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Abitare minimo. Perché una tiny house è una scelta di design oltre che di vita

Dai libri alle serie TV, le tiny house spopolano nell’immaginario collettivo. Complice il sogno del nomadismo urbano e il dilagare della filosofia del “less is more” esistenziale. Ma vivere in una casa XXS non è cosa da tutti. E spesso è una questione di design…

 

«Piccolo non è bello». La frase suona eretica nell’era in cui spopolano l’hygge danese (topic trend sui social del 2017) e i consigli della guru del riordino Marie Kondo. Ma la scrittrice americana Gene Tempest che l’ha pronunciata non ne può più. Né di loro né di libri come Small Houses, Big Time o di serie come Tiny House, Big Living su HGTV.  (In Italia: Piccole case per vivere in grande, CieloTV). «Il nuovo piccolo sogno americano è un abbaglio», conclude.

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Piccolo non è bello

E non per sentito dire: da 10 anni abita con il marito in una casa di 45 metri quadrati.
Quella di Gene è stata una scelta imposta dalla crisi ma abbracciata con entusiasmo, cavalcando l’onda dell’allora nascente Tiny House Movement. Vivere in abitazioni XXS con poco, in modo sostenibile, in nome di un’essenzialità che fa bene al corpo e allo spirito. Dopo un decennio di Less Is More, però, il loro verdetto è impietoso. «Negli ambienti piccoli le cose brutte diventano presenze tiranniche. Il cesto dei panni sporchi e la lavatrice occupano lo spazio che si destinerebbe a delle icone» ha scritto Gene sul New York Times Magazine.

Tiny House di DNC Architects

Piccoli spazi, grandi disagi

«Divani, cuscini e tessuti invecchiano anzitempo, usurati dalla mancanza di alternative. Gli odori della cucina rimangono attaccati alle pareti, ai vestiti, alle lenzuola. È impossibile sfuggire a questo sapore di fallimento, che si insinua ovunque. Da tempo ho smesso di vergognarmi dei miei sogni politicamente scorretti, come quelli delle generazioni che ci hanno preceduti. Sogni ai quali non abbiamo più diritto: le cucine a isola, poltrone gigantesche in cui affondare con un libro, stanze dove passeggiare in linea retta».

Tiny houses: scelta o obbligo?

Le considerazioni di questa signora colta e progressista ma poco abbiente, raccontano l’altra faccia del fenomeno delle tiny house. Cioè mini-abitazioni senza fondamenta e a volte trasportabili, realizzabili a buon mercato e spesso indipendenti da un punto di vista energetico. Che, negli ultimi tre anni, è letteralmente esploso. Per rendersene conto basti vedere i puntini che si aggiungono ogni giorno sul censimento opensource Tiny House Map. A chi le sceglie per ragioni etiche (rinuncia al consumismo, adesione ai principi ruralisti di Henry David Thoreau in Walden ovvero Vita nei Boschi, del 1854), si affianca infatti ora la schiera di chi sceglie abitazioni di questo tipo per evitare mutui da capogiro. I nuovi poveri.

Una casa xs per evitare il mutuo

O coloro che non vogliono una vita piena di debiti. Lo dice a chiare lettere The Tiny Life, il blog che dà informazioni pragmatiche per chi sceglie una vita minimal. Negli Stati Uniti, il 68% di chi abita in una tiny house non ha un mutuo o debiti da carta di credito (il 65%). E ha risparmi fino a 10mila dollari in banca (il 55%). È grazie a questo cambio di prospettiva che costruttori come Dan George Dobrowolski di Escape Tiny Homes fanno affari d’oro. «Prima c’erano gli ecologisti, poi quelli cacciati dalle loro case per la crisi, ora c’è chi vuole spendere per vivere e non per abitare. E sono tantissimi: nel 2016 e 2017 il mio business è cresciuto del 200% annuo».

Per molti ma non per tutti

Ma una tiny house non è  per tutti. Ed è un peccato che l’esaltazione a stelle e strisce ne abbia dato un’interpretazione idilliaca. Considerazioni come quelle di Gene Tempest sono comprensibili infatti anche da chi vive in una tiny house per scelta (dopo averla amorevolmente progettata e costruita in Italia). Come Leonardo Di Chiara, 27 anni, architetto di Pesaro e vincitore con la sua mini-abitazione mobile aVOID del Premio Berlino 2017, che gli ha permesso di lavorare per sei mesi nella capitale tedesca e far parte della Tiny House University (un’associazione no-profit nata nel 2016 per volontà dell’architetto-attivista Van Bo Le-Mentzel).

L’interno della tiny house di Leonardo Di Chiara, aVOID

Le case xs non andrebbero celebrate ma studiate

«Le grida di aiuto di questa signora dimostrano che le tiny houses sono una possibilità ma non una soluzione», dice Di Chiara. «È un errore affidare un piccolo spazio a chi richiede un alloggio sociale perché esso richiede un’adesione a principi minimalisti. Pochi oggetti, poco consumo d’acqua, limitazione nelle attività: non è cosa per tutti». Invece di essere elevate allo status di “sogno”, le tiny houses andrebbero invece studiate perché sono potenzialmente utili per fornire risposte alle sfide delle città contemporanee: migrazione, integrazione culturale e religiosa, gentrificazione, disuguaglianze economiche e disoccupazione. È questo infatti lo scopo della TinyHouse University (TinyU), che raduna designers, attivisti, falegnami, architetti, sociologi (alcuni dei quali rifugiati).

Dalle tiny houses alle soluzioni per la città

È stato analizzando le tiny houses più intelligenti e sviluppandone di nuove  che in soli due anni di attività la TinyU ha realizzato soluzioni ad hoc per rifugiati e senza tetto. Minuscole pensiline da usare su strada per proteggere dalle intemperie, mini-alloggi temporanei e un progetto open-source per una micro-abitazione su ruote. E ora è attiva in un progetto su più ampia scala: un condominio sperimentale di cinque piani nel centro di Berlino dove l’unità più economica (di 6,4 metri quadrati) sarà affittata per 100 euro al mese e sarà affiancato a unità tradizionali di alta classe.

Una tiny house per i freelance?

C’è quindi una differenza fondamentale tra l’approccio oltreoceano alle tiny houses e quello europeo. Perché mentre negli Stati Uniti sono sinonimo di evasione o di empowerment economico individuale, nel Vecchio Continente rappresentano una risposta potenzialmente collegiale alle sfide di una società che cambia. A livello lavorativo e sociologico in primis. Tra il 2004 e il 2013 il numero di freelance in Europa è aumentato del 45%, passando da 6,2 a 8,9 milioni (dati IPAG Business School e Sole24Ore). In Italia i lavoratori autonomi e senza dipendenti sono 3,6 milioni (dati Eurostat).

Un esempio olandese

Il primo esperimento, per esempio, è stato realizzato in Olanda dal gigante dell’edilizia Heijmans. Nel 2015 ha creato insieme all’architetto Tim van der Grinten un mini-prefabbricato di legno massello che si costruisce in 24 ore. Ogni unità, di 45 metri quadrati e a due piani, ha una camera da letto soppalcata, bagno, soggiorno, cucina e terrazza; il tetto è ricoperto di pannelli solari per garantire l’autosufficienza energetica; e le pareti vetrate sono posizionate su fronte e retro per permettere di affiancare un edificio all’altro. L’idea è di fornire abitazioni in affitto, soluzioni temporanee e mobili per un target group specifico. «Nel 2050 i giovani freelance saranno più di 700mila in Olanda, più degli abitanti attuali di Rotterdam», dicono dall’azienda.

Le tiny houses nel pacchetto per i freelance

«Le casette ONE sono state pensate per giovani professionisti tra i 25 e i 35 anni, al loro primo lavoro, single. Persone che non hanno un reddito abbastanza alto per entrare nel circuito dell’acquisto ma che guadagnano troppo per avere accesso alle case popolari. Gente mobile, che segue il proprio lavoro, freelance spesso per scelta». Essendo state progettate da un colosso dell’edilizia, queste tiny houses sono sicure ed autosufficienti dal punto di vista energetico, e per questo posizionabili ovunque. L’idea è sfruttare, in sintonia con le municipalità, i territori spesso abbandonati e adiacenti alle grandi città. Dopo la presentazione del concept, nel 2016 le ONE sono entrate in produzione e l’anno scorso ne sono state affittate 135. «Soprattutto da grandi aziende», spiega la Heijmans. «Sono loro che le offrono nel pacchetto di assunzione dei freelance».

I quartieri mobili

Il sogno di Di Chiara, invece, è costruire una Migratory Neighborhood, «un modello di quartiere che si sposti all’interno della città, in accordo con l’amministrazione, recuperando spazi stagionalmente non utilizzati (per esempio il parcheggio di una scuola in estate, o un parco in inverno). Le tiny houses permettono infatti un processo di densificazione “dolce”, in quanto tutto è costruito come reversibile, tutto esiste come un’unità autosufficiente, senza pesare sul contesto».

Il ruolo chiave del design

Il design non deve essere improvvisato ma sartoriale, progettato insieme agli abitanti. «Una tiny house funziona quando è disegnata su misura», continua Di Chiara. «E qui emerge la contraddizione e la difficoltà: produrre in serie una tiny house serve per abbattere i costi, ma si perde in personalizzazione». È per questo che Di Chiara sta offrendo la possibilità di vivere nella sua aVOID a persone di tutti i tipi, in Germania, Francia, Svizzera e Italia. «I test-living mi aiutano a capire come diverse persone vivono lo spazio e la sua funzionalità. Lo scopo è  muovermi dal progetto della mia tiny house personale alla realizzazione di un modello che possa tendere alla standardizzazione».

Per provare l’ebbrezza della vita minimal, basta contattare Leonardo Di Chiara e chiedergli di passare una notte nella sua aVOID. E poi verificare se, al risveglio, avrete pensieri alla Gene Tempest oppure un sorriso zen sulle labbra.

Foto di copertina: Leonardo Di Chiara sul tetto della sua aVOID tiny house

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