Progetti
comments 2

Un giardino contro la guerra

cs_03_Osmace nel Podrinje_2014-03-12_ZGCi sono iniziative che ridanno alla parola progetto lo spessore che si merita. Come la rinascita di Osma?e e Brežani, due villaggi bosniaci nella valle di Srebrenica al confine con la Serbia. Ieri che questi piccoli borghi, circondati da una natura meravigliosa ma anche dai segni onnipresenti della guerra (sulla terra ma soprattutto nei cuori), si sono aggiudicati il XXV Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino: questo riconoscimento, infatti, va alle iniziative che contribuiscono a elevare e diffondere la cultura del governo del paesaggio, sottolineando il lavoro intellettuale e manuale necessario per modificare positivamente i luoghi.

Qualche tempo fa, un gruppo di uomini e donne che all’epoca del massacro di Srebrenica erano bambini e che con quei 10mila morti hanno perso non solo affetti ma anche la possibilità di un futuro, hanno deciso di trovare la strada del ritorno. E di farlo in modo positivo. Non solo, quindi, cercando la trama della memoria ma soprattutto costruendo nuove relazioni tra le persone e rinnovando il legame necessario per fare insieme, per il bene della collettività. Non si tratta di una cosa facile. Ricordiamoci che in questi luoghi che da sempre sono teatro di scontri tra culture e religioni una semplice parola può colpire emozioni mai sopite, timori, ricordi di dolore e di disperazione. Eppure tra queste persone il desiderio di sopravvivere all’orrore e di combatterlo con un progetto di vita è stato più forte della tentazione di lasciarsi andare. Come disse Alexander Langer «la convivenza pluri-etica può essere percepita e vissuta come arricchimento e opportunità piuttosto che come condanna: non servono prediche contro il razzismo e la xenofobia ma esperienze e progetti positivi e una cultura della convivenza».

Grazie all’aiuto di alcune associazioni italiane presenti sul territorio da molti anni (trovate la lista sul sito del Premio Carlo Scarpa), questi giovani, che erano completamente digiuni in quanto a sapere agronomico e anche privi di mezzi tecnici, hanno imparato a coltivare il grano saraceno. Attraverso un processo partecipativo e un attento ascolto alla comunità locale, sono state organizzate attività di formazione sulle tecniche agronomiche, sull’organizzazione delle aziende agricole, sui metodi di produzione biologici.L’agricoltura è diventata quindi il perno su cui costruire un futuro di fratellanza tra le giovani famiglie rientrate nei villaggi (e tutte ugualmente colpite dalla tragedia del massacro nel 1995).

Muhamed Avdic, uno degli iniziatori del progetto, e Domenico Luciani, architetto paesaggista e presidente della Giuria del premio

 

Si potrebbe dire molto di più su questo progetto. E chi ci ha lavorato ha scritto bellissime parole. più di tutto, però, mi ha commossa vedere l’emozione dei volontari di queste associazioni che ieri, in conferenza stampa, esultavano indicando su una foto qualche casetta con il tetto storto o un campo arato. Loro sì che sanno quanto sono costate, in termini di fatica e coraggio. Davvero ci sono piccole cose che racchiudono un mondo: e in quei villaggi che stanno rinascendo, grazie a persone di etnie che un tempo si sono uccise tra loro sulle ceneri di un orrore che non sarà mai dimenticato c’è così tanta  speranza da trasformarli in un simbolo, un memento per ognuno di noi. Non ci sono muri per chi ha davvero voglia di fare insieme.

 

2 Comments

  1. Elisa says

    Quando la bellezza soffoca l’orrore. Apprezzo molto Laura, grazie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *