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Lisa Klappe: bellezza e decadenza

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Ho sempre apprezzato moltissimo il lavoro di Lisa Klappe  (www.lisaklappe.com). Da anni la giovane fotografa olandese firma i migliori scatti relativi al mondo del design (è la fotografa ufficiale della Design Academy di Eindhoven (www.designacademy.nl) ma ha dato il meglio di sé lavorando con Jo Meesters (www.jomeesters.nl) o altri giovani designer come Ontwerpduo  (www.ontwerpduo.nl). La tradizione nella quale si può iscrivere il lavoro di Lisa è opposta rispetto a quella, più minimalista e nata in Italia con Aldo Ballo, che mette l’oggetto da solo al centro della narrazione dell’immagine, trasformandolo in un personaggio a sé stante. La Klappe invece lavora moltissimo sullo styling: l’oggetto, da solo, non significa nulla nei suoi scatti ma assume un ruolo fondamentale all’interno di un curatissimo set, fatto di persone, ambientazioni e soprattutto luce. L’oggetto vale in quanto elemento di una storia più grande.

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È interessante quindi segnalare una mostra che presenta il lavoro artistico di Lisa Klappe (che l’olandese sviluppa in parallelo con quello a cui siamo da sempre esposti, legato al mondo del design): Decadent Pigeons apre infatti il 12 gennaio a Casa Elizalde a Barcellona dove rimarrà aperta fino al 2 febbraio (www.casaelizalde.com). Si tratta di una serie di ritratti, installazioni video e sculture realizzare dalla Klappe insieme all’artista Joachim van den Hurk (www.joachimvandenhurk.com) e incentrate su temi come bellezza, decadenza e rinascita. Una serie di bellissime immagini che hanno però l’ambizione di farci riflettere. Ho chiesto a Lisa di raccontarmi qualcosa di più su questa mostra. (www.decadentpigeons.com)

Decadent Pigeons ha per tema la decadenza: perché questo tema in questo preciso momento storico? Penso che ricercare il bello in ogni cosa e individuo sia qualcosa che davvero da un senso alla vita. Non farlo significa trasformare persone e cose in un nulla insignificante. Quello che temo di più dalla vita è il grigiore dell’uniformità a tutti i costi. Penso che sia una mia angoscia viscerale.

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Dobbiamo leggere questa mostra come una critica verso un certo stile di vita ? Oppure come un memento mori? In realtà si tratta di un segnale. Che dice alla gente: fate attenzione, amate voi stessi e gli altri e prendetevi cura di chi e di cosa amate. Ogni cosa ha in sé un grande potenziale di bellezza: esplorate quello che vi sta intorno e fate emergere questa bellezza. La vita è breve, non sprecatela. Invece è proprio questo che tanta gente fa. Forse mi sto rivolgendo a loro per ricordare che uno sguardo diverso sul mondo non costa nulla ma può cambiare molte cose.

Qual è allora la tua ricetta per la felicità? Siamo parte di un tutto ma siamo pur sempre unici. Quindi siate sempre fedeli a quell’unicità. Seguite il vostro cuore, ascoltando anche la coscienza; siate curiosi e avventurosi. E ricordate che la vita è breve. Meglior viverla che passarla dormendo.

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Malgrado il soggetto (la decadenza), la bellezza emerge sempre e quasi prepotentemente da ogni tuo scatto o realizzazione di questa mostra. La bellezza è un elemento imprescindibile dell’arte che non può farne a meno? La bellezza aiuta. Anche solo perché la gente ne è irrimediabilmente attratta. La sfida per me sta nel prendermi davvero cura del bello, come se fosse un piccolo, meraviglioso tesoro scoperto per caso. La bellezza ‘facile’ diventa velocemente vuota: quella che si svela poco a poco invece non stanca mai.

Perché hai deciso di lavorare con Joachim van den Hurk? Abbiamo interessi e idee in comune. E quando l’ho conosciuto sono rimasta irrimediabilmente attratta dal suo modo di pensare e di lavorare. È una persona che davvero sa trasformare un’immagine, un oggetto, un’installazione in qualcosa di più. Unire il pensiero con il visibile. E sempre di più mi rendo conto di voler andare oltre la fotografia e di essere irrimediabilmente attratta da altri modi di comunicare e altre tecniche: come le installazioni, con le quali sto sperimentando al momento.

Vedo molto dei grandi maestri del Seicento olandese nel tuo uso della luce e nella tua attrazione quasi fatale verso la fragilità umana (che emerge non solo dai tuoi scatti artistici ma anche da quelli realizzati per i designer). Ti ritrovi in questo paragone? Capisco benissimo perché tu dica questo però non si tratta di un approccio intenzionale. Forse più di una cultura che è radicata dentro di me: da sempre ammiro i grandi maestri e il loro uso della luce, capace di trasformare ogni situazione in un soggetto degno!

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