Fuorisalone
Leave a comment

Fuorisalone 2016 e la XXI Triennale: New Craft

Alla mostra New Craft, alla Fabbrica del Vapore (che apre domani 2 aprile e dura anche oltre il periodo del Fuorisalone 2016 info e orari qui) una visita è d’obbligo. Non soltanto per godere della bellissima installazione o per vedere stampanti 3D e artigiani digitali in azione, ma anche per immaginare il futuro del design e del made in Italy.

new craft design@largeC’è una tesi importante – non solo per il design ma per l’economia italiana – alla base della mostra New Craft (che inserisco in questa narrativa Fuorisalone 2016 anche se, essendo parte della XXI Triennale, l’esposizione sarà aperta fino al 12 settembre).

La tesi è questa: il saper fare artigianale è un patrimonio da sfruttare nell’era della fabbricazione digitale per creare un paradigma industriale diverso da quello, dominato dalle grandi corporazioni e dai robot, verso il quale si stanno avviando paesi come la Germania o gli Stati Uniti con la cosiddetta Industria 4.0.

Cosa significhi tutto questo e come lo potrete cogliere osservando gli oggetti in mostra lo racconta Stefano Micelli, professore di Economia alla Cà Foscari di Venezia, autore di Futuro Artigiano (e del recentissimo Fare è Innovare, ed Il Mulino), curatore di New Craft.

Sono anni che si parla di stampanti 3D. Serve ancora parlarne oggi?

«Serve oggi più che mai perché la notizia non è più – come era fino a pochissimo tempo fa – l’uso da parte di designer e piccole aziende di strumenti di fabbricazione digitale ma il modo in cui la sfruttano per creare una nuova economia».

In cosa consiste questa nuova economia?

«In un sistema in cui il valore del manufatto viene dalla sua unicità. E in cui questa personalizzazione estrema è data da una manualità squisita. In Italia lavoriamo così da sempre, siamo famosi nel mondo per la qualità dei nostri prodotti. E tanti artigiani – li chiamo così anche se in realtà si tratta di una miriade di piccole e medie imprese – uniscono ormai le potenzialità del digitale (a livello di produzione, customer relationship, vendita) con quel saper fare unico che li caratterizza. Io sono convinto che questo binomio, lungi dall’essere una curiosità retrò, rappresenti davvero una risposta alternativa, tutta italiana ma non solo (anche i francesi sono su questa linea di pensiero), a quel nuovo paradigma industriale 4.0 di cui ormai si riempiono tutti la bocca: che prevede, di fatto, un’ingerenza sempre più massiccia delle macchine e dei software e una progressiva scomparsa dell’uomo dal settore della produzione».

IMG_4895E cosa c’entra il design con tutto questo?

«Ne è un ingrediente fondamentale perché questa economia funziona solo se all’artigianato – cioè al saper fare manuale – e alla tecnologia si unisce una quota solidissima di progetto, un modo di pensare contemporaneo che continui a permetterci di essere quello che siamo: bravi a realizzare cose non solo belle ma che rappresentano il mondo in cui viviamo. Il new craft non è nostalgia per il passato ma guarda al futuro».

Come fa il visitatore a capire tutto questo dalla mostra? Ci sono così tanti oggetti dal look futuristico che il rischio di far passare la semplice fascinazione con il mondo della fabbricazione digitale esiste. O no?

«Il rischio esiste. Ma va bene così. È bello che chi non ha mai visto questo genere di cose rimanga affascinato: dopotutto anche se per gli addetti ai lavori vedere una stampante 3D al lavoro è ormai consuetudine il grande pubblico – a cui si rivolge questa mostra – non ha tante possibilità di sperimentarla da vivo. Però abbiamo tentato, nelle varie postazioni, di raccontare non tanto progetti quanto modalità produttive e di business. Gli strumenti per capire il messaggio ci sono. Anche se ovviamente, come spesso avviene nelle mostre, ci sono più livelli di lettura».

Qualche esempio delle realtà esposte?

«C’è la sartoria, dove ci si può far scansionare il corpo per creare un avatar che poi la stilista veste: una volta scelto il taglio, il materiale, il colore, il file passa alla modellista che lo taglia a mano e lo realizza. C’è lo sgabello di legno da progettare usando un software 3D, il cui file viene poi inviato in falegnameria per la produzione, fatta con una macchina da taglio a controllo numerico ma rifinita a mano. E c’è la pasta, da disegnare con le forma che più piace, che una stampante 3D realizza live – ci vogliono 30 minuti per avere un piatto unico, meno che per andare al supermercato. Ma c’è anche tanto altro, dalle biciclette ai caratteri tipografici, dai gioielli agli arredi. E siamo anche riusciti a portare a Milano una buona parte degli oggetti della mostra Mutations, già al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, in cui dei designer hanno reinterpretato – nonché realizzato con metodologie digitali – oggetti ispirati a pezzi storici del museo. Il messaggio, in questo caso, mi pare chiarissimo».

Cosa differenza questa mostra da una Maker Faire o da una qualunque esposizione in un FabLab?

«Direi la volontà di presentare solo soluzioni che sono state in grado di trasformarsi in un paradigma economico. La sperimentazione pura e semplice non c’è in New Craft (se non, per ovvie ragioni, in alcuni dei prototipi raccolti attraverso la call per il Under35, disseminati nella mostra e indicati con un bollino rosso). In questo senso, New Craft è diversa sia dall’ultima grande e importante esposizione, The Power of Making al V&A di Londra (il cui focus era tutto sul carattere innovativo e tecnico delle stampanti 3D) che dalle Maker Faire (dove ci si concentra sulle sperimentazioni). Qui, per esempio, non portiamo delle biciclette artigianali – come quelle di Paolo Manfredi – tanto per mostrare quanto siamo bravi a farli ma per illustrare il nuovo concetto di mobilità che il creatore-industriale sta proponendo. E lo stesso vale per l’azienda fiorentina Baldi, che realizza arredi in pietre dure, materiali vetusti e preziosissimi, ora lavorati anche in digitale ma soprattutto diventati testimonial di un altro modo di creare e soprattutto vendere mobili di super lusso. Per dirla in una battuta mentre la cultura dei makers americana – come dice Chris Andersen che l’ha studiata a fondo – ha le sue radici nel movimento punk e nel desiderio di proporre della disruptive innovation, in Italia abbracciamo le nuove tecnologie in linea con la nostra tradizione, fatta di design e artigianato. Mendini una volta ha detto che il design oggi o è Samsung o è Ikea oppure è artigianato. Ma a questo design-artigianato, per arrivare a un futuro economico fiorente, serve l’ingrediente tech e il rapporto serrato con la cultura e il territorio. È questo, in sostanza, che ho cercato di far raccontare attraverso le realtà esposte in New Craft».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *