Designer, Interviste, Interviste in primo piano
Leave a comment

Studio Klass. Diventare designer industriali nell’era post-industriale

La sedia perfetta esiste già. Il design, per avere senso oggi, deve aggiungere qualcosa alla nostra relazione con gli oggetti, il mondo che ci circonda e la nostra storia. Un viaggio nell’immaginario di StudioKlass, designer industriali nell’era post-industriale

.Se fosse ambientata negli anni Sessanta quella di StudioKlass sarebbe una storia come tante. Due giovani sognano di disegnare arredi e lampade. Diventano un duo, propongono progetti alle aziende, alcune vengono messe in produzione e, dopo qualche anno, vivono di royalties.

Ma non era l’epoca del boom economico quando Marco Maturo e Alessio Roscini – pesarese e spellano – trapiantati a Milano – hanno aperto StudioKlass. Era, al contrario, l’annus horribilis 2009, in piena crisi. Quando tutti già parlavano di era post-industriale. E dire «vogliamo disegnare lampade, sedie, tavoli, siti e comunicazioni non ci interessano», più che un atto di coraggio creativo sembrava pura follia.

TI POTREBBE INTERESSARE: “QUANTO GUADAGNANO I DESIGNER?”

Niente scorciatoie

Eppure oggi, a quasi dieci anni di distanza, StudioKlass può dire di avercela fatta. Si sorregge sulle sue gambe, ha ingaggiato dei collaboratori, firma per aziende di tutto rispetto. Come Fiam, Normann Copenhagen, Ichendorf, Ligne Roset, Lavazza… Quello che nel 2009 sembrava un gioco di azzardo si è rivelata essere un investimento pensato sul proprio talento. Oltre che come una prova di estremo rispetto nei confronti della professione del designer industriale. «Non si fa a tempo perso», mi avevano detto nel 2010, quando condividevano lo stesso spazio di co-working in Via San Gregorio. E il tempo ha dato loro ragione…

Odeon, Fontana Arte, di Studio Klass

Marco Maturo, il vostro StudioKlass è ormai decisamente avviato. Come ci siete riusciti?

«Averci creduto è stato fondamentale. Ci ha dato la forza di dire no a proposte economicamente allettanti (per lo sviluppo di siti, progetti di grafica). Non per snobismo. Ma perché questi lavori avrebbero portato via troppo tempo: per diventare bravi designer servono concentrazione, dedizione, tempo. Questo ha significato, ovviamente, anni di sacrifici. Come Studio Klass, ci è andato bene così. Detto questo, dobbiamo moltissimo alle aziende che hanno creduto in noi e hanno avuto il coraggio ingaggiarci, da giovani e quasi sconosciuti. Succede ancora, in Italia, con gli imprenditori o gli art director che credono nel design, una professione che non si muove a suo agio nelle logiche di marketing tipiche dei fondi».

Da cosa nasce questa passione per l’oggetto fisico? I Millennial sembrano spesso più orientati sul digitale mentre il vostro approccio sembra più simile a quello della generazione che vi ha preceduti…

«È così, anche se non so dire perché. Di certo so che per noi gli oggetti, quando sono “veri”, sono interessanti come le persone. Non a caso spesso hanno un’anima che è espressione del progettista. È un legame sottile e invisibile al grande pubblico. Ma che si traduce in un fascino percepibile da tutti. Quello che dà un senso al design».

Cosa intendi quando parli di “oggetti veri”?

«Quelli che aggiungono qualcosa alla nostra esperienza di uso. Che ci fanno pensare che le cose possono essere fatte in un altro modo, che nulla è scritto nella pietra. Mi sono reso conto, nel tempo, che spesso gli oggetti “veri” sono apparentemente imperfetti, persino sproporzionati. È come se fossero alla ricerca di se stessi, ed è proprio per questo sono autentici, nel senso umano del termine».

Squeeze, di Studio Klass per Normann Copenhagen

Come si fa a distinguere gli oggetti “veri” da quelli che non lo sono?

«Facendo spazio. Isolandoli da tutto quello che è stato aggiunto intorno. Perché molto spesso lo styling annebbia: carica di senso il contesto a prescindere dagli oggetti e trasforma la comunicazione in un contenuto. Un oggetto “vero”, invece, ha una sua potenza a prescindere. Per educare lo sguardo alla qualità del design, insomma, serve di più guardarsi in giro che leggere riviste e blog. Abbiamo un portatubi, in giardino. Non è un bell’oggetto ma dice tutto di sé: come funziona, cosa fa, come va arrotolato, come può aiutarti. È stato disegnato bene e per questo gli calza a pennello la vita reale. Dove nulla è perfetto. E dove neanche il design dovrebbe esserlo».

La perfezione non vi interessa?

«La perfezione è affascinante. Ma le cose un po’ “sbagliate” fanno pensare di più, perché riportano al senso dell’essere umano. Un giorno ho ascoltato un programma radiofonico che paragonava Renata Tebaldi e Maria Callas nell’esecuzione dell’Amami Alfredo. Tebaldi era impeccabile, arrivava alle note più alte senza alcuno sforzo apparente. Callas, in confronto, era quasi stonata, inelegante, arrivava agli acuti facendoli sembrare un traguardo raggiunto con il sudore. Ma quando ha sostituito Tebaldi alla Scala tutti si sono innamorati di lei perché quello che raccontava la sua voce era una storia più vera, più umana, più vicina al pubblico».

Chi è Callas, nel design?

«Colui o colei che mette in discussione i canoni universalmente accettati. Chi rende ogni oggetto un progetto: cioè qualcosa che ci parla oltre la sua funzione. Come Konstantin Grcic che progetta arredi apparentemente “sbagliati” e aggressivi che ci attraggono perché ne cogliamo istintivamente l’armonia di ispirazione rinascimentale, e allo stesso tempo sono progetti di rottura, che aprono nuove strade. Ma è Maria Callas anche Antonio Citterio. Che spesso decontestualizza e rimette in discussione: il modo in cui piega il metallo, pressofonde, associa le forme (il divano come lo intendiano oggi è tale anche grazie a lui). Sembra molto borghese ma alla fine, paradossalmente, anche lui scompone le cose e si chiede se vanno fatte per forza così. Come Droog Design negli anni 90. I suoi sono gesti mai urlati ma spesso molto più di rottura rispetto a tanti progetti di autori giovani che si sentono molto controcorrente. Perché la sedia perfetta esiste già e penso che il design oggi sia un valore se aggiunge altro. Se il progettista, facendo uno sforzo intellettuale, fa fare alla professione o a chi usa l’oggetto, un passo più in là».

Plana, di Studio Klass per Fiam

E voi, come Studio Klass, questo sforzo lo fate?

«Ci proviamo sempre, che già è un atto che non va preso per scontato. E che ci costringe in qualche modo anche a lavorare per le aziende che hanno interesse per questo tipo di approccio e non si limitano a discutere i progetti via mail, o a giudicarli dicendo “mi piace” o “non mi piace”. Detto questo non è detto che si arrivi sempre ai risultati desiderati».

Come fate fare un “passo più in là” agli oggetti che disegnate?

«Mettendo in discussione il modo standard di compiere certe azioni. Per esempio lo spremiagrumi per Normann Copenhagen si usa senza appoggio, usando le due braccia per comprimere il frutto. La collezione Magique per Fiam gioca con le trasparenze del vetro per proporre scaffalature accessibili da punti di vista diversi. Oppure cambiando il modo in cui un oggetto si muove nello spazio. Per esempio Plana, la madia per Fiam, sfrutta la tecnologia del vetro curvato per nascondere il meccanismo di apertura e smussare gli angoli del mobile, rendendolo meno aggressivo. Mentre i bicchieri per Ichendorf hanno una variazione nello spessore che crea un effetto “impilato” che dà un immediato senso di party anche se si è in casa da soli. Ma il progetto che più ci racconta è Odeon, per Fontana Arte. Anche se commercialmente non è stato un successo».

Igloo, di Studio Klass per Fontana Arte

Di cosa si trattava?

«Odeon è una lampada che “dà le spalle”. E che per questo è progettata solo nel retro. Esteticamente, si richiama alle pale d’altare chiuse (che venivano, non per caso, decorate sia dentro che fuori). È, questa, una scelta funzionale perché lo scopo della lampada è smorzare i toni degli smartphone negli ambienti, impedendo l’abbaglio. La luce, quindi, è emessa da una lastra diretta verso la parete. Per cambiarne l’intensità, Odeon va spostata a mano (chiamiamo quest’operazione un dimmer manuale)».

Dici che il mercato non ha apprezzato. Secondo te perché?

«Al netto di considerazioni di business, credo che il tipo di design che facciamo noi non sia sexy. Gli oggetti che progettiamo non sono ammiccanti. Apparentemente non sembrano niente di che perché quando metti un’idea in un archetipo di un oggetto per coglierla servono riferimenti culturali che spesso mancano. Il design, purtroppo, rimane un prodotto di élite».

Non solo a causa del prezzo, quindi, ma anche da un punto di vista intellettuale? è un atteggiamento un po’ snob?

«Non credo. Perché il design è di élite ma a questa élite tutti hanno potenzialmente accesso. È una questione di interesse, di passione, di desiderio di cultura. Ad alcune persone queste cose non interessano, ad altre sì. E davvero non penso che questo abbia nulla a che vedere con il conto in banca. Noi proveniamo da famiglie in cui non c’è mai stato alcun interesse per il mondo del design. Eppure ci attrae da sempre. Ed è lavorando su di noi, come persone prima ancora che come designer, che siamo riusciti a entrare».

Vale la pena investire in questo genere di design per uno studio giovane come StudioKlass? Perché, alla fine, se un oggetto non vende le royalties non arrivano…

«Salvo casi eccezionali, col design non si diventa ricchi. Ma di sicuro potremmo guadagnare molto di più se facessimo scelte diverse. Detto questo, mi sveglio felice ogni mattina perché amo quello che faccio e ne sono orgoglioso. E davvero mi va bene così».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *