona. «Ma gli allenamenti migliori sono quelli in cui “sfioro il vuoto”. Non succede sempre, ma quando accade la sensazione è quasi metafisica, mi fa sentire una persona migliore». E forse l’impressione è vera, visto che Byriel nel 2015 è stato eletto CEO dell’anno, titolo in cui i risultati finanziari contano quanto il livello di “felicità” in azienda. «Andare in bicicletta mi ha insegnato soprattutto l’umiltà», dice Francesco Casoli di Elica (anche lui pluripremiato per impegno sociale e qualità della vita in azienda). «Non mi stupisce che manager che praticano questi sport vengano riconosciuti per le loro qualità d’impresa», commenta Brymer. «Le attività di performance all’aperto insegnano il coraggio e soprattutto la coscienza della propria piccolezza come esseri umani. Se non è questa una lezione di vita per chi gestisce patrimoni e destini professionali delle persone, cos’altro può esserlo?».

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