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Stefan Diez: «il design generico rende il design inutile»

Riempire il mondo con cose indistinguibili e chiamarle “innovazione” fa male al design, ai designer e ai marchi, dice Stefan Diez. Il momento di dire basta al “carino” e al “generico” è adesso.

Stefan Diez, designer, sa progettare oggetti che sono sempre di più di quello che appaiono. E regalare considerazioni che fanno pensare. Come quelle che ha condiviso dopo la sua visita alla fiera di Colonia dove, ha detto, trovare qualcosa di interessante e nuovo era come «cercare un ago in un pagliaio». E il problema, per lui, è tutto nel pagliaio. «Produrre troppe cose simili a se stesse fa male al design e  ai designer perché li rende inutili». Non è un caso, quindi, che il portfolio dello studio di Stefan Diez sia limitato a qualche decina di pezzi – alcuni sono dei best seller – il cui valore aggiunto è chiaramente spiegato sul suo sito. Un “less is more” che considera l’unica strada sostenibile da percorre.

La sedia da ufficio D1 per Wagner di Diez Office. Lo snodo ancorato alla struttura in tubolare di acciaio permette alla seduta di spostarsi su 4 assi, favorendo una postura dinamica.

Dici che nell’arredamento c’è mancanza di innovazione. Come mai?

«Siamo vittime di un eccesso di produzione. Non accade ovviamente solo nell’arredamento, si tratta di una tendenza generale e basti vedere cos’è accaduto all’informazione con l’avvento della comunicazione digitale: riceviamo miliardi di contenuti ma pochissime analisi vere o metodologie che aiutino il grande pubblico a orientarsi per scegliere. Le nuove tecniche produttive, allo stesso modo, hanno reso molto più semplice ed economico produrre oggetti che fino a una decina di anni fa avrebbero richiesto investimenti considerevoli e una pianificazione ferrea. La selezione – fatta da professionisti, sulla base di criteri tecnici ma anche commerciali – era la condizione perché il progetto andasse avanti: non era possibile pensare che l’azienda non credesse veramente in un prodotto arrivato in fiera. Oggi, invece, le aziende realizzano tutto quello che possono e poi lasciano che siano i rivenditori o i consumatori a scegliere».

Ed è un male? Dopotutto si lascia la parola al mercato…

«In linea di principio non è un male. Ma di fatto sì perché anche se si parla tantissimo di design sulle riviste specializzate, al grande pubblico arrivano solo informazioni superciali e commerciali: il consumatore finale non ha strumenti per capire se un prodotto vale veramente quello che costa, non coglie il valore aggiunto del progetto.  Quindi è naturale che scelga in base alla forma, al colore, alla funzionalità. Seleziona oggetti dal look familiare, vintage, rassicurante. E tutto questo porta le aziende a fare poco o niente per innovare davvero. Gli investimenti si fanno per creare e diffondere narrative che poi portano alla vendita. Ma anche qui, spesso si tratta di specchi per le allodole. Avviene soprattutto quando si parla di sostenibilità: la gente ormai esige prodotti sostenibili ma tutti si riempiono la bocca di “green” design. Ovviamente quando si parla di ecologia il discorso è complesso ma potrebbe senz’altro essere semplificato: il problema è che a molti fa comodo che non ci siano confronti di spessore su certe tematiche».

La lampada Guise per Vibia di Diez Office: la luce a LED viaggia dentro il vetro e viene diffusa attraverso le incisioni sulla sua superficie

Cosa bisognerebbe dire ai consumatori per spiegare come individuare un progetto di qualità?

«Direi di osservare quanto un oggetto riesce a semplificare la complessità (per esempio riducendo la quantità di materiali utilizzati) ma soprattutto se è in grado di accompagnare nell’esprimere modi di vivere e abitare nuovi e percepiti come necessari (penso al grado di flessibilità e adattabilità di un arredo, alla possibilità che offre di creare benessere…). Se guarda avanti o indietro».

Come siamo arrivati a tutto questo?

«Insieme alla disponibilità di sistemi di produzione più rapidi, efficienti ed economici, un altro fattore di cambiamento è stato l’arrivo sulla scena di fondi di investiento o di grandi corporation che hanno inglobato la maggior parte delle piccole aziende di arredo di design. Lo hanno fatto per avere accesso a segmenti diversi del mercato ma questo genere di operazioni, nella maggior parte dei casi, pecca in autenticità dell’intenzione che poi è quello che chi compra design esige. Per queste realtà, molto più grandi della somma delle parti che le compongono, produrre di più e più velocemente è una scelta naturale. Ma per progettare qualcosa di nuovo e farlo bene ci vuole tempo, proprio quello che sembra mancare a tutti».

Cosa dovrebbero fare allora i designer?

«Non è facile ma dovrebbero auto-disciplinarsi nel dire “no”. Prendere posizioni chiare di fronte alle richieste delle aziende e alla tentazione di fare sempre di più, di esserci sempre e comunque. La più grande trappola per uno studio di progettazione è disegnare una montagna di cose solo perché è facile e porta visibilità (e a volte anche soldi). Ma è come l’acqua che scende da una collina: va gù velocissima ma riportarla alla sorgente è impossibile. Quando non avevamo stampanti in ufficio ci pensavamo mille volte prima di portare un file al negozio: ora stampiamo mille fogli prima di avere quello giusto. Quello che intendo è che tutti noi abbiamo accesso a strumenti che ci rendono possibile sviluppare centinaia di idee e anche renderle tangibili: ma non vuol dire che siano tutte degne. La selezione dovrebbe essere parte del valore aggiunto del nostro mestiere».

Forse per tanti studi non è facile (economicamente parlado) dire di no…

«Lo so. Ma sono convinto che sia un investimento che vale la pena fare. Perché è necessario smettere di essere superficiali quando si parla di innovazione, se non si ridarà valore a questa parola perderà completamente di senso e la professione del designer insieme a essa. Perché se il design diventa moda, se iniettare intelligenza nelle cose è ridondante, qual è il ruolo del progettista? E – nel lungo termine – qual è quello del marchio di arredo di design? Mandare in onda prodotti generici può rimpolpare le tasche temporaneamente ma alla fine ucciderà la professione».

Cover photo Urban Zintel/Wagner

 

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