Design, Inchieste
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A cosa serve oggi studiare design?

Studiare design non è mai stato così utile. Perché se il mondo forse non servono nuove sedie e tavoli, certamente il bisogno di buon design – la capacità di risolvere i problemi in modo creativo, multi-disciplinare, umanistico e di pensare a soluzioni dalla valenza umana positiva – non è mai stato così impellente.

Foto di apertura di Giuliano Koren

«La prima notizia è che siamo nel momento in assoluto migliore per studiare design. La seconda è che il design non è più quello di una volta». L’autore di questa frase sibillina è Stefano Maffei (che tra i suoi numerosi titoli accademici ha anche quello di direttore del Polifactory, l’incubatore di idee del Politecnico di Milano nato un anno fa). «Forse il mondo può fare a meno di nuove sedie ma di certo ha sempre più bisogno di design: della capacità di risolvere i problemi in modo creativo, multi-disciplinare, umanistico. E le aziende hanno voglia di design strategico: cioè della capacità di pensare a prodotti, servizi, interazioni, comunicazione ed esperienze in modo integrato. Per questo studiare design oggi è fondamentale. Se non ci si ferma al prodotto, naturalmente».

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A Maffei è bastato un anno per dimostrare che questo approccio, seguito nel suo Polifactory – dove designer, ingegneri meccanici, biologi e informatici lavorano insieme su nuovi scenari per la creazione e la produzione di nuove opportunità di business – era quello vincente. All’improvviso, infatti, la School of Design cui Polifactory fa capo ha fatto un enorme balzo in avanti nel QS Ranking delle migliori scuole al mondo del settore, piazzandosi, nella classifica 2016, al decimo posto (prima di istituti rinomatissimi come la Design Academy di Eindhoven e la Goldsmith University di Londra).

In questo think tank entrano 120 studenti all’anno, in gruppi di 15 alla volta, per un periodo di tre mesi a rotazione, su presentazione di un progetto da realizzare in team utilizzando il laboratorio di fabbricazione digitale e il network di atelier dell’ateneo, coinvolgendo le aziende partner.

«Premiamo le idee che partono dall’antropologia, inglobano la tecnologia, ottimizzano i processi produttivi, hanno potenzialità di business», spiega Maffei. Qualche esempio? Un tessuto per biancheria intima micro massaggiante con piccole sfere stampate in 3D sul tessuto; un dispositivo con cuffie che rimuove i rumori di fondo e crea paesaggi sonori; una pagaia con sensori impermeabili che rileva profondità e temperatura dell’acqua: progetti già approvati da aziende e in mostra durante il FuoriSalone a Next Design Innovation (via S. Vittore 49), dall’omonimo concorso di Regione Lombardia.

C’è un mondo da costruire ed è il momento di farlo, usando strategicamente il design come disciplina innovativa: è anche l’opinione di John Maeda. Ex enfant prodige del design multimediale, già professore del Media Lab dell’MIT e poi della Rhode Island School of Design, Maeda è approdato un anno fa nella Silicon Valley, primo designer in un’azienda di venture capital (KPCB). «Con l’arrivo del mondo mobile nel 2009, il tech non è più un universo per ingegneri o per ragazzini smanettoni ma per tutti: compresa vostra nonna», dice. «Questo significa che l’esperienza che ruota intorno a ogni oggetto che contiene tecnologia va progettata in modo diverso. Non è un caso che alcune tra le aziende dell’hi-tech più famose siano state co-fondate da designer». Il profilo ideale del professionista creativo oggi, secondo Maeda, «è un po’ designer, un po’ ingegnere-scienziato, un po’ artista. E si muove a proprio agio con il coding (codici di programmazione)».

«Non basta però assumere qualche designer per avere successo», scriveva qualche tempo fa Michael Westcott, presidente del Design Management Institute americano sulla rivista dell’Istituto. «Avere uno staff di creativi gestiti da un manager che pensa in modo tradizionale è inutile: il design strategico funziona solo se fa parte della forma mentis di chi è al comando».
Per questo oggi il design si insegna anche nelle Top Ten Business School (tra cui Harvard, London School of Economics, Standford e INSEAD).

Formare la futura classe dirigente è anche il focus della Domus Academy di Milano. «Sono pochi i Ceo che hanno studiato design. Ma quando ci sono, la differenza si vede. Penso a Mark Parker che guida Nike», dice Gianluigi Ricuperati, Direttore Creativo del celebre think tank milanese, dal 2009 parte di Laureate International. Giornalista, scrittore, curatore, Ricuperati è un esempio concreto del concetto di multi-culturalità applicato al design. «Per riuscire in questa professione oggi è necessario essere più di una cosa soltanto. Alle varie discipline normalmente citate in questo contesto io aggiungerei quella di story-teller, perché tra tante buone idee vince quella raccontata meglio». Per questo alla Domus – che offre un corso post-laurea privato (il costo è di quasi 17mila euro)- lezioni, workshop e laboratori sono affiancati da due club ispirati ai salotti intellettuali del passato e a Edge.org, la piattaforma in cui scienziati e studiosi discutono di temi cruciali. «Il Metaphysical Club permette agli studenti di individuare e discutere con un gruppo di curatori, architetti, critici, designer e scrittori di fama mondiale i temi che guideranno la ricerca e il percorso dell’accademia», spiega Ricuperati. «Mentre il Tomorrows’ Club raduna talenti Under35 nei campi del design, della moda e della curatela facendoli lavorare con gli studenti».

«Quella del designer è una professione bellissima», dice Anty Pansera, autrice del saggio La formazione del designer in Italia (Marsilio, 2015). «In Italia – un paese con una grande storia dell’arte e un tessuto industriale basato sulla compenetrazione con l’artigianato – il design coniuga da sempre valenze umanistiche e tecnologiche. Ed è evidente che si tratta di un connubio che oggi è più rilevante che mai».

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